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VOGLIO QUELLO!

04 Mar

VOGLIO QUELLO!

 

Voglio quello, disse Marco fra sé e sé, quello, quello, quello”.

Aveva appena finito di leggere su “Divertimento elettronico”, la rivista che acquistava ogni mese con la sua paghetta, la recensione dell’Olotronic, un videogioco veramente straordinario e innovativo; questo consisteva di una piccola tastiera e uno schermo, non più grandi di un palmare, e di tre microproiettori che andavano installati sulle pareti e sul soffitto di una stanza.

Questi consentivano di proiettare al centro della camera un personaggio olografico in 3D, creato con la tastiera: c’erano, già pronti, fate, moschettieri con cui combattere, indiani e cow-boy a cui sparare o tirare frecce, principesse con cui ballare e poi, naturalmente, una serie di mostri, che piacciono tanto ai bambini; c’erano vampiri, scheletri, licantropi, Hulk, King kong eccetera, ma, soprattutto, c’era l’opzione “Bogus”, che consentiva di creare il proprio personaggio.

Bastava inserire età, altezza, corporatura, colore di occhi e capelli, sesso eccetera e si aveva l’amico immaginario pronto in tre dimensioni.

Scrivendo sulla tastiera lo si poteva far parlare, scegliendo anche il tipo di voce.

Era anche possibile, inserendo la scansione di una fotografia, riprodurre un personaggio reale.

Voglio quello per Natale!”, corse a dire Marco a mamma Ines, che stava preparando il pranzo.

“Beh, vedremo! – rispose la mamma – siamo a maggio ed è un po’ prematuro parlare di regali di Natale. Comunque, sai che, nel limite del possibile, ti abbiamo sempre accontentato”.

Questo per il bambino valeva più di un sì.

Del resto lui era un ragazzino molto buono, non faceva capricci, era bravo a scuola, dove frequentava la prima media, e non piangeva mai: questo era strano, ma fin da quando aveva quattro o cinque anni, Marco non aveva mai pianto.

Non piangeva quando si sbucciava le ginocchia coi pattini o giocando a pallone, non lo fece quando morì Crì Crì, il suo criceto, neppure quando, raramente, veniva rimproverato.

I genitori sospettavano che fosse una forma di pudore e che lui piangesse poi di nascosto: a letto o in bagno.

Felice di quella mezza promessa, che era molto più di mezza, Marco corse in camera sua, prese il suo libricino segreto (un quadernetto con le pagine colorate e, in copertina, il disegno di un panda che, col suo occhio nero, sembrava ammiccargli) e, ricavandoli dal diario scolastico, segno tutti i giorni che mancavano a Natale, ordinati in file di sette: ogni giorno ne avrebbe cancellato uno con una crocetta; quindi, lui che aveva una straordinaria fantasia, tipica dei bambini un po’ chiusi verso gli altri, cominciò a scrivere una serie di sceneggiature di avventure coi personaggi che avrebbe creato.

Ideò perfino un ballo con una giovane principessa: lui si sarebbe messo, per l’occasione, il costume da principe del carnevale di due anni prima, quando era “piccolo” e ancora si mascherava, anche se, oramai, i pantaloni gli arrivavano a metà gamba.

Scrisse per tutto il resto del giorno.

Quella fu la prima volta che non fece i compiti e andò a scuola senza.

Da ultimo ritagliò dalla rivista la recensione del gioco, la piegò, la inserì nel suo quadernetto e mise il tutto sotto il cuscino.

I giorni passavano e non ce n’era uno nel quale Marco non pensasse al suo gioco; le crocette sui giorni aumentavano e i numeri liberi diminuivano.

Finì la scuola, passò l’estate, poi la scuola riprese e venne anche dicembre.

Ai primi del mese mamma e papà, un sabato, cominciarono ad andare in giro per compere e il primo pensiero fu per la richiesta del bambino.

Entrarono nel più grosso negozio di elettronica e videogiochi del centro e domandarono al commesso dell’Olotronic.

Volete scherzare, spero – rispose loro il commesso – è esaurito da mesi!”.

Beh – insistette papà Paride – ma mancano più di venti giorni a Natale, forse lo si può ordinare al distributore”.

Quando dico esaurito, voglio dire che non ce l’abbiamo noi, non ce l’ha il distributore e neppure la fabbrica – replicò l’uomo un po’ seccato – Noi non proviamo neppure a ordinarlo. Se volete provate a girare i negozi: può darsi che qualcuno ne abbia ancora uno in magazzino, magari una prenotazione rinunciata. Ma sarà difficile. Ed ora scusatemi ma ho da fare” tagliò corto e voltò loro le spalle.

Papà e mamma di Marco, quel giorno, si sfiancarono a girare negozi, andarono in due grossi centri commerciali, ma la sentenza era sempre la stessa: esaurito!

Quella stessa sera il padre convocò Marco e gli riferì l’esito delle sue ricerche: “Io continuerò a cercare fino all’ultimo giorno – promise al figlio –proverò a contattare anche dei conoscenti in altre città, ma nel caso che non lo trovassi, vuoi darmi un’alternativa?”

“No, voglio quello!”, fu la secca risposta del bambino e, in dodici anni, era il suo primo capriccio. “O quello, o niente!”.

Marco, non essere irragionevole: come puoi pensare che faccia passare il Natale senza fare un regalo a mio figlio? Ci rimarrei male e mi rovinerei il Natale”.

O quello, o niente!”, tagliò corto Marco e, girate le spalle al padre, se ne andò in camera sua a fare i compiti.

Venne Natale, i giorni sul quadernetto erano tutti cancellati.

Sotto l’albero Marco trovò diversi pacchetti per lui, ma soprattutto quello grosso lo interessava e fu il primo (e unico) che aprì.

Dentro c’era una consolle di ultima generazione, la gioia di qualunque bambino… ma non era l’introvabile Olotronic!

Marco non disse nulla, lasciò lo scatolone e gli altri pacchetti al loro posto e tornò in camera sua.

Il sorriso stampato sulla faccia dei genitori si spense di colpo.

La mamma fece per seguirlo, ma il marito la trattenne per un braccio “Lascialo, deve smaltire la delusione, ma poi gli passerà”.

Passarono un paio d’ore e il padre entrò nella camera buia: il bambino era sdraiato sul letto supino, con le mani incrociate dietro la nuca e lo sguardo perso verso il soffitto; il suo quadernetto segreto era in un angolo della stanza, gettato a terra e aperto.

Marco, so che sei deluso e mi addolora molto, ma ho fatto il possibile e l’impossibile per accontentarti, ma c’è un’altra sorpresa, una cosa che ci chiedevi da anni”.

Così dicendo l’uomo portò davanti le mani che, fino a quel momento aveva tenuto dietro la schiena, e nelle quali reggeva un minuscolo cucciolo vivo; lo appoggiò sul letto, accanto al bambino, e questo subito andò a leccargli il viso.

Il bambino non gli fece neppure una carezza: lo prese con delicatezza, si alzò ed uscì dalla camera, seguito dal padre, poggiò il cucciolo a terra, rientrò in camera e chiuse la porta.

Passò un’altra ora. Da fuori della porta della camera la mamma gli disse “Marco, fra poco arrivano i nonni e gli zii, preparati per il pranzo”.

E gli zii e i nonni arrivarono, carichi di pacchetti, cibarie e panettoni.

Dov’è Marco?”, chiese la nonna.

Ha un po’ di mal di testa ed è ancora a letto, ma arriverà per pranzo”.

Ma Marco non si fece vedere.

Tutti mangiarono, risero, scherzarono, ma in tutti c’era imbarazzo per quella seggiola vuota.

Marco non venne a tavola neppure la sera e neppure il giorno seguente.

Marco, vieni? Marco non fare così, ci stai facendo stare male tutti, ci stai rovinando le feste” gli diceva il padre.

Già, a lui dispiaceva, ma cosa potevano capire loro di quello che quel giocattolo significava per lui?

L’aveva desiderato per mesi, sognato di notte, fatto progetti sul suo uso e tutto era svanito in un momento; com’è che i grandi non ti capiscono, non capiscono che ci sono cose più importanti che mangiare, lavarsi e stare in compagnia.

Al terzo giorno il padre era altrettanto preoccupato, quanto irritato: un bambino di dodici anni non può stare tre giorni senza mangiare, bere, alzarsi dal letto. Oltretutto Marco era gracilino e aveva, quindi poche riserve.

Andò in camera e lo prese di forza per un braccio: “Adesso la smetti di fare i capricci, vieni di là e mangi!”.

Il bambino si sedette a tavola, ma non toccò cibo: aveva lo sguardo perso, due occhiaia bluastre e le labbra secche e screpolate.

La mamma corse via piangendo; il cucciolo gli saltellava fra i piedi squittendo e scodinzolando, ma Marco sembrava non accorgersene.

A un certo punto fece per alzarsi; il ceffone del padre, il primo in dodici anni, lo fece finire a terra (non che fosse così forte, ma il bambino era sfinito).

Mamma Ines intervenne: “No, non picchiarlo: non vedi che sta già male di suo?”.

Bene – replicò l’uomo, reso furioso dalla preoccupazione e dall’impotenza, alzando il bimbo per un braccio e rimettendolo a sedere – però non ti alzi di qui finché non hai mangiato!”.

Passò il pomeriggio, la sera, venne notte; Marco stava immobile da ore, la braccia abbandonate lungo i fianchi, lo sguardo fisso: pareva che neppure respirasse.

Alle tre del mattino il padre gli disse, con un filo di voce, “Vai, vattene a letto”.

Anche lui era sfinito.

Mentre Marco si avviava verso la sua camera, lo sentì singhiozzare.

Poi, dalla sua camera, dal suo letto, nel quale giaceva senza dormire dal giorno di Natale, udì la madre e il padre che piangevano insieme.

Si alzò e andò in bagno; i genitori lo udirono e lo seguirono, a piedi nudi, trattenendo il fiato dietro la porta chiusa.

Sentirono lo sciacquone del Water e, poi, l’acqua che scorreva nel lavabo.

Forse sta bevendo”, disse la madre al marito, e fece una cosa della quale si vergognava: si chinò a guardare dal buco della serratura.

Che fa?” chiese papà Paride.

Si sta lavando la faccia – rispose la donna – sta piangendo”.

E’ la prima volta che lo fa” commentò, perplesso l’uomo.

Era il segno che l’aveva proprio presa brutta. Sentì la rabbia montargli alla testa per tutta quella faccenda assurda, per il suo unico figlio che stava così male, male dentro, per un maledetto, stupido giocattolo che non si trovava. Il giorno seguente avrebbe messo un annuncio sul giornale e glielo avrebbe trovato, a qualsiasi costo, anche se sentiva che qualcosa d’irreversibile era successo e che nulla e nessuno avrebbe cancellato quei giorni d’inferno.

Marco alzò gli occhi dal lavandino e si guardò allo specchio, ma non si vide; vide un altro bambino, con gli occhi incavati, uno brutto e cattivo, che faceva i capricci, che faceva piangere mamma e papà, che era così più forte di lui da fargli fare quello che voleva e lo odiò con tutto il cuore, al punto da tirargli una testata in faccia (una “capata”, avrebbe detto il suo amico Michael).

Nel silenzio della notte si udì chiaramente il rumore di vetri rotti e il tonfo seguente.

Mio Dio, Paride: il bambino!” urlò Ines e si precipitò al bagno, mentre dall’appartamento accanto qualcuno bussava contro il muro. Fortunatamente non c’era la chiave.

Il bambino era a terra, svenuto, in mezzo alle schegge dello specchio, con un taglio in fronte che sanguinava copiosamente. “E’ svenuto ed è caduto contro lo specchio – ipotizzò il padre – presto, mettiti qualcosa che lo portiamo in ospedale”.

Mentre l’uomo guidava in silenzio e con mille pensieri che si affollavano nella testa, la moglie, con in braccio il bambino sempre privo di sensi, gli tamponava la ferita con un fazzoletto, oramai completamente intriso di sangue.

Il dottore uscì dalla sala visite; la coppia gli si fece incontro.

La ferita ha richiesto quattro punti, ma non è preoccupante; la TAC non ha mostrato alcun danno. Piuttosto, il bambino è molto deperito e disidratato”.

Non mangia da quasi quattro giorni”, dissero all’unisono i genitori del bambino.

Quattro giorni? Ma che razza di genitori siete? Cosa pensate, che sia un bambino o un fenomeno da Guiness? Lo devo ricoverare subito, prima che s’inneschino dei processi irreversibili!”, concluse il medico girando loro le spalle. I genitori guardavano, dalle loro seggiole d’alluminio, il bambino nel letto: solo ora si accorsero di cosa aveva perso; pareva che nel letto ci fosse solo la testolina sul cuscino e sotto le lenzuola il nulla. Paride uscì di corsa: doveva mettere l’annuncio.

Nel pomeriggio Marco si strappo la flebo reidratante, alla quale era stata aggiunta albumina per ridargli un po’ di energia.

Furono costretti ad alzare le sponde del letto e legargli i polsi a queste con cinghie imbottite.

Arrivò un’infermiera con un piatto di puré e prosciutto, ma Marco non apriva la bocca, allora la donna, aiutata da un collega, gliela aprì a forza e infilò una cucchiaiata nella piccola bocca.

Marco la sputò.

Rifecero l’operazione, questa volta usando una manovra che lo costrinse a deglutire.

Non passò un minuto che Marco vomitò tutto; continuò coi conati per oltre venti minuti, ma non aveva nello stomaco che un misero cucchiaino di puré, per cui riusciva solo ad emettere terrificanti rumori e un liquido verdastro: pareva una scena de ”L’esorcista”.

Mamma Ines scappò in corridoio singhiozzando, mentre il marito tornava dal giornale dove aveva messo l’anniuncio.

Marco era sotto flebo e sedativi da giorni, senza risultati, quando il padre, la barba lunga e la camicia stropicciata, arrivò in ospedale con lo scatolone dell’Olotronic.

Carezzò la testa del bambino, sfiorandola, perché gli pareva divenuto così fragile, che avrebbe potuto rompersi.

Guarda, amore, papà te l’ha trovato, papà mantiene le promesse, ma ora tu devi guarire per poterlo usare!”.

Perché, perché non capivano, pensò il bambino in uno sprazzo di lucidità, perché non capivano quello che aveva capito lui?

Lui aveva capito che non era il gioco, era la vita che t’illude e poi ti delude, che ti fa aspirare a cose che non raggiungerai mai, che ti frega e ti fregherà sempre e comunque: sarebbe stato così per tutta la vita..

E poi lui aveva visto quell’altro bambino che viveva nello specchio, quello che faceva soffrire le persone che lo amavano e non aveva mai smesso di odiarlo.

Mamma e papà avrebbero pianto ancora, ma sarebbe stata l’ultima volta.

Quello stesso pomeriggio, nella penombra della stanzetta bianca, mentre mamma era andata a casa per cambiarsi, con le ultime forze Marco inarcò la schiena ed afferrò con i denti il tubo della flebo, ma questo era fissato col cerotto al braccio e non riuscì a sfilarlo, così, con uno sforzo immane e doloroso, cominciò a rosicchiare il tubo, finché sentì in bocca il dolce del levulosio e del proprio sangue.

Poi, esausto, si abbatté sul cuscino.

Non ci volle molto perché il sangue che usciva e l’aria che entrava facessero il proprio dovere.

L’infermiera suonò l’allarme e il medico corse, mentre stavano arrivando anche Paride e Ines: loro avevano capito da giorni…

Il dottore gli poggiò lo stetoscopio sul torace, poi scosse la testa e lo coprì col lenzuolo.

Perché?” disse a nessuno.

Per uno stramaledetto giocattolo” rispose l’uomo ai fantasmi della stanza.

 

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Pubblicato da su marzo 4, 2012 in Racconti

 

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