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UNO SCONFINATO NULLA

16 Feb

UNO SCONFINATO NULLA

 

Jimmy era solo un guardiamarina, non certo un eroe, né tantomeno un fanatico patriota o un esasperato nazionalista: era stato solo l’uomo giusto nel momento giusto o, se si vuole, l’uomo sbagliato nel momento sbagliato.

Era in città il giorno della festa, quello in cui ci sarebbe stato il discorso del presidente; era in licenza, la prima concessagli dopo sei mesi dal momento dell’arruolamento in marina, troppo breve per tornare fino a casa, salvo che se avesse preso un aereo, ma lui i soldi per il biglietto non li aveva e in treno si sarebbe mangiato l’intera licenza per il solo viaggio, così si limitò a un giro in città.

Lui non voleva neppure entrare in marina: avrebbe preferito l’aviazione, voleva fare l’astronauta fin da quando era piccolo, da quando aveva visto i filmati dello sbarco sulla luna: “Questo è un piccolo passo per l’uomo, ma un grande passo per l’umanità…”.

Dio! Cosa avrebbe dato per farlo lui quel passo: aveva pianto ogni sacrosanta volta che aveva rivisto quelle immagini.

Ma i posti in aeronautica erano pochi, lavoro al suo paese non ce n’era e così aveva accettato l’arruolamento in marina.

Ora girava con la sua divisa addosso per le strade affollate di gente festante, di bambini con la bandierina a stelle e strisce in mano; in fondo si annoiava un po’, ma fra breve avrebbe visto il presidente a poche decine di metri ed era un’occasione irripetibile, qualcosa da raccontare al paese, un paese di contadini e mandriani che forse non avrebbero creduto che lui aveva veramente visto il presidente dal vivo, che era stato con lui nella medesima piazza.

E il presidente salì sul palco e salutò la folla: salutava anche lui! E tutti gridavano, applaudivano, fischiavano di gioia e poi, all’improvviso, l’uomo accanto a lui estrasse una pistola e Jimmy, senza neppure pensarci, d’istinto, gli prese il braccio, gli spostò la mira verso il basso prendendosi anche una pallottola in una coscia.

Fu un attimo e gli agenti in borghese furono addosso ad entrambi, mentre la gente urlava il proprio panico; svenne.

Si svegliò alla luce abbagliante e fredda di un ospedale ed accanto al suo letto c’era lui, il presidente! Questa sì era da raccontare al paese, a questa avrebbero dovuto credere, perché c’erano le fotografie su tutti i giornali e i fotografi erano lì, nella sua stanza d’ospedale a immortalare la stretta di mano dell’uomo più potente del mondo a lui, al guardamarina Jimmy, quello che veniva da un posto dove c’erano più vacche che abitanti.

Poi tutti furono fatti uscire e lui rimase da solo  insieme all’uomo che aveva salvato e a quei due con gli auricolari sulla porta, ma loro non vedevano e non sentivano nulla.

Il presidente gli parlò, lo ringraziò, si congratulò per il suo coraggio, si dispiacque per la sua ferita, s’informò delle sue origini, della sua famiglia e poi gli domandò se aveva un desiderio esaudibile ed allora lui glielo disse, glielo confessò che non voleva fare il marinaio, ma l’astronauta ed andare nello spazio, fosse pure l’ultima cosa della sua vita.

E il presidente gli sorrise e gli disse: “Vedremo…”.

Tre anni erano passati: la gamba era guarita perfettamente, l’addestramento completato e lui non era più un guardamarina, ma un astronauta ed entro sei mesi sarebbe partito per la stazione spaziale orbitante: il suo sogno, la realizzazione della sua vita, delle sue fantasie infantili.

Puntualmente dopo sei mesi, alla data stabilita, ci fu il lancio.

Mio Dio, che emozione: pareva che il cuore gli schizzasse fuori dal petto quando il razzo lasciò la rampa, quando si staccò liberando lo shuttle, quando gli apparvero i mari e le terre dall’alto e poi le nuvole e poi la terra laggiù, sempre più lontana.

Il cuore si calmò per lasciar spazio alle vertigini e tutto gli parve irreale e poi c’era quel buio cosmico, quel nulla tutto intorno che lo opprimeva.

Era allo stesso tempo bello e terribile, bello come aveva immaginato, terribile come non avrebbe mai supposto.

Poi lo shuttle attraccò alla stazione spaziale e si trasferì coi suoi compagni di viaggio su quella; lui non era lì come turista: lassù doveva lavorare e così  iniziò subito il compito affidatogli e scordò gioie ed angosce.

E i giorni passarono in quel freddo buio, in quel nulla con stelle e pianeti così lontani, col suo paese non più raggiungibile né in aereo, né in treno, ma era sicuro che da laggiù la sua mamma avrebbe guardato verso l’alto, avrebbe, magari, pianto e pregato, ma lo avrebbe vegliato e protetto

I giorni si alternarono ai giorni, le settimane alle settimane, i mesi ai mesi, senza sole e senza pioggia, senza mercoledì e domeniche, senza libere uscite, perché da lì non si poteva uscire: si poteva solo tornare alla fine del turno e lui non era ben sicuro se voleva tornare o affrontare ancora l’ignoto e se stesso.

E il turno finì, ma c’erano stati dei problemi e non era pronto il nuovo gruppo e quello vecchio doveva tornare ed allora chiesero se almeno uno voleva offrirsi volontario per rimanere lassù da solo, pochi giorni, il tempo dell’arrivo di quelli nuovi.

E con la stessa istintività di quando aveva salvato il presidente, Jimmy si offrì e rimase solo; solamente quando gli altri furono partiti il giovane si rese conto di cosa volesse realmente dire essere solo.

A volte, quando era bambino, la mamma lo metteva a letto e gli spegneva la luce e lui, al buio, sentiva i genitori attaccare i cavalli al carretto ed andare in paese al saloon a divertirsi: aveva paura, sentiva in lontananza i coyote, o forse solo dei cani randagi, ululare, le mucche nella stalla ogni tanto fare un sordo muggito; era solo, ma sapeva che c’era vita là fuori: vita non pericoli e quei suoni, quei rumori abituali gli erano di compagnia più della flebile luce che filtrava da sotto la porta, quella della candela davanti all’immagine del Cristo che c’era in cucina.

Qui era diverso, non c’erano animali selvatici, non c’erano animali domestici  o bestiame o vicini di casa: c’era un silenzio assordante, uno sconfinato e buio nulla nel quale si annidava il terrore dell’ignoto.

Si fece un giro per la stazione, anche in quei locali che prima gli erano preclusi, poi provò il collegamento radio: tutto regolare.

Riusciva perfino a vedere la terra, una pallina da golf colorata di blu lontana, ma che lo rassicurava sul fatto che laggiù c’era sempre la sua casa, c’era la sua gente; probabilmente al suo ritorno non avrebbe confermato il proprio arruolamento: avrebbe smesso la divisa e si sarebbe cercato un lavoro, fosse pure quello di accudire il bestiame al suo paese.

La sua occasione, la sua esperienza, l’aveva vissuta e questa gli sarebbe bastata per tutta la vita, poi avrebbe trovato una ragazza da sposare, con la quale fare dei figli ai quali raccontare che aveva salvato la vita al presidente e che era stato nello spazio: chissà se gli avrebbero creduto? Ma c’erano le fotografie a testimoniarlo, che diamine!

L’ultima comunicazione che aveva avuto con la terra gli aveva preannunciato un ulteriore ritardo di qualche giorno, altri giorni ancora da passare lassù da solo: era un po’ noioso non parlare con nessuno e a volte cantava unicamente per sentire il suono della propria voce.

Fu dopo qualche giorno dall’ultima comunicazione che sentì per la prima volta quel rumore, qualcosa che picchiava contro la parete della stazione; pensò a micro – meteoriti, anche se la regolarità del rumore aveva qualcosa di più inquietante; la zona d’attracco dell’astronave era ancora vuota.

Guardò per l’ennesima volta dall’oblò della porta e vide solo buio e nulla più, ma poi si ripeté ancora quel rumore, come se qualcuno bussasse alla porta: toc – toc e poi toc – toc – toc, qualcuno stava bussando, nascosto nel buio cosmico, ma là fuori non c’era nulla, NON POTEVA ESSERCI NULLA!

Controllò di nuovo la piattaforma d’attracco dello shuttle: vuota, non c’era nessuno a fargli uno scherzo, ma ancora una volta sentì bussare al portello e fu allora che lo sconfinato nulla si trasformò in uno sconfinato orrore e Jimmy cominciò ad urlare di terrore.

 

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Pubblicato da su febbraio 16, 2012 in Racconti

 

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