RSS

TONI E IL GIGANTE

24 Gen

TONI E IL GIGANTE

Da quanto tempo Toni aveva abbandonato la pesca? Non lo ricordava, preferiva non farlo.

Aveva offerto la sua attrezzatura al giovane Pietro, che l’aveva rifiutata: disfarsene l’avrebbe fatto soffrire di meno, gli avrebbe fatto sentire meno bruciante non solo la mancanza del suo sport – passatempo preferito, ma anche degli anni che aveva irrimediabilmente perduti, dell’età più bella, la più attiva, che se n’era andata come tante volte fanno i pesci che si slamano, come aveva fatto la prima volta il “re”.

Ma per un pesce che si libera, ce n’è un altro pronto ad abboccare: gli anni, invece, non ritornano, non lo fanno mai: è un assioma innegabile.

Toni, però, non aveva rinunciato a lottare ed a vivere: forse questo gli avevano insegnato la pesca e le battaglie con pesci che parevano non voler mai venire a riva, la pesca se n’era andata ma gli aveva lasciato ciò che gli aveva insegnato, a lottare sempre e fino alla fine.

Ed allora aveva curato la sua schiena, per anni aveva portato un busto: scomodo, umiliante, forse, ma adesso questa andava meglio, non doleva più, lui riusciva a chinarsi, a fare ginnastica, anche a correre, con un passo che non era più quello di anni prima, ma che lo faceva, comunque, sentire vivo ed attivo.

Certo, probabilmente non avrebbe più retto le sessioni di sei ore in piedi a pescare un pesce dopo l’altro: due, tre, cinque, otto chili per cattura e poi, a sera, il recupero della nassa dall’acqua con quaranta, cinquanta chili di pesci.

Ma almeno un altro pesce… un pesce speciale, però, un gigante, più grosso del re, più del big pescato in Sardegna: un pesce da ricordare, del quale inviare le foto a tutti i gruppi di amanti della pesca sui social network.

Detto e fatto? No, non è mai così semplice: occorreva, come in ogni cosa, pianificare, non andare alla ventura.

A dire il vero aveva due possibilità: la prima era una grossa carpa, una di quelle che lui chiamava “buzzone”.

Un pesce non eccessivamente lungo, ma con quell’enorme ventre ripieno di chissà cosa (uova?, fango? cibo?) come tante ne aveva viste in fotografie di amici mai incontrati se non sul web.

La seconda possibilità era dedicarsi alla cattura di un siluro, il mostro che oramai infestava tutti i grandi fiumi, dal Po al Tevere, dal Ticino all’Arno, ma questa venne presto scartata per ovvi motivi.

Innanzitutto sono bestie che possono superare il quintale ed allora ci vuole l’attrezzatura giusta ed anche la schiena giusta.

Occorre essere in compagnia, non da soli e lui, invece, tranne quella volta in montagna, amava sfidare da solo le sue prede, anche come segno di rispetto: uno contro uno, da avversari leali.

E poi, comunque, quel pesce non gli era simpatico, un cannibale che impoveriva fiumi e lanche, che mangiava pesci, uova, uccelli e, si dice, anche cani e gatti, se gli capitavano a tiro.

No, a parte le brevi incursioni con gli storioni, lui era un carpista.

Se doveva  catturare l’ultimo pesce della sua vita, quello da ricordare per sempre, doveva essere una gigantesca carpa, null’altro.

Un’impresa così importante andava studiata e pianificata: la preda l’aveva scelta, ora il luogo…

Qui gli venne in aiuto un amico, compagno di un tempo, non tanto di pescate, ma di scambio di esperienze di pesca tramite internet.

Fu lui a dargli la dritta: un laghetto in Piemonte, non esageratamente lontano da Milano, un lago pubblico, dove andava pagato un permesso al comune e non a un privato.

Peraltro era poco conosciuto, poco frequentato e quasi nessuno sapeva che vi nuotavano dei veri giganti.

Bene, scelto anche il luogo adesso il problema era il tipo di pesca.

Toni aveva la canna usata in Sardegna, il filo supponeva fosse ancora buono, ma lui di carp – fishing non era un grande esperto ed allora giunse al compromesso di usare le sue tecniche, quelle che un tempo usava al lago dei frati e sperare che fossero sufficienti, fra tante prede presenti nel lago, ad insidiare quelle giganti e solitarie ed a farlo prima che arrivassero le loro  figlie, nipoti e pronipoti a spazzolare via esche e pastura.

Toni decise che l’epoca migliore doveva essere subito prima o subito dopo il periodo di chiusura per la frega, la stagione di riproduzione delle carpe, ma il prima, probabilmente, avrebbe garantito prede più grosse, non sfinite dalla fatica della deposizione delle uova o dalla loro fecondazione.

Vero anche che dopo la stagione riproduttiva sarebbero, probabilmente, state più affamate e bisognose di recuperare forze col cibo.

Optò, comunque, per il prima: più grasse, gonfie di cibo e uova, tanto la sua preda, ammesso che ci fosse stata, sarebbe stata liberata incolume e in grado di deporre le uova che un maschio avrebbe poi fecondate.

Nella sua vecchia, oramai probabilmente obsoleta, attrezzatura, ripescò l’avvisatore acustico che, incredibilmente, funzionava ancora: le batterie cinesi avevano fatto il loro dovere ben oltre il previsto.

La bilancina elettronica, invece, era stata privata della sua di batteria, affinché non arrugginisse trascinando nel disastro i contatti.

Messa una pila nuova, anch’essa funzionava perfettamente.

Poi ricontrollò tutto: il guadino, che aveva bisogno di qualche rammendo, i terminali, lasciati montati sulla canna che dovevano essere sostituiti e presentare un amo più grosso, adatto ad insidiare il gigante che sperava.

Prima di fare la spedizione definitiva, Toni volle andare a vedere il luogo che, fino ad allora, conosceva solo per nome.

Al bar del paese dove vendevano i permessi gli spiegarono che questo valeva per tre giorni: se voleva poteva fare una sessione di endurance, vale a dire due, tre giorni consecutivi, dormendo in tenda e lasciando la montatura in acqua anche di notte.

Sapeva cos’era un’endurance, ma non se la sentiva di passare la notte al freddo e umido, da solo: quelle sono cose che si fanno da giovani e in compagnia; piuttosto sarebbe rimasto a dormire alla locanda e avrebbe ripreso il giorno seguente e, se non fosse riuscito nel suo intento, quello dopo ancora.

Si recò al lago: era deserto ed era questo il bello, ma anche il brutto, nessuno l’avrebbe disturbato, le sue esche non avrebbero avuto concorrenti ma, in caso di necessità, nessuno l’avrebbe aiutato.

Il posto gli piacque subito: con calma fece un buon tratto del suo perimetro, in cerca del punto che più lo ispirava, sì, perché lui non aveva barca con ecoscandaglio, solo l’istinto e l’intuito del vecchio pescatore.

Trovò il punto che più lo ispirava e, tanto per non sbagliare, scattò un paio di fotografie col cellulare.

C’era un silenzio, una pace, una serenità che si infondevano nell’anima: ad un certo punto si accorse di avere le lacrime agli occhi; chissà perché quelle sensazioni gli avevano riportato forte il rimpianto per gli anni della gioventù, forse perché erano emozioni da condividere con qualcuno e lui non aveva nessuno, non più, con cui farlo.

Pranzò alla locanda dove avrebbe dormito e poi ritornò a casa, eccitato come un ragazzino e ricontrollò tutto: canne, reggicanne, bilancia; non scordò neppure un leggero cavalletto per la macchina fotografica, perché se fosse riuscito nel suo intento voleva un ricordo dell’impresa e lì, come aveva constatato, non ci sarebbe stato probabilmente nessuno a scattargli le foto, quindi cavalletto e autoscatto.

Ah, già, come funzionava l’autoscatto? Si lese tutto il manuale della fotocamera digitale e fece anche alcune prove.

Sì, adesso era pronto, doveva solo aspettare il giorno fatidico.

Si era lasciato più possibilità: guai se fosse andato troppo a ridosso del periodo di divieto e poi il tempo, quello atmosferico, gli avesse messo il bastone fra le ruote.

Era un mercoledì, un giorno feriale, ma festivo per chi è in pensione, ma lui partì il martedì sera: avrebbe dormito alla locanda e al mattino seguente sarebbe stato pronto per la pesca.

E il mercoledì mattina era nel punto che aveva deciso, aveva piantato il reggicanne, il cavalletto con avvitata la piccola macchina fotografica, preparato il sacchetto con esche e pastura.

Prese la vecchia fionda ed iniziò a pasturare il punto che lo ispirava maggiormente e lanciò la prima canna, quella a fondo; poi montò la seconda canna, quella a galleggiante ed iniziò a pescare.

Aveva anche un piccolo lettore musicale con tanto di altoparlante, ma non voleva sciupare quel meraviglioso, commovente silenzio. Dalle acque si alzava una leggera nebbiolina che la brezza leggera del mattino subito disperdeva.

Era in azione: da ultimo montò uno sgabello pieghevole che fino ad allora non aveva mai adoperato, un regalo ricevuto tanti anni prima da un amico. Si sedette ed attese.

Per la prima ora e mezza non successe nulla, nonostante le regolari pasturazioni, poi la canna a fondo segnalò un’abboccata ma che non dette esito. Una mezzora più tardi vide una mangiata al galleggiante e recuperò una carpa regina di cinque o sei chili: non perse neppure tempo a pesarla o a fotografarla, perché non era lì per quello, anche se una cattura dopo tanti anni è sempre un’emozione impagabile.

Più tardi la canna a fondo gli regalò una preda sui dieci chili: bella, ma non quello che aspettava.

Altre due o tre catture fra i quattro e gli occhi chili, almeno ad occhio e perfino una tinca di un paio di chili: da quanto tempo non ne pescava una! La prima giornata finì così: non negativa, ma senza ciò che sperava.

Era il momento di smontare i suoi attrezzi e tornare alla locanda, anche se è sempre difficile smettere di pescare.

Gli anni erano, però, quello che erano e, sgabello o meno, Toni era stanco e la schiena, se non proprio dolente, era indolenzita. In quella prima giornata non era giunto al suo scopo, ma aveva, comunque ripreso confidenza con la pesca, aveva osservato meglio il luogo ed aveva lasciato un bel po’ di pastura a fondo, aromi che se non troppo gradevoli per l’uomo, avrebbero richiamato, durante la notte, altri pesci.

Non avendo altro da fare Toni andò a letto a un orario in cui non si coricava, forse dalle elementari. In compenso il mattino seguente era sveglio all’alba; fece colazione, senza esagerare e ritornò al suo posto del giorno precedente. In realtà c’erano siti forse più indicati, con alberi caduti che, sicuramente, davano ricovero a numerosi pesci, ma c’era il rischio di agganciare i rami o nel lancio o in recupero, quindi meglio starne alla larga.

Rimontò tutto come il giorno precedente, lanciò diverse fiondate di pastura nei due luoghi dove aveva deciso di pescare, sia a fondo che un po’ sopra di esso.

Quasi subito si presentò una guardia venatoria che confessò di essere stata mandata lì da una telefonata anonima: ai locali, evidentemente, dava fastidio che qualcuno pescasse i loro pesci, anche se poi li avrebbe rilasciati. Lui, però, era perfettamente in regola: lo era sempre stato fin da ragazzino.

La guardia si fermò un poco a chiacchierare con lui di pesca, dopo di che lo salutò cordialmente, non prima di avergli suggerito di spostarsi di qualche decina di metri: a volte basta poco per fare la differenza fra un carniere pieno e un bel cappotto fuori stagione.

Toni, che era sempre stato piuttosto testardo e poco incline ad ascoltare consigli, questa volta volle seguire le indicazioni del suo nuovo amico e spostò, come si suol dire, baracca e burattini e i burattini non si fecero attendere.

Al primo lancio con la canna a fondo nel nuovo posto consigliatogli, catturò qualcosa di molto grosso che, dopo oltre quindici minuti di lotta, si rivelò una grossa carpa regina di un peso valutabile in una quindicina di chili; la taglia stava salendo, ma si era ancora lontani dall’obbiettivo.

Per il resto della mattina più nulla: del resto quella non era una cava a pagamento zeppa di pesci e dove era possibile fare anche 30 o 40 catture in mezza giornata: quelle erano acque libere, con meno pesci e diffusi in un’area più ampia; occorreva attendere che la pastura facesse effetto, che il pesce giusto passasse da lì e questo è la pesca ai giganti: aspettare, aspettare, aspettare…

Venne mezzogiorno e Toni decise di fare ciò che non facevano i pesci: mangiare.

Si era fatto preparare un paio di panini al salame alla locanda ed aveva preso lungo la strada una bottiglia grande di tè freddo, l’unica cosa che non fa schifo anche quando sotto il sole comincia a intiepidire.

Ci sarebbe voluto anche un caffé, ma quello non c’era, non aveva un thermos e il bar più vicino era ad almeno tre chilometri, così, volente o nolente, dovette rinunciarvi.

Nel pomeriggio, soprattutto verso l’imbrunire, vide qualche piccola mangiata ad entrambe le canne, ma non venne su più nulla; però non era un cattivo segno, voleva dire che quel punto consigliatogli non era un luogo di raduno di branchi di pesci di taglia moderata, ma un posto di passaggio, o di deposizione, di pesci più grandi e solitari.

Venne sera, il sole si abbassò colorando di rosso vivo le acque, era il momento il cui a malincuore si smonta l’attrezzatura, non era andata come sperava, ma c’era ancora un giorno, uno solo, perché non poteva certo rimanere lì a vita in attesa della cattura definitiva.

Prima di andarsene lanciò una buona dose di pastura sperando che, nella notte, attirasse i pesci di passaggio, dicesse loro che lì c’era sempre buon cibo. Tornò alla locanda, cenò e andò a letto pensieroso, rimuginando sulle strategie del giorno seguente, quello della verità, ma appena toccato il letto, crollò addormentato; forse sognò carpe giganti, forse fantasmi di persone passate, ma non lo ricordò.

Al mattino era, comunque, fresco e riposato, la schiena andava bene, aveva fame di cappuccio, di brioche e di pesca. Fece un’abbondante prima colazione, si fece preparare i panini e pagò il conto, stupendosi di quanto poco costasse la vita appena ti allontanavi dalle grandi città: a sera non sarebbe tornato lì, andasse come andasse, avrebbe fatto ritorno a casa e, comunque, era stato bello, il posto, la pesca, il relax della solitudine del lago.

Giunse sul posto, sempre deserto: forse ci sarebbero state presenze nel week-end, non in giorni feriali.

C’era qualcosa nell’aria, qualcosa che annusano solo i pescatori, un profumo, un’atmosfera che gli dicevano che quel giorno sarebbe stato un giorno speciale; e difatti quasi subito il galleggiante affondò e Toni ferrò: lottò oltre venti minuti e recuperò una lunghissima, ma snella, regina: probabilmente un maschio di una ventina di chili; no, comunque andasse, la tre giorni non sarebbe stata inutile o negativa.

Prese un’altra preda, stavolta a fondo ed era una carpa specchi grassa da fare schifo, ma più piccola della precedente e, soprattutto, di quella a chi ambiva.

Venne l’ora dei panini e, poco prima dell’ultimo morso del secondo panino, la canna a fondo ebbe una violenta vibrazione.

Toni lasciò cadere l’ultimo boccone di cibo che teneva in mano e ferrò deciso: c’era: s’accorse subito che era qualcosa di grosso, molto grosso.

Stavolta lottò oltre un’ora, con momenti di eccitazione, di esaltazione ed altri di sconforto, convinto che era sì grossa, ma forse troppo per le sue forze.

Ma un gigante è anche vecchio e, prima o poi, perde le forse anch’esso.

Quasi di colpo il pesce smise di lottare e giri di filo si accumulavano sulla bobina del mulinello; ogni tanto ripartiva per qualche metro, ma stancandosi subito; era fatta! Toni avrebbe voluto urlare, urlarlo al mondo, agli alberi che lui, alla sua età, aveva ancora lottato e vinto, perché questa è la metafora della vita, ma farlo avrebbe voluto dire violentare quel silenzio, quella pace, quella natura. Il pesce venne a riva docile negli ultimi metri, solo un’ultima testata prima di finire nel guadino; tutto il reso, le foto, la pesata, erano secondarie.

Un saluto veloce, un omaggio all’avversaria e questa fu libera di tornare alle sue acque, di andare a deporre uova che perpetuassero l’eterno mistero della vita.

Toni era felice: da solo, alla sua non più verde età, ancora una volta aveva lottato e vinto con e contro un avversario forte e combattivo, forse anche lui, o lei, non più giovanissimo, ma deciso a giocarsi la propria libertà.

Ora aveva un ricordo fenomenale, quello definitivo, immortalato dagli auto scatti della macchina fotografica. Adesso Toni poteva definitivamente smettere di inseguire avversari e lo avrebbe fatto.

Forse…

Annunci
 
2 commenti

Pubblicato da su gennaio 24, 2012 in racconti pesca

 

Tag: , , , , , ,

2 risposte a “TONI E IL GIGANTE

  1. lollo

    novembre 14, 2014 at 1:54 pm

    Bellissimo racconto!

     
  2. truedamage

    novembre 21, 2014 at 1:45 pm

    Credo che in questo bellissimo racconto in cui si unisce arguzia e sagacita’ risieda una numerosa ricerca di se stessi nelle più blande follie dell’essere umano. Ritengo che la pesca sia un fantastico sport per quelle poche persone che nin risiescono a trovare nella vita nulla di più soddisfacente alle proprie aspettative.

     

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: