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LA CASA INFESTATA

13 Mar

LA CASA INFESTATA

 

Tazio aveva cominciato a mostrare un vero talento per la scrittura fino dai tempi della scuola media: i suoi temi erano sempre i migliori e venivano regolarmente letti in classe, ad alta voce, dalla professoressa di lettere ai suoi compagni provocando in lui un misto d’imbarazzo e d’orgoglio.

Spinto dall’insegnante, cominciò a scrivere racconti di fantasia: dapprima erano solo dei raccontini ingenui, come si possono scrivere a dodici, tredici anni, ma che dimostravano già un bello stile e una buona impostazione, oltre a delle idee sempre originali, ma col passare degli anni dell’adolescenza il suo stile e le sue storie andavano prendendo una consistenza non comune nei suoi coetanei: era quello che si chiama “avere la stoffa dello scrittore”.

Poi, come spesso avviene, il talento era stato riposto in un cassetto e dimenticato: gli impegni di studio del liceo, le prime ragazze e le conseguenti cotte, lo sport.

Dopo la laurea, passato il furore di dover fare tutto di tutto, tipico dei giovani, un giorno, non si sa per quale motivo, Tazio riprese a scrivere: forse per sfruttare il suo nuovo computer portatile, regalo di laurea dei familiari, forse, più semplicemente, perché c’è un tempo giusto per ogni cosa.

Dato che si era, nel frattempo, sviluppato in lui un distaccato interesse per l’occulto e il paranormale, il tema predominante dei suoi scritti era diventato quello: dapprima cominciò con racconti dove il sogno diventava realtà e si confondeva con questa, poi altri che narravano vicende di veggenti e medium, quindi il suo primo romanzo, dove l’assassino era niente popò di meno che un fantasma vendicativo e con questo gli venne la consacrazione ufficiale, nonché i primi guadagni.

Per un misterioso meccanismo di passaparola, infatti, il libro, pubblicato da un editore minore che credeva in lui e gli aveva dato fiducia, ebbe uno straordinario successo di vendita e di critica, cosa rara per un esordiente.

Sei mesi più tardi seguì il secondo romanzo, dove, invece, lo spirito di un poliziotto, morto in servizio, risolveva un intricato caso riguardante un serial killer.

Anche questo fu un successo: anzi, doppiò quasi le vendite del primo libro.

In breve tempo lo schivo Tazio era diventato un personaggio famoso, al quale i giornalisti facevano interviste, le associazioni parapsicologiche rivolgevano inviti per tenere conferenze e che le televisioni si contendevano per le trasmissioni più disparate, fino a fargli fare il giurato in gare di ballo o canore, argomenti dei quali egli confessava candidamente di non capire nulla.

Oramai era lanciato: lasciò il suo vecchio e insulso lavoro e divenne uno scrittore professionista in piena regola.

Pubblicava, oramai, due libri all’anno che, puntualmente, entravano nelle classifiche di vendita ai primi posti e vi restavano per settimane.

Anche il suo conto in banca lievitava a vista d’occhio, grazie ai diritti d’autore, e gli era stato chiesto di sceneggiare per il cinema uno dei suoi romanzi, fino a che…

Venne un giorno anche per lui quello che tutti i professionisti della parola temono: il blocco dello scrittore.

Già l’ultimo romanzo, che aveva comunque venduto centinaia di migliaia di copie, non era stato un gran ché: oramai fantasmi, visioni, preveggenze, possessioni, diventavano ripetitive e trovare nuovi spunti era sempre più difficile, così Tazio si bloccò di colpo, svuotato d’idee e di fiducia in se stesso.

Cominciò a trovare scuse, non potendo rivelare il vero motivo del suo ritardo nella consegna del nuovo manoscritto, con il suo editore, ma sapeva che se non si fosse sbloccato al più presto, la sua carriera si poteva ritenere finita; per lui non era una questione economica, visto che con quanto aveva guadagnato poteva agevolmente campare di rendita per un paio di vite, ma la sua preoccupazione riguardava il fatto che lo scrivere era diventato oramai la sua vita, la sua realizzazione, nonché il tramite delle sue relazioni sociali.

A questo punto restava l’ultimo tentativo, quello che fanno tutti gli scrittori colpiti dal blocco della creatività, vale a dire isolarsi dal mondo: niente telefono, niente radio o televisione, una casetta fuori dal caos cittadino e dalle distrazioni, e concentrarsi solo sulla scrittura.

Tazio trovò, per un affitto inaspettatamente modesto, una graziosa, vecchia casetta nell’entroterra dell’Appennino ligure.

Appena la vide realizzò che era l’ideale per ciò che aveva in mente.

Dato che la casa era piuttosto isolata, prima di arrivarci si fermò nel paese vicino a fare scorta di viveri, così da non essere costretto a tornarvi troppo presto.

Il gestore del piccolo, nonché unico negozio d’alimentari e generi vari del paese, contrariamente a quella che è l’indole un po’ chiusa dei liguri, era decisamente comunicativo e ciarliero, tanto che fece a Tazio un vero e proprio interrogatorio su chi fosse, perché fosse lì e dove abitasse.

Saputo della casa che aveva preso in affitto, di colpo cambiò espressione: perse il sorriso e divenne taciturno.

Fu allora il turno di Tazio di interrogarlo sul perché di quel cambiamento e, dopo un po’ di reticenza, finalmente l’uomo si lasciò andare: “Stia attento, quella casa è maledetta ed è infestata da fantasmi; è sicuramente per quello che gliel’hanno affittata a così poco: da anni nessuno ci vuole mettere piede!”

“Infestata da fantasmi? – commentò Tazio che, come detto, nonostante, o forse proprio perché scriveva di cose paranormali, non ci credeva affatto – proprio quello che cercavo per avere l’ispirazione! Vede? ho già trovato il titolo del mio nuovo romanzo: << La casa infestata>>!”.

Ringraziò l’uomo e pagò: mentre usciva, il negoziante, non visto, si grattò pensieroso la testa e sospirò.

La casa che gli si presentò davanti, però, non aveva affatto l’aspetto del maniero posseduto dagli spiriti: sembrava sì, almeno esternamente, lasciata un po’ in abbandono, ma non era né buia, né tetra, anzi, appariva abbastanza accogliente, pure nelle sue dimensioni ridotte.

L’interno, contrariamente alla facciata, non era affatto abbandonato; l’ingresso dava direttamente sulla cucina, arredata con un ampio tavolo di abete chiaro attorno al quale c’erano due panche, aderenti ad un angolo della stanza e due sedie, sempre di legno chiaro, forse più in stile trentino che ligure.

C’erano, poi, una credenza, un grande frigorifero con un altrettanto spazioso congelatore ed un allegro camino, con tanto di catena dalla quale pendeva un paiolo di rame annerito da anni di fumo salito per la cappa.

Direttamente dalla cucina una scala saliva al piano superiore dove c’era una camera da letto grande, si fa per dire, poi una molto piccola, da bambino probabilmente e, infine, un bagno perfino troppo moderno per lo stile della casa: evidentemente era stato ristrutturato da poco.

Superato il primo momento di piacevole sorpresa dell’esplorazione della casa, però, Tazio si accorse che c’era un’atmosfera strana: forse era stato, nonostante tutto, condizionato dai racconti del bottegaio, ma era come se ci fosse uno spiffero continuo, eppure le graziose tendine gialle messe alla piccola finestra della cucina, erano assolutamente immobili.

Mentre Tazio si muoveva per la casa, pareva che lo spiffero lo seguisse ad ogni passo, quasi volesse farsi notare a tutti costi, anche se l’uomo era sicuro che era tutta suggestione dovuta all’isolamento dal mondo civile e alla vetustà della casa.

Salì al piano superiore e ripose la biancheria nell’ampio comò, i pantaloni nell’armadio e infine infilò la valigia sul tetto del guardaroba.

Fatto ciò, ridiscese nella cucina, dove organizzò su metà dell’ampio tavolo, quella che non gli serviva per mangiare, il suo luogo di lavoro; tirò, dunque, fuori e mise in opera il computer portatile e poi fecero la loro comparsa un block-notes, alcune penne e matite, un contenitore di cd, alcuni dei quali da registrare, mentre altri contenevano tutti i suoi libri precedenti.

Non mancò una scatoletta nuova di floppy disk, una pen-drive e, infine, una tavoletta ouija, tipico strumento degli spiritisti per comunicare con l’al di là.

Anche questa gli doveva servire da stimolo.

Si sentiva bene, a parte lo spiffero, curioso quanto innocuo, creato, evidentemente, dalla conformazione della casa, e si mise subito al lavoro, certo che l’ispirazione lì non sarebbe mancata.

Come promesso al suo amico negoziante, intitolò il romanzo proprio “La casa infestata”; l’inizio fu facile, visto che non fece altro che descrivere l’abitazione dove si era installato e i suoi dintorni, ma poi si accorse che qualcosa lo faceva sentire irrequieto.

C’era sempre, giorno e notte, quello spiffero che sembrava sempre più una presenza e che non lo lasciava un attimo, tanto che aveva paura di ammalarsi e così, lontano dal mondo civile e senza neppure il cellulare, non sarebbe stato piacevole.

Per non pensarci, una sera decise di divertirsi un po’ con la tavoletta ouija, nella quale non credeva più di quanto credesse in un videogioco e che aveva portato solo per avere un elemento  in più al quale attingere idee.

Scherzò: “Spirito della casa, se ci sei dammi un segno”, ciò detto, pose la mano sul cursore della tavoletta… e si sentì la sua mano trasportata da questo.

Tazio non era uno sprovveduto ed era anche una persona che prendeva il proprio lavoro maledettamente sul serio, per cui, quando aveva iniziato a scrivere professionalmente, si era documentato sui fenomeni presunti paranormali e sulle loro reali interpretazioni scientifiche o comunque pratiche, per cui sapeva che quel movimento altro non era che la tensione muscolare di chi guidava il cursore, nonché l’autosuggestione, però…

Però lui si era veramente sentito la mano trascinare da una forza che non era la sua; provò, allora, a fare buon viso a cattivo gioco e iniziò ad interrogare la presunta entità.

In breve ebbe una serie di risposte che cominciarono ad intaccare le sue convinzioni: grazie alla tavoletta, gli era stato comunicato che in quella casa c’era un fantasma e che apparteneva ad un ragazzo, maschio, di circa vent’anni (o, perlomeno, li aveva al momento della sua morte, quasi mezzo secolo prima).

Il ragazzo, anche da vivo, era sempre stato solo, senza amici, poco benvoluto in famiglia, tanto che lo avevano allontanato e confinato in quella casa isolata dal mondo.

Qui il giovane, sempre più solitario, triste e depresso, si era lasciato morire d’inedia, ma il suo spirito cercava ancora in quell’ultima dimora un po’ di comprensione e di amicizia; però le poche persone che avevano preso possesso della casa erano fuggite spaventate dalla sola atmosfera di questa, pur senza avere assistito a delle manifestazioni, delle quali, peraltro, lo spirito del  ragazzo non era capace autonomamente (non era, infatti, in grado di materializzarsi, di parlare, provocare rumori: poteva solo comunicare tramite la ouija e tante grazie a Tazio che ne aveva una).

Non era stato neppure sufficiente ai proprietari, nipoti di un cugino dello spirito parlante, ristrutturarla, arredarla e renderla accogliente e neppure chiedere un affitto molto modesto: la fama di casa infestata si era sparsa e nessuno ci voleva andare, per questo era stata affidata ad un’agenzia immobiliare lontana dal paese dove tutti conoscevano la storia e temevano la casa.

Tazio era fra il divertito e il turbato: era sicuro che tutto fosse stato creato da lui stesso e che non ci fosse nessuno spirito; comunque aveva trovato ciò che cercava, cioè una buona storia.

Ogni sera, estratta dalla sua scatola la tavoletta, colloquiava con lo spirito che lui era convinto di essersi inventato.

Gli parve, perfino, che il tono del ragazzo, vale a dire la velocità con la quale si formavano le risposte sulla tavoletta, fosse un poco più allegro e, nel frattempo, acquisiva sempre più informazioni su quella breve vita infelice.

Scese ancora un paio di volte in paese, per altri acquisti.

Allora, come va coi fantasmi?”, gli chiedeva il negoziante.

“Nessun fantasma: la casa è accogliente e sto andando avanti col mio lavoro molto speditamente”, rispondeva Tazio senza né fare cenno alla tavoletta, né rivolgere domande sulla vicenda del ragazzo.

Me ne mandi una copia, quando il libro sarà finito, mi raccomando. Forse noi qui si è troppo superstiziosi – continuò l’uomo – ma sa, quando in un paese succede che un ragazzo di vent’anni muoia di fame,  solo in una casa isolata… Pensi che lo trovarono dopo tre mesi: era mummificato, almeno così mi raccontò mio nonno che era fra quelli che sono entrati per primi nella casa e l’ha visto lì, disteso sul letto rannicchiato come un bambino nella pancia della madre”.

Tazio ebbe un brivido: com’era possibile che la storia che si era creata coincidesse con quanto gli aveva detto l’uomo?

Quella sera andò a letto presto e non toccò la tavoletta, ma dalla sua camera sentiva il cursore che batteva leggermente sulla superficie di legno dello strumento: “Tarli!”, pensò.

Nei giorni seguenti riprese i colloqui col suo amico immaginario, ma ne era, adesso, un poco più turbato, anche se era sicuro che tutto ciò che il fantasma gli comunicava attraverso la tavoletta, altro non era che una storia creata dalla fantasia del suo subconscio di scrittore del paranormale e che solo per una coincidenza aveva dei punti di contatto con quella che circolava in paese.

La realtà è che Tazio si rifiutava di credere che ci fosse un minimo di verità in quegli assurdi colloqui con un fantasma che non esisteva, che non poteva esistere!

Si sentiva come il personaggio di uno di quei film americani, dove il protagonista si crea un amico immaginario… o forse era l’amico immaginario che aveva coinvolto lui per sfogare la propria infelicità e solitudine durata settant’anni!

In pochi mesi il libro era pronto, rivisto e corretto: era la storia dell’amicizia fra un fantasma e l’occupante di una casa infestata, guarda caso; adesso, finito il lavoro, era, però, giunto il momento di tornare al mondo civile.

Ma, a questo punto, qualcosa ritardava continuamente i suoi preparativi di partenza: un giorno trovò la bozza, stampata e poi corretta a mano, sparsa per la cucina; un colpo di vento, pensò, anche se porta e finestra erano chiuse.

Poi un paio di floppy si erano smagnetizzati, e meno male che aveva masterizzato un cd col suo lavoro di mesi!

Aveva appena preparato la valigia ed era andato in bagno a radersi la folta barba, operazione che non faceva dal suo arrivo lì, quando, tornato in camera, trovò tutto il contenuto di questa rovesciato sul pavimento: se c’era veramente un fantasma, questo stava prendendo forze concrete dalla propria disperazione.

Ma Tazio continuava a non credere, a non voler credere.

Poi, il giorno deputato alla partenza, manoscritto e dischetti erano scomparsi, ma l’esperienza di scrittore di misteri dell’uomo glieli fece trovare, d’altronde la casa era talmente piccola: erano semplicemente sotto il letto, forse caduti nella confusione dei preparativi.

I bagagli erano pronti e Tazio fece ancora una volta il giro delle stanze: un po’ per controllare, un po’ per salutare la casa dove, quasi sicuramente, non sarebbe mai più tornato.

Valige in mano cercò di aprire la porta e non ci riuscì: non che fosse chiusa a chiave, ma era come se una forza misteriosa la spingesse in senso contrario, mentre lui premeva sulla maniglia.

Ora era veramente seccato da questi contrattempi: gli venne da gridare, al nulla, secondo le sue convinzioni: “Ora piantala!”… e la porta si aprì docilmente.

In un momento fu fuori, depose le borse nel bagagliaio e tornò sui suoi passi per chiudere a chiave la porta.

Fatto ciò, si fermò un attimo pensieroso e in silenzio con l’orecchio teso verso l’interno: gli sembrò di sentire un sospiro e un singhiozzo: “spifferi”, pensò e mormorò sottovoce scuotendo la testa, anche se la parola che gli uscì dalle labbra socchiuse, assomigliava di più a “spiriti“.

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Pubblicato da su marzo 13, 2012 in Racconti

 

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