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IL VECCHIO E IL BAMBINO

18 Gen

IL VECCHIO E IL BAMBINO

 

Quando Umberto rimase solo, la sua vita finì.

Aveva avuto sempre solo il suo modesto lavoro e la sua Margherita; figli non ne erano venuti, ma il loro amore era rimasto intatto anche quando la passione e il sensi si erano affievoliti; invecchiavano insieme, sereni, ma lei invecchiava un po’ più velocemente, come spesso accade nelle donne.

Poi, improvvisamente, lei se n’era andata: forse era stanca di tanti anni di lavoro, di monotonia; si era addormentata al tavolo di cucina e non si era più svegliata e, con lei, anche Umberto si era spento.

Solo che lui si era spento dentro, ma apparentemente continuava respirare.

Aveva, però, perso ogni interesse nella vita: aveva chiesto il pensionamento anticipato, anche se avrebbe avuto ancora qualche anno per raggiungere il massimo di una pensione che si annunciava, comunque, miserevole.

Ma per le sue esigenze… E non era solo il lavoro che aveva smesso: aveva annullato l’abbonamento al telefono, non aveva più fatto una vacanza, non un cinema o una pizza, nulla.

Usciva solo per la spesa, poi leggeva e rileggeva i libri che aveva in casa, un po’ di televisione che, spesso, guardava solo con gli occhi ma non con la mente che era lontana o in stand by.

Attendeva solo che arrivasse la nera signora, una signora, però, non proprio di buone maniere: quando l’aspetti lo fa apposta a non farsi vedere.

Sullo stesso pianerottolo del suo appartamento, un bel giorno, ci fu movimento: i suoi vicini se ne stavano andando; dove e perché lo ignorava e non gli interessava; non era loro venuto neppure in mente di suonare alla sua porta per salutarlo, d’altronde lui si era isolato, era sparito per tutti.

Poi ci fu altro trambusto e pochi giorni di lavori: arrivavano i nuovi occupanti che avevano fatto una brevissima ristrutturazione.

Questi erano persone misteriose, forse ancora più isolate di lui: nei primi mesi li aveva incontrati una sola volta.

Erano un uomo, una donna, moglie o compagna che fosse e un bambino di una decina d’anni, minuto per la sua età.

Il piccolo l’aveva incontrato un paio di volte in più dei genitori e lui, almeno, l’aveva salutato con un “ciao” e un sorriso; i genitori no, loro non avevano risposto al suo saluto di quel loro unico incontro.

Poi, un giorno, rientrando dalla spesa, aveva sentito quei rumori, rumori inequivocabili di botte e l’uomo e la donna che inveivano con termini irripetibili, soprattutto per lui che era una persona ammodo, contro il bambino.

Il piccolo,  invece, non si sentiva: non urlava, non piangeva.

Umberto stava quasi per suonare il campanello, ma che avrebbe potuto fare? L’uomo, il suo vicino, era il doppio di lui e aveva la metà dei suoi anni o poco più.

Così, vergognandosi di se stesso, Umberto rientrò in casa, chiuse la porta e lì, fra lo struggente ricordo del suo amore passato e del suo dolore presente, dimenticò ogni cosa.

Il giorno seguente era seduto in poltrona con un vecchio romanzo che non si decideva ad andare avanti, quando sentì suonare il campanello; quasi trasalì, perché ora, coi contatori elettronici, non bussava più alla sua porta neppure l’addetto alla lettura della luce.

Si alzò, andò ad aprire e si trovò davanti il bambino del quale non sapeva neppure il nome; stava lì, in silenzio, piccolo e triste da strappare il cuore e non parlava, ma i suoi occhi dicevano: “Posso entrare?”.

Umberto si scostò e il bambino entrò e si fermò in piedi in mezzo all’anticamera; “Entra” lo esortò l’uomo, e allora il bambino parlò.

Hai qualcosa da mangiare? Posso vedere la televisione? Posso stare qui un poco?” e un milione di altre domande e richieste.

Umberto aveva un frigorifero desolatamente vuoto; niente dolci, caramelle, merendine, quindi gli preparò un panino, l’unico che aveva in casa, col prosciutto e il piccolo, del quale non sapeva ancora neppure il nome, si sedette nella sua poltrona, prese un vecchio giornale e se lo mise sulle gambine nude e livide di botte e graffi, lasciate scoperte dai calzoncini corti al ginocchio, e accese la televisione in cerca di cartoni animati.

Rimase un paio d’ore, poi gli disse un “grazie” e se ne andò perché aveva sentito rientrare i genitori; dopo un po’ Umberto sentì rincominciare gli insulti e le botte, ma lui era impotente.

Il bambino, Ivan, tornò, tornò ancora diverse volte: i genitori uscivano e lo lasciavano fuori, senza preoccuparsi di dove andasse e cosa facesse dopo la scuola.

Alla terza volta Umberto cominciò a tenere in casa merendine, caramelle, torte e pane, tanto pane morbido, al latte, di quello che piace ai bambini.

E quel bambino, a cui incredibilmente si stava affezionando, cominciò a parlare a fargli mille domande, delle quali non attendeva neppure le risposte.

Un solo giorno il vecchio, che poi così vecchio non era, incrociò sul ballatoio il padre di Ivan; questi non lo salutò, non gli disse nulla, ma lo guardò con un’occhiata dura che voleva dire tutto e nulla: “Cosa hai fatto a mio figlio?” oppure “Avete fatto comunella, chissà cosa ti ha raccontato” o, magari “Cosa vuoi? Gira alla larga da me e dal bambino”, ma tutto questo non lo disse a parole.

L’uomo era alto, muscoloso, con una vistosa cicatrice sulla guancia che lasciava pensare che non fosse proprio una persona ammodo e che facesse un lavoro pulito.

Era una persona che faceva paure e a Umberto si strinse il cuore a pensare al piccolo Ivan costretto a convivere con quell’uomo certamente incapace di dare amore, capace di dare solo botte.

Passarono i mesi ed erano quasi quotidiane le visite del bambino: non chiedeva nulla, non di parlare, ma di essere ascoltato.

Entrava, si sedeva alla televisione dopo aver guardato in dispensa se c’era, e c’era, qualcosa che placasse la sua insaziabile fame; poi, quando sentiva col suo orecchio vigile, la serratura della porta di casa sua, si alzava, lo salutava e andava incontro alle urla e alle botte.

Poi, una mattina, quando Ivan avrebbe dovuto essere a scuola, Umberto sentì suonare alla porta, aprì e se lo vide davanti, il faccino sporco di lacrime, ed era la prima volta che ne vedeva traccia, con una piccola valigia accanto ai piedi con le scarpe mal allacciate; non ci fu bisogno di chiedergli nulla: i genitori se n’erano andati, forse fuggiti, e avevano abbandonata quella fastidiosa e ingombrante appendice della loro vita.

Umberto si scostò, lo fece entrare e il bambino si prese il suo letto (lui andò a dormire sul divano), la sua camera, il suo vecchio computer che era spento da quando Margherita se n’era andata, si prese la sua poltrona, i suoi libri, la sua vita, il telecomando della tivù; era vero: un bambino in casa è un ingombro, ma un dolce ingombro.

Ora Umberto poteva ricominciare a vivere, perché aveva uno scopo, perché la sua vita si era riempita di presenza e di voce, ora Umberto aveva qualcosa in più: una continuità della sua vita.

Il bambino prendeva molto ma chiedeva poco ed era facile abituarsi alla sua presenza e a prendersi cura di lui.

E Umberto e Ivan rimasero insieme per molti anni e tutti e due avevano trovato ciò di cui avevano bisogno nella vita.

“Un vecchio e un bambino si preser per mano, e andarono insieme incontro al destino” (F. Guccini)

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Pubblicato da su gennaio 18, 2012 in Racconti

 

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