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UFFICIO ANAGRAFE

12 Feb

UFFICIO ANAGRAFE

Dario, quel venerdì, aveva diverse commissioni da fare. Anzitutto doveva vedere i suoi amici Flavio e Diego, per andare ad acquistare i biglietti per lo stadio (la domenica ci sarebbe stata una partita cruciale), poi doveva recarsi all’anagrafe per un certificato e, infine, avrebbero concluso la giornata in pizzeria.

La prima tappa fu il bar dove vendevano i biglietti: c’era coda, ma alla fine riuscì ad accaparrarsi gli ultimi tre, ma intanto si era fatto tardi e rischiava che l’anagrafe chiudesse.

Arrivò all’anagrafe che mancavano dieci minuti alla chiusura. Allo sportello scoprì che era mai nato e gli consigliarono un ufficio dove avrebbero rintracciato il suo estratto di nascita originale; l’usciere gli avrebbe indicato la strada. L’uomo era al suo posto: Dario gli domandò dell’ufficio e questi gli rispose: “Guardi, prenda il secondo corridoio a destra, in fondo troverà una scala: salga al terzo piano, purtroppo l’ascensore è guasto, per cui dovrà salire a piedi, poi vada in fondo al corridoio e giri la penultima a sinistra; faccia ancora l’intiero corridoio, prenda la scala di destra, salga altri due piani, vada diritto e giri al terzo corridoio a destra: la quinta stanza è quella che cerca, ma si sbrighi, perché fra poco si chiude!”. “Bella battuta, pensò, mi hai fatto la mappa dell’isola del tesoro e pretendi che mi sbrighi! Sarà già tanto se non mi perdo!”.

Non sapeva quanto aveva ragione.

Salì al terzo piano, poi cercò di ricordare il corridoio giusto: forse l’aveva azzeccata, perché trovò una scala; salì due piani… e si trovò in un’ala completamente deserta, fatta di uffici in ristrutturazione.

Invece di tornare sui suoi passi proseguì, cercando il terzo corridoio… a destra o sinistra? Provò quello di destra, ma era ostruito da fogli di cellophane, allora proseguì in cerca di un altro corridoio.

Intanto sentì, in lontananza, una sirena, guardò l’orologio e si accorse che l’ora di chiusura era passata da sei minuti: al diavolo il certificato, ora l’importante era uscire prima che se ne andassero tutti.

Gli venne in mente una cosa buffa: la scena di un film di Fantozzi in cui gli impiegati, alla chiusura, si lanciavano da scivoli, si calavano dalle finestre, e facevano a gara a chi usciva prima.

Se fosse stato più o meno così, era fregato: avrebbe trovato le porte chiuse; ma no, sicuramente c’era un sorvegliante che avrebbe fatto un giro d’ispezione.

Certo avrebbe fatto la figura dello scemo, ma non importava: bastava uscire da quello che cominciava a diventare un vero incubo. Cercò di tornare per la strada dalla quale era venuto, ma doveva aver sbagliato qualcosa, perché si trovò davanti una porta sbarrata.

Altra strada, altra porta chiusa. Si rassegnò a oltrepassare il cellophane e in fondo al corridoio in ristrutturazione trovò una scala; scese, anche se non ricordava il numero di piani che aveva risalito prima. Si ritrovò in uno scantinato che puzzava di muffa.

Fra i piedi gli sfrecciò un topo sicuramente più grosso della sua gatta, ma proseguì fino in fondo.

La luce andava scemando e lui non aveva neppure un accendino per farsi un po’ di chiaro. “Se riesco ad arrivare ad un ufficio, pensò, troverò un telefono e chiederò aiuto al 113”: altra bella figura da scemo, come quella volta da ragazzino che, uscendo dal teatro al quale si era recato con la scuola, volle attraversare il parco Sempione per fare prima e vi rimase chiuso dentro.

Allora aveva sentito il terrore impadronirsi di lui ad ondate, finché aveva trovato un falegname in uno scantinato che gli aveva indicato una strada per uscire dal parco scavalcando dei tavolini di un bar, senza bisogno di mobilitare l’intera forza pubblica di Milano.

Finalmente trovò un altro scalone, risalì e si ritrovò in un corridoio di uffici: provò tutte le porte, ma erano chiuse a chiave. Provò a spingere, a prenderle a spallate: nulla da fare.

L’edificio era vecchio e le porte robuste, non quelle carte veline che fanno ora.

Cercò un allarme antifurto o antincendio, ma si era fatto veramente buio e faticava a vedere. I corridoi, oltretutto, erano privi di finestre, altrimenti avrebbe potuto chiedere aiuto ai passanti. “Quei due scemi dei miei amici, pensò, non è che mi vengono a cercare: a quest’ora se ne saranno già andati. All’inferno anche loro!”. Si sedette per terra e, sfinito, si addormentò.

Si risvegliò in piena notte: la luce dell’orologio gli indicò che erano le quattro meno dieci.

Non poteva fare nulla, perché c’era troppo buio, così cercò di riaddormentarsi senza successo.

Tirò le sette, cercando di calmarsi e stabilire cosa avrebbe fatto l’indomani.

La cosa più urgente era trovare un bagno: il freddo della notte gli aveva stimolato i reni. Ma se non era stato capace di trovare l’uscita, figuriamoci un bagno.

Così ridiscese nei sotterranei e qui orinò contro il muro aggiungendo puzza a puzza, ma almeno quel problema era risolto.

Certo, se avesse avuto con se carta e penna, avrebbe potuto disegnare una mappa, così da non ripercorrere la strada già fatta.

Cercò di risalire, ma non trovò più la strada: c’erano corridoi, e altri corridoi e porte chiuse e sempre più desolazione.

Non poteva rassegnarsi ad aspettare il lunedì: era solo sabato, aveva fame e sete e in tasca i biglietti per la partita e, se non fosse riuscito ad uscire, Flavio e Diego l’avrebbero spellato vivo, con quello che avevano speso… Girò tutto il giorno per lo scantinato, pianse e urlò fino a farsi bruciare la gola, poi riprese a camminare.

A sera si addormentò in mezzo ai topi, alla puzza di chiuso, di vecchio, della sua urina e del suo sudore nervoso.

La domenica riprese a girare per i corridoi, ma oramai senza raziocinio: la sua mente cominciava a vacillare. Tutto ciò era assurdo: non si era perso in una giungla, ma in un ufficio pubblico di Milano! Prese a percorrere lo stesso corridoio avanti e indietro, ridendo e piangendo e venne lunedì e la partita era finita e Dario non fu mai più ritrovato…

…si svegliò sudato fradicio: che incubo! Sempre così, quando doveva fare qualcosa che si allontanava un poco dal suo tran – tran.

Dopo pranzo, superato lo shock dell’incubo, si incontrò con gli amici per andare ad acquistare i biglietti: c’era coda, ma riuscì a rimediare gli ultimi tre, anche se erano posti più cari di quelli che avrebbero potuto permettersi: “Guarda che la differenza la paghi tu”, lo apostrofarono i due amici. “Non mi sbriciolate le palle o me li tengo e li rivendo a bagarinaggio”, rispose.

Loro fecero spallucce e la faccia offesa, poi scoppiarono a ridere: “Sbriciolare le palle! E questa dove l’hai presa?”, disse Flavio e tutti e tre risero di nuovo.

Risolto il problema biglietti, Dario corse, seguito dai due amici, all’anagrafe: mancavano dieci minuti alla chiusura. Allo sportello nel salone scoprì che non risultava essere mai nato: gli consigliarono un ufficio dove avrebbero rintracciato il suo estratto di nascita originale; l’usciere gli avrebbe indicato la strada.

A questo punto cominciò a sudare.

L’usciere era al suo posto ed assomigliava tremendamente a quello del suo sogno: forse l’aveva già visto e la sua fisionomia gli era rimasta nella memoria.

Domandò dell’ufficio del quale aveva bisogno e l’uomo gli rispose: “Guardi, prenda il secondo corridoio a destra, in fondo troverà una scala: salga al terzo piano: purtroppo l’ascensore è guasto, per cui se la dovrà fare a piedi, poi vada in fondo al corridoio e giri la penultima a sinistra… fu allora che Dario cominciò a urlare: urlava ancora quando gli infermieri lo portarono via.

Fuori i suoi amici Diego e Flavio aspettavano Dario coi loro preziosi biglietti.

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Pubblicato da su febbraio 12, 2012 in Racconti

 

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