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IL GIORNO DEL MATRIMONIO

28 Gen

IL GIORNO DEL MATRIMONIO

 

Ecco,  il giorno era arrivato!

Era sabato, il giorno in cui si può dormire un poco più a lungo, ma non in un’occasione come questa, perché questo non era un giorno qualunque, non era un sabato qualunque: era quel giorno, era quel sabato.

La sveglia trillò il suo fastidio alle sei e trenta; fuori non era ancora chiaro del tutto, ma si preannunciava una bella giornata, eh già, perché in una occasione come questa tutto deve essere perfetto, perché un’altra giornata così difficilmente si ripeterà.

Massimo sobbalzò sul letto: si era appena addormentato dopo una notte insonne e rimase per un attimo disorientato: dove sono? che giorno è? che ore sono? devo andare a lavorare?

Poi ricordò che era sabato, che l’ufficio era chiuso, ma che era quel giorno, quel sabato.

Balzò dal letto in fretta e furia: troppe cose da fare.

Un caffè, solo quello, perché altro non gli sarebbe andato giù per la sua gola stretta dall’emozione.

Poi un bagno, la barba, la camicia pulita: no, quell’altra, quella celeste, stirata meglio e l’abito impeccabile e le scarpe lucide, frutto del lavoro della sera precedente.

Il cassetto della biancheria: un fazzoletto pulito, meglio due, perché quel giorno uno sol non sarebbe bastato.

Poi i fazzoletti sarebbero, ovviamente stati dimenticati da qualche parte nel caos della camera da letto.

Oddio! I denti, il deodorante, anzi, meglio il profumo, in quell’occasione…

Era pronto, ma mancavano ancora due ore e non era proprio il caso che arrivasse in anticipo, come suo solito.

Allora andò in sala, si sedette in poltrona, in un modo che sarebbe stato buffo da vedere, ma lì c’era solo lui, nessun altro a vederlo, lui e i suoi ricordi.

E tutto il tempo per ricordare.

Tiziana, quindici anni d’amore, voluto da lui, conquistato da lui con mille difficoltà da superare, almeno all’inizio, ma poi erano stati quindici anni d’amore assoluto.

Prima la fase della passione sfrenata, poi la complicità, poi la tenerezza e il piacere di trovarsi soli, insieme a parlare, con il mondo fuori.

Tiziana così bella, bionda, con gli occhi chiari; Tiziana, così sua, il secondo amore, ma il più grande.

Forse no era bello pensare questo, non lo era nei confronti di Silvia, l’amore per la quale era stato anch’esso intenso.

Poi era finito, poi era arrivata lei, Tiziana, ma non subito dopo: gli aveva lasciato il tempo di soffrire alcuni anni la fine della precedente storia.

Forse non è vero che il primo amore non si scorda mai: col tempo il ricordo si offusca e così è l’ultimo amore che ti sembra il più grande.

Certo, lui era più vecchi di Tiziana: quando l’aveva incontrata, quando si era innamorato, lei andava ancora a scuola e lui lavorava già; fortuna che l’uomo invecchia più lentamente della donna.

Quindici anni, tanti, sempre con la paura di perderla, che lei si stancasse di lui: in fondo la paura fa perdere l’autostima e lui si era ritrovato più volte a chiedersi cosa lei ci trovasse in lui.

In fondo non aveva doti particolari, né di brillantezza, né di bellezza: era solo capace di amare come nessuno, ma per capirlo bisognava fare un confronto e lui i confronti li temeva.

Quindici anni son tanti, per molti sono troppi, ma a lui parevano essere volati in un attimo,eppure erano successe tante cose…

I lutti, inevitabili in tre lustri, il diploma di lei, il suo lavoro, il tempo per vedersi che si riduceva a un paio d’ore alla settimana.

Eppure anche quelle erano ore intense e, subito dopo, l’attesa, la lunga attesa della prossima volta.

Quindici anni, e adesso era arrivato il momento del matrimonio: la sua tiziana, così bella, l’immaginava splendida nell’abito bianco.

Questo era il giorno, per lei, della sua realizzazione di donna oramai fatta, l’inizio di una nuova vita.

E per lui? L’inizio di una vita diversa anche per lui, forse la fine di qualcosa, anzi, senz’altro: la fine di quei quindici anni di incertezze e di tentennamenti, di alti e bassi, di attese, di attese, di attese…

Guardò per la prima volta l’orologio: erano passati quindici anni, ma erano passati anche i minuti di quella mattina speciale: era ora.

Si alzò, chiuse il gas, chiuse la porta di casa, chiuse la sua vita precedente e si avviò verso quella nuova.

Salì in macchina e si diresse verso la chiesa: molti erano sul sagrato, altri già dentro per accaparrarsi i posti migliori.

Il fotografo stava preparando la sua attrezzatura, poi arrivarono gli ultimi fiori: uno cadde e lui, di nascosto, lo raccolse e se lo infilò all’occhiello.

Non voleva unirsi a tutte quelle persone: attese che altri entrassero il chiesa.

Mancava, ovviamente la sposa: come da tradizione lei sarebbe arrivata per ultima, accompagnata dal padre.

Ed allora lui entrò, entrò in chiesa e ricordò troppe cerimonie tristi che lo avevano portato in quel luogo o in altri simili.

Scelse la propria posizione ed attese: arrivò lo sposo, il suo compagno di classe del liceo, quello con cui lei era fidanzata, lo era stata per tutti i quindici anni del loro amore, ed infine aveva scelto lui, il brillante giovane ingegnere.

Sai, Massimo – gli aveva detto quel giorno – ti devo dire una cosa: a maggio mi sposo”.

“Sii felice” aveva risposto lui.

Mi spiace per te”. “Perché mai, sono felice per te e sapevo che prima o poi sarebbe successo…”. “Ma tu stai piangendo!”. “No, che dici, sono sudato, lo sai che stamattina sono andato a correre, davvero, mi fa felice saperti felice”.

Massimo, così buono, così bugiardo, così incapace di lottare per ciò che gli stava a cuore.

Comunque ci vedremo ancora, ci sentiremo…”. “Guarda che non devi rovinare il tuo matrimonio per me, devi solo promettermi di essere felice.

Era finita così, i quindici anni, la sua vita.

Aveva giurato che quello sarebbe stato il suo ultimo amore: gli anni erano passati nel suo cuore e non aveva più voglia di dolore.

Tiziana arrivò, bella come se l’aspettava; l’accolse un applauso della chiesa gremita e lui sentì qualcosa muoversi fra la sua gola e il cuore, in un posto indefinito, ma che faceva male, un male cane.

Ci furono le foto, le formule di rito, l’organo, perfino un amico che cantò per loro con la sua chitarra; ci fu tutto ciò che c’è sempre a un matrimonio.

Massimo, da dietro la colonna dove si era messo per risultare il più possibile invisibile, riusciva a vedere solo la sua Tiziana, che non era più sua, che non lo sarebbe stata più.

Dopo aver cercato di trattenerle, diede libero sfogo alle lacrime; una donna sconosciuta di mezza età, vicino a lui, piangeva anch’essa e gli allungò un kleenex: “Anch’io mi commuovo sempre ai matrimoni, sono una così bella cerimonia, tutti sono felici…”.

Già – rispose Massimo – è una bella cerimonia e tutti sono felici” e continuò a piangere anche mentre si allontanava dalla chiesa da solo.

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Pubblicato da su gennaio 28, 2012 in Racconti

 

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