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QUANDO MUORE UN CANE

24 Feb

QUANDO MUORE UN CANE

 

Da quanto tempo era là? Non lo sapeva.

Stava morendo, questo l’aveva capito.

Ne aveva visti altri morire, per questo si rendeva conto di cosa gli accadeva.

Ma com’era successo? Cominciava a ricordare qualcosa: la strada, l’urto. Eppure era sempre stato attento ad attraversare.

Ma allora sperava ancora in qualcosa: un padrone, una compagna, dei cuccioli.

Poi aveva capito che non basta essere cani se non si sa esse­re anche lupi.

I lupi si sanno difendere, sanno reagire.

I cani vengono solo scambiati per lupi, evitati, scacciati e non sanno che fare.

Da quando aveva capito non gli era im­portato più nulla, neppure di stare attento alle auto. Perché vivere? Per fuggire all’accalappiacani, per avere ogni giorno il problema del cibo e di un tetto, per evitare calci e angherie?

No, non valeva la pena neppure di girare la testa nell’attraversare la strada, se era solo per questo.

Faceva un po’ fatica a ricordare, il dolore era grande, ricor­dava l’ urto, tremendo, il suo volo nel fosso, ricordava in un tempo lontano (o vicino?) una mano che l’aveva accarezzato.

Ma doveva essere stato molto tempo prima, altrimenti avrebbe guardato arrivare l’auto. Ricordava alcuni volti un tempo  amici e li pensava lontani, felici: e lui stava morendo.

Altro tempo era passato, forse si era appisolato.

Il dolore era un po’ meno forte.

Era riuscito a trascinare la sua schie­na spezzata al margine della strada: ora la gente poteva ve­derlo, ma non lo guardava neppure, non lo aiutava.

Stava mo­rendo e non gli importava, eppure si aggrappava ancora alla vita.

Aveva sentito dire che quando un cane muore sente una musica dolce, vede una gran luce, un prato con cani felici che giocano senza preoccupazione, e tutti sono buoni con lui.

Sulla strada passavano le auto; il loro rumore prima lo faceva soffrire, anche se ora sentiva molto male i rumori, lontani, sof­focati.

Però la musica non c’era.

Sentiva il sole caldo battergli sulla pelle, eppure vedeva la sua luce andare via piano, piano. Stava morendo.

E dov’ era, invece, la grande luce, il prato?

Stava andando via piano la sua luce e percepiva che dietro c’ era solo il buio, il silenzio, il nulla.

Anche i parassiti l’avevano abbandonato.

Si fermarono due ragazzi: uno lo accarezzò.

A fatica aprì gli occhi, ma vedeva poco più che ombre.“Ha la schiena spezzata: che facciamo?” “Lascia stare, ormai è finito: andiamo.”

No, restate, pensava, così sarebbe meno brutto, con qualcuno vicino.

Non li sentiva più, non li vedeva.

Era il silenzio, era il buio.

E prima di morire s’accorse e capì che l’avevano ingannato, che dietro non c’era che il nul­la.

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Pubblicato da su febbraio 24, 2012 in Racconti

 

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