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L’UOMO CHE RACCOLSE UN ANGELO

08 Feb

L’UOMO CHE RACCOLSE UN ANGELO

La strada per arrivare a casa era ancora lunga e il viaggio di lavoro non era stato, né era tuttora piacevole: c’era una leggere e fastidiosa nebbiolina, i campi brulli d’inverno ai lati dalla strada erano spolverati di una neve grigiastra e la sera aveva rubato precocemente il posto al giorno per regalarlo alla notte incombente.

Con quelle condizioni, quella temperatura, c’era anche il rischio che si formasse ghiaccio sulla strada, ora che il traffico era scemato fin quasi a zero e non c’era più l’attrito delle ruote a tenere pulita, per quanto possibile, la strada.

Tornare a casa: e per trovare che cosa? Freddo, solitudine, nulla, ora che lei se n’era andata portandosi via anche Peggy, la loro gatta.

Era triste pensare di dover viaggiare per guadagnare, di farlo in quelle condizioni e poi non avere in cambio che grigiore e noia nella sua vita.

Ai lati dalla strada, con regolarità, sfilavano alberi spogli con rami simili a moncherini di mendicanti imploranti, poi il fossato e i campi con poche stoppie a forare la coltre nevosa.

Pareva un paesaggio siberiano e non ci si sarebbe meravigliati a vedere verso l’orizzonte, accorciato dall’oscurità serale, branchi di lupi ululanti la loro fame e in cerca di qualche improbabile preda.

Gianfranco guidava così: un occhio alla strada deserta, uno ai campi ai lati di questa, forse in cerca di una novità come da sempre cercava pure nella sua vita.

All’improvviso gli parve che quella non fosse una strada, ma una metafora di questa.

Fu allora che notò la cosa nel campo, quella sagoma scura sopra la neve; un cane investito? Improbabile: troppo grande e troppo lontano dalla strada, per forte che avesse potuto essere l’urto di una macchina, non avrebbe potuto far volare a oltre cento metri un corpo di quelle dimensioni.

D’altra parte non era zona di cervi o animali simili e poi, non scherziamo, non c’erano lupi, non c’erano predatori e se anche ci fossero stati cani randagi non avrebbero abbandonato la loro preda prima di aver finito il banchetto.

Gianfranco fermò la vettura, ma lasciò il motore acceso per mantenere il riscaldamento: ci dovevano essere parecchi gradi sotto zero e quella sagoma. Qualsiasi animale fosse, non poteva certo essere viva a quella temperatura, eppure c’era una forza dentro di lui che lo spingeva ad andare a controllare.

In fondo, non ci aveva ancora pensato, ma avrebbe persino potuto trattarsi di  una persona, magari un senzatetto o uno straniero senza casa, sopraffatto da freddo e fame, forse da sfinimento.

Mise le quattro frecce, posizionò il triangolo e indossò il giubbino rifrangente, perché lui era così, rigoroso anche quando non c’era nessuno ad imporglielo o a controllare.

Prese anche dal cruscotto una torcia elettrica e si accertò che funzionasse ancora: sono quegli oggetti che non si usano mai e quando lo si fa non vanno, magari perché si sono scaricate le batterie.

Con un breve salto fu al di là del fossetto e si addentrò nel campo, con la neve che cominciava ad entrargli nelle scarpe, ad inzuppargli i calzini.

S’avvicinò timidamente alla massa informe, con un po’ di timore: non aveva pensato che se fosse stato un animale ferito, questo poteva anche essere pericoloso.

Poi si sentì stupido, come quella volta al mare, da ragazzo che si era buttato dalla barca ritenendo di aver avvistato una rara conchiglia alla deriva, per poi scoprire, fra le risa degli amici, che era una vecchia lampadina; probabilmente anche quella forma era solo un mucchio di stracci abbandonato e lui era l’eroico paladino cha andava a salvarli!

E invece no, non erano stracci, intravide un volto bianchissimo ed alcuni riccioli biondo – oro sfuggire dalla loro copertura.

Mio Dio! Ma quanto era bello quel volto! E quanto, però, sgraziato il corpo: dal rigonfiamento dietro le spalle quella meravigliosa creatura, talmente bella da non averne ancora neppure individuato il sesso, aveva un grosso rigonfiamento, probabilmente una gobba; quale ingiustizia accorpare il bello e il deforme!

Scostò parte del drappo che ne copriva il capo e si protese verso il volto pallido per carpirne un segno di vita un respiro.

E questo c’era, ma era flebile, tanto da doversi avvicinare a pochi centimetri per sentirlo ed a quella distanza da quel volto splendido, Gianfranco ebbe improvvisamente voglia di baciarlo, ma non lo fece, perché non si ruba un bacio a chi non è cosciente e lui era quello rigoroso nel rispetto delle leggi e della morale.

Però l’avrebbe baciato sulle labbra, indipendentemente dal suo sesso, se avesse potuto.

Non pensò neppure a chiamare i soccorsi, ma mise le braccia sotto il corpo e lo sollevò come se non avesse peso. Tornò alla macchina, fortunatamente calda per il riscaldamento acceso; depose la creatura sul sedile posteriore e ripartì.

Così come non aveva chiamato un’ambulanza, non si recò a un pronto soccorso, ma verso casa sua.

Scaricò il corpo senza fatica, salì con esso le scale, aprì la porta e lo depose sul letto, sul suo letto inutilmente grande.

Fece per togliergli le scarpe, ma si accorse che era a piedi nudi, senza né scarpe, né calza: chissà quale era la sua storia, chi l’aveva abbandonato scalzo e morente al gelo della notte e dei campi.

Prese un asciugamano ed asciugò i piedi, piccoli, bianchi piedi perfetti, poi scoprì completamente il capo ed ancora non capiva se fosse uomo o donna, adulto o adolescente, ma di sicuro non era né zingaro, né africano, perché quel biondo e quel pallore erano di altra provenienza.

Tolse il mantello che copriva il corpo e scoprì che quello era coperto solo da un lungo camice azzurro, forse una camicia da notte, forse da ospedale.

Toccò la stoffa e constatò che era asciutta, quindi coprì con le proprie lenzuola e coperte quell’essere meraviglioso e sfortunato.

Il respiro, ora, era più forte e regolare e i segni vitali, per quanto poteva capirne, gli parevano buoni.

Valutò che non fosse il caso di destarlo dal suo sonno per dargli un tè o un brodo caldo: spesso il sonno è più ristoratore di qualsiasi medicina.

Si rese conto che stava agendo da incosciente, non chiedendo aiuto per l’essere nel suo letto, ma ne era improvvisamente diventato geloso e non voleva condividerne con altri la bellezza della sua vista.

Si sistemò sulla poltrona accanto al letto, caso mai il suo ospite si fosse svegliato e avesse avuto bisogno di qualsiasi cosa, ma non chiuse occhio.

L’alba filtrò una luce polverosa e malata fra le persiane: Gianfranco ne sollevò una parte e la luce fece aprire gli occhi all’essere nel letto, due occhi di un blu straordinario, mai visto, due occhi che gli sorrisero di gratitudine e Gianfranco capì di esserne perdutamente innamorato e non gli importava che fosse maschio o femmina, perché un amore così puro e allo stesso tempo prepotente non può soffermarsi su un particolare così secondario.

Gianfranco si alzò, gli posizionò dei cuscini dietro il dorso e lo aiutò a mettersi seduto.

Così facendo un lembo della sua camicia si scostò e apparve la sommità di un’ala.

Con un gesto comicamente infantile l’uomo si stropicciò gli occhi: una creatura alata? No, probabilmente veniva da una festa in costume e si era vestito da… angelo.

Si riavvicinò per controllare se le ali fossero un marchingegno posticcio, ma la sua creatura gli scostò con gentile fermezza la mano.

Gianfranco, scuotendo la testa, andò in cucina, per tornarne dopo poco con una tazza di latte caldo zuccherato con miele; lo porse al suo ospite che lo bevve e lo ringraziò con un sorriso e di nuovo Gianfranco ebbe voglia di baciarne le lebbra.

Si avvicinò a lui e solo allora si accorse che aveva una ferita alla testa, sotto la massa di riccioli biondi e, guardando bene dietro di lui, vide che il suo dorso non era simmetrico: se quelle erano veramente ali, ma anche se non erano ali vere, una era spezzata.

Andò in bagno e prese l’occorrente per disinfettare la ferita, sperando ardentemente che questa non lasciasse un segno che deturpasse quella bellezza, ma poi si rese conto che nulla avrebbe potuto ridurne l’intensità.

Prese da un cassetto una camicia da notte di lei, una delle poche cose che aveva lasciato andandosene e la porse alla creatura, tentando di aiutarla a sfilare la sua.

Segretamente sperava, così, di scoprirne il sesso, pur vergognandosi subito di quel pensiero.

Ancora una volta la mano del ferito fu lesta a fermare la sua e Gianfranco non insistette, rispettoso del suo pudore.

Provò a rivolgergli alcune domande, ma quello scosse la testa e gli parlò con una voce dolcissima, quasi un canto melodioso, ma in una lingua mai udita e scuotendo il capo come a dispiacergli di non capire e di non farsi capire.

A questo punto Gianfranco pensò che forse era il momento di lasciarlo solo, affinché si sentisse libero di cambiarsi, di raggiungere, eventualmente, il bagno la cui porta si apriva davanti a quella della camera.

Andò in cucina e si preparò un caffé: in fondo era digiuno dalla mattina precedente; ne sorbì due tazze con alcuni biscotti e, dopo un tempo che giudicò ragionevole, tornò in camera.

La creatura era seduta sul letto, il camicione abbassato fino alla vita e l’ala spezzata e sanguinante: piangeva.

Non aveva seno, quindi non era di sesso femminile, ma se le ali erano vere, se era veramente un angelo, non era detto che fosse neppure maschio.

Gianfranco gli porse un fazzoletto perché s’asciugasse le lacrime e poi prese il necessario per medicare, con le sue poche nozioni, anche l’ala ferita.

Questa volta l’angelo, perché questo era oramai innegabilmente, lo lasciò fare e dopo gli sfiorò il volto con una carezza di gratitudine: gratitudine, solo quella, in cambio di amore!

Scoprì, in tal modo, che gli angeli sono creature celesti che non hanno poteri: possono seguirci, consigliarci, proteggerci, ma non sono in grado di fare altro, neppure di curare se stessi e, magari, possono anche morire.

Non avrebbe mai saputo la sua storia, il suo nome, anche se non è detto che gli angeli debbano averne uno, come fosse finito ferito in quel campo, se fosse precipitato dal cielo: di certo non ne era stato scacciato, perché il suo sguardo emanava solo bontà e dolcezza.

Fortunatamente, lavorando in proprio come agente di commercio, Gianfranco poteva permettersi di restare a casa ad accudire il suo ospite.

Avrebbe dovuto dire il suo amato, anche se ora che ne aveva scoperto la natura mai avrebbe osato sfiorarlo, baciarlo, carezzarlo.

Ci sono angeli custodi, ci hanno sempre insegnato a catechismo, ma mai avrebbe potuto immaginare di diventare lui un uomo custode, l’uomo custode di un angelo!

Per giorni gli rimase accanto, felice che la parte meno bella della sua vita gli avesse riservato ancora un amore così potente ed impetuoso, fosse pure l’amore platonico per una creatura meravigliosa.

E piano, piano l’angelo si riprese, cominciò ad alzarsi dal letto, a non aver pudore nel mostrarsi nudo fino alla cintola, una parziale e casta nudità, comunque.

Il suo premio era l’aver potuto vedere le ali, forse la parte più segreta di una creatura celeste.

L’angelo col passare dei giorni incominciò a provare a muovere le ali, a muovere quella spezzata e in via di guarigione.

Gianfranco era conscio che prima o poi il suo angelo se ne sarebbe andato, ma quell’amore così speciale gli aveva dato la consapevolezza di non doversi chiedere perché gli sarebbe stato tolto, ma ringraziare perché, seppur per breve tempo, gli era stato dato.

Del resto quando si ama il tempo è sempre troppo breve.

E così l’angelo alla fine guarì: sulla sua fronte non era rimasto segno della ferita; un giorno l’angelo gli parlò nuovamente in quella lingua incomprensibile, la lingua degli angeli e lui non capì, ma fu consapevole che quello era un addio.

Pianse.

E quella stessa sera, protetto dall’oscurità, l’angelo volò via lanciandosi verso il cielo dal balcone dell’appartamento dove aveva vissuto quel tempo così breve e lungo: sparì nel cielo oscuro, dopo essersi voltato un’ultima volta a sorridergli.

Gianfranco lo salutò infantilmente con un gesto della mano, gli sorrise, poi quando fu solo scoppiò in un pianto inconsolabile.

A volte capita d’innamorarsi di un angelo, e di farlo di un amore purissimo che non ti consente di sfiorarlo, di violarlo, perché queste creature non sono fatte per l’uomo e appena possono volano via per ricongiungersi ai loro simili.

Gianfranco aveva avuto l’ultimo palpito d’amore della sua vita quando non l’avrebbe più sperato: ora doveva, in buon ordine, riporre per sempre sensi e sentimenti, perché, comunque, dopo avere amato un angelo non si può più amare nessun altro.

 

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Pubblicato da su febbraio 8, 2012 in Racconti

 

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