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CALDO

09 Mar

CALDO

 

Cinzia era una bella ragazza di sedici anni che abitava in un minuscolo paesino della “bassa”, a pochi chilometri dal fiume.

Cinzia aveva dei sogni, come tutte le ragazze della sua età; sognava la moda, la musica e le discoteche, dove non era mai stata, poiché la più vicina al suo paese era a quaranta chilometri di distanza, sognava un fidanzato bello e muscoloso come i ragazzi dei suoi telefilm preferiti: Beverly Hill, Smalville eccetera, cioè quelli che guardano i ragazzi della sua età.

Non era, però, solo una sognatrice, ma anche una ragazza pratica, perciò cominciava a guardare con altri occhi, rispetto agli fiumeanni delle scuole medie, anche i suoi coetanei, i suoi ex compagni di scuola; per lo meno quelli che non erano andati a studiare in città ospiti, magari, di qualche parente.

A lei piaceva Sergio, il più “Beverly Hill” della compagnia, solo che lui era già impegnato con Annamaria, la sua migliore amica, nonché la ragazza più bella del paese.

Le veniva dietro, invece, Torquato, un ragazzo timido, con gli occhiali, alto e magro, che a lei non piaceva: troppo comune, troppo ragazzo di paese per i suoi gusti.

La domenica pomeriggio si ritrovavano tutti: lei, Sergio, Torquato, Annamaria e gli altri, sul muretto della piazza (inutile dirne il nome, tanto era l’unica del paese e per tutti era stata sempre e solo “la piazza”); qui i ragazzi chiacchieravano, commentavano quello che avevano visto in televisione durante la settimana, o le ultime novità discografiche e Paolo portava spesso una grossa radio con mangianastri e una cassetta, non troppo vecchia, di musica da discoteca che faceva loro da sottofondo.

Ogni tanto qualcuno della compagnia proponeva di prendere la vecchia e sgangherata corriera blu e andare in un paese vicino al cinema, ma poi non se ne faceva mai niente.

Venne giugno, venne l’estate, un’estate precocemente calda e gli abiti dei ragazzi divennero improvvisamente leggeri: bianche t-shirt e jeans (a vita bassa come la moda imponeva) per i maschi, soffici vestitini semi trasparenti per le ragazze.

Qualcuno propose di andare al fiume a prendere il sole, magari a fare una nuotata, ma nessuno di loro aveva mai posseduto un costume da bagno.

La famiglia di Cinzia era una famiglia semplice, di campagna, ma di quelle un po’ (forse un po’ troppo) all’antica: vivevano in una cascina, appena fuori dal paese, tutti insieme, compresi i nonni, almeno i due superstiti, una zia nubile, papà, mamma e tre fratelli, più un paio di lavoranti.

Quando lei aveva terminato la scuola media, avrebbe voluto andare a studiare in città, ma i genitori non glielo avevano concesso: non c’era bisogno di studiare quando c’era tanto lavoro da fare in cascina fra la campagna, gli animali, i lavori di casa, vale a dire preparare da mangiare e lavare i panni, oltre a tenere pulito, e la madre non poteva fare tutti da sola, visto che la nonna era troppo anziana per poterla aiutare, mentre la zia era semi – invalida.

Anche quando Cinzia chiedeva il permesso di andare con gli amici in città, magari in occasione del Natale, a fare compere, i genitori non glielo permettevano mai: dovevano sempre controllarla; come detto, erano all’antica, così come lo era la loro cascina.

Toccava al nonno materno l’incarico, il più delle volte, di sorvegliare la nipote: controllare che non si allontanasse da casa quando le era stato ordinato di restarvi; trovarsi, casualmente, al bar della piazza proprio nelle occasioni nelle quali la ragazza si trovava coi suoi amici al muretto prospiciente i tavolini del “Caffè Anna”, che era il ritrovo degli anziani del paese.

In quel caldo giorno di giugno Cinzia, avendo finito i suoi lavori a casa, era scesa in paese con la vecchia bicicletta, ereditata dalla madre, per vedere se, alle volte, ci fosse qualcuno dei suoi amici in giro.

Seduto sul muretto trovò solo Sergio, il suo sogno segreto.

Stettero un po’ a parlare, dopo di che lui le propose di arrivare in bicicletta fino al fiume.

Cinzia voleva rifiutare: i genitori non erano d’accordo che lei si allontanasse così tanto, soprattutto sola con un ragazzo: c’erano da fare quasi dieci chilometri e, probabilmente avrebbe fatto tardi e non voleva ricevere bacchettate sulle gambe, dal padre, inferte con un ramo di nocciolo, come sempre avveniva quando disobbediva.

Non voleva, ma faceva caldo, per cui cedette presto alla proposta dell’amico: in fondo, in fondo una passeggiata con lui valeva bene qualche bacchettata.

Il nonno li vide allontanarsi, forse avrebbe dovuto fermare la nipote, oppure seguirla, ma faceva caldo, sotto l’ombra della tenda del bar si stava bene e Cinzia aveva un’età nella quale aveva diritto a stare sola con un ragazzo, per cui il vecchio finse di sonnecchiare, vinto dall’afa pomeridiana.

Il fiume era fresco, grazie all’ombra degli alti pioppi sulla riva: i due giovani lasciarono le biciclette a terra e si avviarono a piedi lungo la sponda.

Sergio le prese la mano nella sua e lei si sentì avvampare di emozione: il ragazzo che aveva sempre sognato era lì con lei e le teneva la mano; è vero che stava insieme ad Annamaria ma, in fondo, non stavano facendo nulla di male.

Giunsero ad una spiaggetta di finissima sabbia bianca e Sergio le propose di prendere un po’ di sole: lei non avrebbe voluto, ma lui non la lasciò neppure replicare e le fece scorrere le spalline del vestitino a fiori lungo le braccia, sfilandoglielo e lasciandola solo con indosso reggiseno e mutandine.

Lei avrebbe voluto ribellarsi, ma era caldo, si sudava, il vestito le si era appiccicato alla pelle e Sergio era così bello…

Fu il turno del ragazzo di levarsi maglietta e jeans.

Si sedettero sulla sabbia, spalla a spalla; dopo un po’, lui si girò verso di lei, le mise la mano dietro la nuca, l’attirò a sé e cominciò a baciarla.

Cinzia si sentiva strana: le piaceva quella cosa che non aveva mai provato prima, sentire la lingua di lui penetrarle la cancellata bianca dei denti fino ad incontrare la sua di lingua ed unirsi a lei in una danza sensuale.

Poi cominciò a carezzarle le spalle e, così facendo, le abbassò le spalline del reggiseno, per poi passare con le mani sulla schiena e slacciarglielo completamente.

La ragazza accennò una minima resistenza, ma il caldo, la giovinezza e l’amore ti tolgono le forze.

Sergio si soffermò a lungo con le mani sui suoi seni, carezzandoli e stringendoli in un modo che la faceva sentire strana.

Poi glieli baciò, stuzzicandone la punta con la lingua: lei gli carezzava i capelli, le spalle, fino a che lui le guidò la mano nei propri slip.

Ancora una volta Cinzia si vergognava, voleva resistere: pensò al padre e alla sua bacchetta di nocciolo, pensò che era tardi, pensò che c’era troppo caldo fuori e dentro di lei.

Fu poi il turno del ragazzo di frugare nelle sue mutandine bianche di cotone, andando a cercare con sapienza i punti più segreti della sua intimità; quindi, all’improvviso e con decisione le strappò via l’indumento e la fece sdraiare sulla sabbia. In un attimo le fu sopra, con la sua terribile spada sguainata.

Cinzia non voleva arrivare a quel punto, ma lui era più forte, ma lei si sentiva bruciare dentro da un fuoco nuovo, ma era una giornata di giugno così calda da non potere resistere a nulla.

Cominciò a piangere, mentre lui si muoveva ritmicamente sopra di lei.

Quando tutto fu finito, e fu finito in fretta, si rivestirono: lei non aveva più le mutandine di cotone: “Mi spiace – le disse il ragazzo – se vuoi te le ricompro. Ora bisogna tornare, è tardi. Anzi, forse è meglio che non ci facciamo vedere insieme: io vado avanti, tu aspetta qualche minuto. Ciao, ci si vede”.

Si allontanò di un passo, poi tornò indietro e la baciò sulle labbra. Cinzia piangeva, ma lui non se ne accorse neppure.

E’ stato bello” le disse e poi le girò le spalle, prese la bicicletta e sparì.

Cinzia rimase seduta sulla sabbia fine che le solleticava le natiche nude.

Fra le mani aveva i residui delle mutandine strappate.

Si sdraiò, sfinita e spaventata da quello che aveva fatto, sulla rena e si addormentò; faceva caldo.

Si svegliò che spuntavano le prime stelle: un cane abbaiava lontano.

Si rendeva conto che, oramai, non poteva più tornare a casa, ma non sapeva che cosa avrebbe fatto.

Era giugno, non c’era in giro nessuno, ed era caldo, troppo caldo anche per pensare: un caldo che ti toglie le forze.

E il fiume era lì, davanti, ed era così fresco…

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Pubblicato da su marzo 9, 2012 in Racconti

 

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