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SASA’ O SCIPPATORE

01 Feb

SASA’ O SCIPPATORE

In molte città del sud ci sono quartieri–dormitorio dove i bambini crescono allo sbando, spesso insieme ai ragazzi più grandi, quelli col motorino, il cellulare e con le sigarette sempre in tasca. Spesso i piccoli vengono usati per lavori sporchi: piccolo spaccio, furtarelli e cose simili. A volte, poi, qualcuno di questi bambini finisce male: arrestato o addirittura ucciso durante i frequenti scontri fra bande.
In uno dei quartieri più vecchi e poveri di Napoli,da un po’ di tempo agiva un ladruncolo, anzi, uno scippatore, che, però, agiva in modo perlomeno strano.
Anzitutto non si accaniva mai con le vecchiette che avevano appena ritirato la pensione, ma sceglieva donne più giovani, ben vestite: velocissimo strappava loro la borsetta, correva per alcune decine di metri e mentre correva tirava fuori i soldi dal portafogli, poi si fermava, faceva un fischio e gridava: “Signò, a borsetta” e la abbandonava sul gradino di un negozio o appoggiata su un cestino per la spazzatura, uno dei pochi che non erano ancora stati incendiati.
Colpiva sfacciatamente due, tre volta alla settimana, una bandana in testa e un foulard sul viso, rubava i soldi, lasciava la borsa e via, veloce come il lampo per i vicoletti che conosceva come le crepe del pavimento del basso dove viveva.
Le denunce si accumulavano sul tavolo della locale stazione dei carabinieri che l’avevano quasi adottato per il suo modus operandi: lo chiamavano “il ladro gentiluomo”, il Robin Hood dei vicoli.
Erano comunque denunce, erano tante, e loro erano tutori dell’ordine e dovevano tenerne conto.
Certo non potevano impiegare tutto il personale disponibile per un ragazzino che rubava pochi euro, anche perché usare le pattuglie era impossibile: in quelle strade automobili e moto non servivano: era meglio agire d’astuzia.
E poi c’erano problemi più importanti: la guerra alla camorra, i morti ammazzati, lo spaccio, il traffico di clandestini, che richiedevano tutte le risorse disponibili.
Non si poteva proprio sguinzagliare l’intera caserma alla ricerca di un ragazzino.
Era da poco arrivato alla stazione del quartiere un carabiniere che veniva dal nord, Marcello, che era stato un insegnante di scuola media precario: poi, avendo la necessità di mantenersi, era stato costretto a rinunciare all’insegnamento e si era arruolato nei carabinieri, dove già una decina d’anni prima aveva svolto il servizio militare.
Nel quartiere ancora nessuno lo conosceva, così si decise di infiltrarlo come supplente nella scuola media, più per fare tacere le lamentele delle donne rapinate e non, che non per amore di giustizia. Così, d’accordo col preside della scuola, Marcello si presentò come supplente di lettere in prima e seconda dell’unica sezione rimasta nell’antico edificio adibito a scuola.
Gli ci vollero non più di un paio d’ore per individuare quello che doveva essere il colpevole: Salvatore, detto Sasà, un ragazzetto di seconda.
Non che avesse già raccolto prove, ma la sua
esperienza, più come educatore che come tutore della legge, glielo aveva fatto individuare quasi istantaneamente.
Perché? Perché era il più sveglio, il più simpatico, il più intelligente della classe.
E anche perché era gentile ed educato, contrariamente a buona parte dei suoi compagni.
Raccolse in segreteria e dalle sue maestre delle elementari notizie su di lui: la sua era la normalissima storia di un bambino di un quartiere povero del sud: padre e un fratello in prigione, una sorella con un figlio illegittimo, la madre che si spaccava la schiena a “fare i servizi”, lui cresciuto per strada in mezzo alla sporcizia e alla delinquenza.
Un bambino che non aveva avuto né opportunità, né scelte. In quell’ambiente non si hanno affetti, ma parenti; non si hanno amici, ma complici.
Individuato il colpevole, occorreva ora solo tendergli la trappola nella quale, prima o poi, sarebbe caduto: lo facevano anche i criminali più incalliti, figuriamoci un ragazzetto inesperto e, tutto sommato, ingenuo.
Quante volte aveva rischiato che qualcuno lo fermasse quando rallentava la sua fuga per fare il gran gesto di lasciare la borsa; aveva anche preso un paio di sberle volanti durante le sue azioni, ma non erano certo le botte che lo spaventavano, non più, almeno.
L’unica cosa di cui aveva paura era la prigione, era che gli togliessero la sola cosa bella che possedeva: la libertà.
Marcello si divideva: la mattina a scuola, il pomeriggio in caserma, perché c’era comunque bisogno di lui anche per altre cose più serie.
Pian piano era entrato in confidenza con Sasà, parlavano a lungo durante l’intervallo, ma mai si era scoperto, perché il bambino era tutto fuorché stupido e aveva quell’istinto animalesco che lo avrebbe messo in allarme alla prima domanda sbagliata. “Professò, gli aveva detto un giorno, perché non mi portate a vivere con voi? Voi non tenete famiglia, io è come se non l’avessi, fatemi venire con voi: io sono bravo a fare anche le faccende di casa e vi aiuto!”
Questa uscita di Sasà l’aveva fatto sorridere, ma lo aveva anche commosso, lui, il grande criminale inafferrabile, cercava una persona che lo educasse e che lo amasse.
Si era aspettato un delinquente in erba, aveva trovato un bambino disorientato dal suo ambiente. “Chissà, gli aveva risposto, che un giorno non si possa fare. Comunque ti prometto che, per quello che posso, ti sarò vicino e ti aiuterò”.
Per la prima Sasà fu visto piangere: scoppiò in un pianto dirotto e lo abbracciò alla vita. Marcello dovette trattenere le sue di lacrime: ora diventava tutto più difficile.
Gli aveva promesso aiuto e, invece, era lì per arrestarlo.
Oramai aveva conquistato la sua fiducia, sapeva i suoi spostamenti, quando andava dagli amici, quando a fare qualche commissione per la madre, così gli fu facile cominciare a pedinarlo. Sembrava, però, che il bambino sospettasse, poiché da due settimane ormai non agiva più.
Ma forse non era sospetto, ma era per l’amicizia con lui che si tratteneva dallo scippare.
Purtroppo sapeva che prima o poi ci sarebbe ricaduto, e così fu. La solita procedura: lo strappo veloce, poi la sosta per lasciare la borsetta e fu proprio allora che Marcello lo fermò. Il bambino non parlò e non pianse: lo guardò più con sorpresa mista a disprezzo che con odio.
Il suo amico aveva contravvenuto a una regola d’onore e questo non glielo poteva perdonare: non si frega un amico che ti vuole bene. Non si rividero più fino al processo presso il tribunale di minori. Era stato proprio Marcello, all’insaputa di Sasà, a contattare di nascosto un avvocato che lo difendesse: non uno di quelli nominati d’ufficio che se ne fregano della sorte del loro patrocinato.
L’avvocato ci sapeva fare, elencò i disagi familiari in cui era cresciuto il bambino, calcò molto la mano sul fatto che si accontentava dei soldi e restituiva tutto il resto, poi chiamò, come avevano concordato, a testimoniare Marcello: gli chiese della scuola, del loro rapporto, della sua opinione di ex–educatore sulla psicologia del fanciullo.
L’accusa non si scompose mai a fare un’obiezione: era un uomo anziano e stanco, convinto che la guerra dello stato contro la criminalità era persa in partenza; che differenza poteva fare togliere dalla circolazione un insignificante dodicenne? Marcello raccontò ogni cosa del loro rapporto nel periodo in cui era stato a scuola, ma poi aggiunse: “Vostro onore, so che forse vado oltre quello che è il mio compito, ma ho fatto una promessa a questo ragazzo che a mio avviso non è irrecuperabile: vorrei che, scontata la pena che ella riterrà giusta, mi fosse dato in affidamento, così che possa crescere in ambiente diverso, che lui stesso possa diventare una persona diversa, che gli sia data la possibilità di studiare, visto che ne ha le capacità e, magari, un domani possa essere lui ad aiutare i bambini sbandati.”
Gettò una fugace occhiata a Sasà e temette che gli sarebbero caduti gli occhi per terra dallo stupore e da quanto li aveva spalancati. “Esaminati gli atti e le testimonianze, esordì il giudice, una donna matura dall’aspetto burbero, sentito anche il parere degli psicologi e degli assistenti sociali, questa corte decide, data la giovane età dell’imputato, e il fatto che, comunque, il suo comportamento non è stato mai violento, di sospendere la condanna e di affidarlo alla responsabilità dell’agente che ha operato l’arresto. Credo che questa sarà per lui una punizione sufficiente”, aggiunse con un sorrisetto ironico, mentre lasciava l’aula del tribunale.
Si rividero fuori dall’aula, il bambino fra due agenti in divisa, lui che stringeva la mano all’avvocato.“Traditore!” gli gridò il bambino e si lanciò verso di lui.
Un agente fece per trattenerlo, ma l’altro, il più anziano, lo fermò: ”Lascia!” gli disse soltanto a bassa voce.
Sasà si avventò verso Marcello, si fermò a pochi centimetri da lui e gli diede una spinta a mani aperte: ”Traditore!”, ripeté, poi lo abbracciò alla vita e scoppiò a piangere per la seconda ed ultima volta nella sua vita.

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Pubblicato da su febbraio 1, 2012 in Racconti

 

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