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IL GIORNO CHE SONO MORTO

29 Feb

IL GIORNO CHE SONO MORTO

 

Credete che possa mai scordare il giorno che sono morto? Era un tiepido mattino di metà aprile, per la precisione il diciotto, del secondo anno del nuovo millennio.

Capitano quelle giornate che tutto va storto fin da quando ci si sveglia: intendiamoci, fino a quel momento nulla di particolare, ma piccoli contrattempi, di quelli che ti mettono di malumore e t’innervosiscono, non predisponendoti ad avere un buon impatto col giorno che ti saluta, anzi, anch’esso sembra prenderti in giro.

Prima la sveglia con la pila scarica, così ti alzi tardi, poi lo zucchero finito, tanto per non farti bere neppure il caffè, poi il tipico bottone della camicia che salta, e infine le chiavi della macchina dimenticate in casa, così da costringerti a risalire i tre piani a piedi, aumentarti il ritardo col quale ti stai recando al lavoro; solo che io al lavoro non ci arrivai mai.

La macchina davanti alla mia era la classica vecchia berlina grigia, grigio scuro, non metallizzato, guidata da un uomo anziano con cintura e bretelle e, ovviamente, il cappello e gilè di lana: il tipo ultra prudente che viaggia in mezzo alla strada a trenta all’ora, infischiandosene se tu sei in ritardo. Poi, quando tentai di sorpassarlo, ovviamente, decise di svoltare, senza freccia, urtandomi la portiera. A questo punto scesi dalla macchina furibondo: non riuscivo neppure ad insultarlo, tanta era la rabbia, poi, all’improvviso, quella fitta alla tempia terrificante, giusto il tempo di accorgermi di cadere e un velo nero mi scese davanti agli occhi.

Ero morto.

Suppongo che l’ambulanza, che fortunatamente era a una cinquantina di metri da lì, mi abbia trasportato comunque all’ospedale, ma non so quanti e quali tentativi di rianimazione abbiano effettuato i volontari che c’erano a bordo.

Poi, ad un tratto, il velo nero si è alzato all’improvviso ed ho visto quella luce accecante: era un tunnel profondissimo, e più cercavo di guardare verso il fondo più la luce era di un bianco e di un’intensità mai visti.

Una volta, quando ero vivo, ero stato con degli amici a Gardaland: al termine del viaggio nel tempio egizio c’era anche lì un tunnel di luce, ma quella era artificiale, provocata da un laser blu con effetti di fumo.

Questa, invece, era bianca e l’atmosfera era così limpida che si poteva vedere il tunnel per chilometri, forse fino all’infinito.

Ricordavo vagamente la mia morte, ma non me ne preoccupai più di tanto: quella luce era troppo bella e mi attirava troppo perché potessi interessarmi delle miserie della mia precedente vita terrena. Così m’incamminai verso la profondità di quel tunnel. Sapevo di essere a piedi nudi, ma la sensazione era piacevolissima, era… morbido, come una schiuma che non bagna, un’ovatta che non fa il solletico. Poi iniziò la musica, non capivo quali fossero gli strumenti che la suonavano, né le parole del coro che questa accompagnava, ma era dolcissima, tanto che mi misi a piangere dalla commozione…

 

Ehi, sta piangendo, o almeno gli scendono delle lacrime, presto, defibrillatore, forse c’è ancora una speranza.

 

…prima la luce, poi la musica, era tutto così bello, stavo bene, ero felice come mai non lo ero stato nella mia vita precedente.

 

Ora sorride, è un rigor mortis ben strano! – Taci e fagli l’adrenalina intracardiaca o lo perdiamo definitivamente.

 

…e poi lo vidi, la creatura più bella che si possa immaginare, anzi, non si può concepire tanta bellezza, e me ne innamorai subito, anche se non capivo se era uomo o donna, ma non m’importava: ricordo i lunghi riccioli biondi, ma più che capelli sembravano trucioli di lana dorata, e quegli occhi di un blu incredibile e poi vidi le ali azzurre che gli spuntavano dal lungo camice che indossava…

 

Dai, torna da noi, se piangi, se sorridi, puoi anche respirare, coraggio, aiutaci, torna da noi

 

…“Torna da noi”, sentivo che mi chiedevano, ma non ne avevo la benché minima intenzione: stavo troppo bene dov’ero, con quella luce, quella musica e quella creatura così bella da vedere.

Senti, ti chiamano, non è ancora il tuo momento, vai dunque”, mi disse la creatura, e la sua voce era quel canto dolcissimo e quella musica meravigliosa, non sentivo le sue parole con le orecchie, ma con il cuore. “No, risposi piangendo, ti prego, fammi restare con te, ti amo!”. “Non è possibile, devi andare, ma ci rincontreremo, tanto il tempo non conta ora e non conterà poi”.

Sentivo una forza negativa che mi risucchiava indietro: cercai di afferrare la creatura che ora mi aveva girato le spalle, ma riuscii solo ad aggrapparmi a una piuma delle sue ali che mi rimase in mano e cominciò a sanguinare: l’essere si girò e mi guardò con un dolore e una tristezza infiniti, ma senza risentimento.

Ne rimasi sgomento, tanto che cessai di fare resistenza e volai letteralmente indietro…

 

Eccolo, è tornato, respira e il cuore batte, ce l’abbiamo fatta, l’abbiamo richiamato”. Queste parole ora le ascoltavo di nuovo con le orecchie, vidi bianco e pensai che fosse di nuovo il mio amato, ma era solo il camice del dottore. “Perché, perché mi avete richiamato, mormoravo, c’era il tunnel, la luce, la musica…”-

Certo, mi disse con dolcezza il dottore, il tunnel di luce si chiama fenomeno di Kübler – Ross, succede quando il sangue ricomincia a circolare e riporta ossigeno al cervello, sei sempre stato con noi, solo che non respiravi e il cuore non batteva”, concluse.

Pensai che forse era vero, forse aveva ragione il dottore, anche se quello che avevo provato era troppo reale.

Ero debole, ma sentii che avevo qualcosa nella mano destra: quando finalmente tutti se ne andarono e mi lasciarono solo scostai a fatica il lenzuolo e guardai: era una piuma azzurra con una goccia di sangue, troppo grossa per essere uscita dal materasso o dal cuscino.

Forse non ho detto che il mio lavoro è quello di bibliotecario al museo di storia naturale: ho mostrato la piuma a un ornitologo che conosco; dopo alcuni giorni di ricerche ha confessato che non aveva la minima idea di quale uccello avesse una piuma così atipica e di quel tono di azzurro: nessuno, per lo meno, che lui conosceva o che avesse trovato sui libri che aveva consultato. “Sarà una piuma d’angelo”, mi disse ridendo.

“Già, forse è proprio una piuma d’angelo”, gli risposi.

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Pubblicato da su febbraio 29, 2012 in Racconti

 

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