RSS

LE COSE CHE UNISCONO

14 Gen

LE COSE CHE UNISCONO

 

Abito a Milano, in una via tranquilla di quella che un tempo era una periferia con prati ed orti ed ora, invece, si chiama pomposamente “Centro direzionale”.

Una volta qui si sentiva parlare in milanese, che ora è lingua morta come il latino e il greco antico, poi vennero gli immigrati dal sud e il calabrese prese il suo posto; ora non si sentono neppure più i dialetti del sud, ma lingue esotiche: arabo, cinese, spagnolo del Sud – America, Indiano.

Qui tutti hanno fretta, lo vedo di mattina quando porto fuori il cane per la prima uscita della giornata: c’è gente che, se non sta parlando al cellulare, va di corsa e, se non ti sposti in fretta, rischi di essere calpestato insieme al tuo cane.

C’è talmente fretta in tutti, da aver dimenticato due lettere fondamentali per la convivenza civile, due lettere “esse”: saluto e sorriso.

I pendolari hanno fretta, perché il loro treno, stracolmo, è arrivato come sempre in ritardo e rischiano di non timbrare in tempo il cartellino; poi, alla sera, hanno fretta di prendere il primo treno possibile, perché a casa li aspetta la televisione, e occorre sapere chi è in nomination, oppure corrono perché gli amici li aspettano per l’”happy hour” e poco male se l’indomani c’è il lavoro.

Così tornano a casa alle due, alle tre, il giorno seguente non sentono la sveglia, e allora corrono per timbrare il cartellino in tempo.

Se cerchi di salutare qualche vicino di casa, questo ti guarda male: le donne ti prendono per un pappagallo, i bambini per un maniaco, gli uomini per un mentecatto o uno sfaticato che non ha null’altro da fare che far perdere tempo a chi sta andando a lavorare, oppure sta tornando a casa per godersi, dopo una giornata di lavoro, due sane ore di televisione.

Così, nella via tranquilla, che una volta era periferia ed ora ha palazzine con “finiture di prestigio”, vedi passare da anni gente della quale non sai il nome, non conosci nulla e che continua a guardati con l’aria di dirti: “Embé? Cos’hai da fissare la gente? Ma vai a lavorare e non rompere!”.

Poi succede che un giorno, anzi, una sera, senti una sirena arrivare, talmente potente da farti male alle orecchie; allora scendi in strada e tutti nella via escono dalle loro palazzine con le finiture raffinate e vogliono vedere, sapere, perché tutti sono persone sane e per bene e se c’è una malattia, un pericolo o una persona, di quelle di cui nessuno sa il nome, che sembrava per bene e non lo è, bisogna pur saperlo, prendere provvedimenti, tutelare la propria famiglia!

Allora, incuriosito da quella sirena che ha smesso di ululare proprio sotto casa, scendo anch’io. Non è un’epidemia, neppure un incendio, ma una volante della polizia; ecco, portano via un uomo in camicia, senza neppure la giacca e la cravatta. “Sarà un marocchino!”, commenta qualcuno che non conosco. “No, è un italiano – commenta uno bene informato – forse un mafioso che si era nascosto qui da noi”. “Ma no – replica un altro ancor più informato – dicono che è uno che molestava i bambini”. “Un pediatra?” chiede timidamente una vecchietta che è scesa in ciabatte. “Pedofilo, signora, si dice pedofilo” la riprende uno che ha studiato.

L’uomo ha la barba lunga, sta piangendo mentre lo fanno salire in auto, un agente gli abbassa la testa perché non si possa far male picchiandola contro la portiera; se proprio è necessario ci penserà lui a fargliene: in fondo è pagato per quello.

La vettura con la pantera disegnata sulla portiera riparte facendo fischiare le gomme, ma la sirena copre quello con un suono ancor più spiacevole.

La gente rimane per strada, si sono formati capannelli con diverse ipotesi e correnti di pensiero; qualcuno sta già litigando.

Mi sposto ad ascoltare un altro gruppo, dove c’è uno che abitava nella stessa palazzina, con le stesse rifiniture di prestigio, dell’uomo portato via.

Ascolto. “Lei lo conosceva” chiede qualcuno. “Mah, conoscerlo… sa com’è, ognuno ha i suoi impegni… ci si incontrava sulle scale, in ascensore, appena buongiorno, buonasera, sembrava una brava persona, ma avrei dovuto capirlo che c’era qualcosa di losco: era uno che non faceva la raccolta differenziata.

Dicono che ha rubato nella banca dove lavorava”. “Io ho sentito che ha ucciso la moglie” “Una moglie? Mai vista, anzi, secondo me era gay: non lo si è mai visto con una donna”.

Tento di intervenire: “Ma scusate, avete visto che non aveva le manette e piangeva? Magari, più semplicemente, qualche suo parente ha avuto un incidente e lo portano all’ospedale, o peggio…”

Mi zittiscono subito: sarebbe troppo banale, mentre occorre risolvere un mistero più eccitante; è come se girassero “Chi l’ha visto” a casa tua. “Caro amico – dice un altro informatissimo – guardi che le manette non usano più, dicono che sono contro i diritti civili: Secondo me questa delinquenza è tutta colpa dell’immigrazione e dei sindacati, ha ragione la Lega…”.

Qualcuno replica piccato, la discussione diventa politico – religiosa, mi sposto ancora perché non voglio farmi tirare dentro nella querelle. Tutti ora, però, nella via tranquilla parlano, finalmente, fra di loro.

Qualcuno, al reality, è appena stato eliminato e qualcun altro è in nomination, ma per questa sera è questo imprevisto il vero reality.

L’uomo vicino a me, mi apostrofa: “La vedo sempre a passeggio col suo cane, ma quanti anni ha? Lei vive qui da molto? Permette, ragionier Pascucci”.

Gli dico che il cane ha quindici anni e che abito in questa via dal cinquantatre, in una casa che non ha le finiture di prestigio perché allora non esistevano: allora era già un prestigio avere il riscaldamento centralizzato e il cesso in casa. Un altro interviene, vuol sapere che lavoro faccio, se è vero che insegno, perché ha visto il mio cartello per le ripetizioni dal fornaio.

Rispondo che sì, insegnerei se avessi il posto, ma attualmente sono a casa senza lavoro perché, nonostante gli anni di pratica e la laurea sono ancora un precario.

Qualcuno dà la colpa al ministro, un altro dice che sono i marocchini che ci rubano il lavoro.

Vorrei replicare che di marocchini nella scuola ce ne sono pochini e sono tutti al di là della cattedra, ma sta già scoppiando un’altra discussione politica, allora risalgo perché vorrei sapere se la scientifica di Las Vegas ha risolto il caso di omicidio di un dominicano, forse eliminato perché rubava il posto di lavoro a un professore di letteratura inglese…

Quando, un’ora più tardi scendo, per l’ultima volta della giornata, a far fare la passeggiata al cane, qualcuno è ancora per strada: certi discutono ad alta voce, altri ridono perché c’è uno che racconta barzellette sugli arabi e sul premier.

Per una volta, però, almeno la gente si parla, unita dall’evento straordinario; domani ricomincerà a correre, perché si sta facendo tardi e, forse, non sentirà la sveglia e rischierà di timbrare in ritardo il cartellino.

Abito a Milano, in una via tranquilla di quella che un tempo era una periferia con prati ed orti ed ora, invece, si chiama pomposamente “Centro direzionale”.

Da domani ognuno tornerà ad essere solo in mezzo a due milioni di persone però, forse, adesso incontrandoti il ragionier Pascucci ti saluterà e, magari, ti farà anche un mezzo sorriso “Ricorda, ci siamo presentati la sera che hanno arrestato il marocchino pedofilo?…”.

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su gennaio 14, 2012 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: