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LE PAROLE CHE NON HO MAI DETTO

13 Dic

LE PAROLE CHE NON HO MAI DETTO

Erano gli anni ottanta, si inizia spesso un ricordo in questo modo, ma questo poco importa: quello che conta invece, erano i miei di anni, quelli che avevo allora, perché a quel tempo avevo l’età in cui si ha il mondo in mano, si ha voglia di tutto e tutto ci riesce, ci viene incontro, soddisfa la nostra brama di esistere, di avere, di fare.

O almeno, in quell’età crediamo di aver fatto, di aver provato ogni cosa, mentre poi, forse, ci accorgeremo molto più avanti di aver perso qualcosa, anche molto di più di qualcosa: di aver perso le occasioni, quelle vere.

Ma andiamo per gradi: erano gli anni ottanta, come detto ed erano i miei anni d’oro ed anche questo l’ho già detto.

Avevo da poco iniziato a lavorare, possedevo tante conoscenze che chiamavo amici e tante amicizie che chiamavo amori.

La mia adolescenza era praticamente trascorsa con me chiuso in casa: avevo passato le mie domeniche sdraiato sul letto ad ascoltare le partite del campionato di calcio, ed ora avevo un credito con la vita ed una voglia di godere gli ultimi sprazzi della giovinezza prima che questa fuggisse via da me e andasse in cerca di soggetti più adatti ad ospitarla e viverla.

Avevo, con il lavoro, da poco acquistato anche la mia prima automobile, un’utilitaria ed a quei tempi era proprio una scatoletta di latta, con prestazioni limitate, ma per me era l’astronave verso il pianeta dell’indipendenza ed era molto più di quanto avessero la quasi totalità dei miei amici, o conoscenti o amori.

Potevo andare dove volevo e quando volevo: a pescare, in vacanza, in gita con gli amici (ovviamente tutti con la mia macchina ed a spese mie).

Fortunatamente non erano ancora i tempi in cui la benzina sarebbe aumentata quotidianamente con una regolarità esasperante.

Adesso la domenica non stavo più in casa: magari ascoltavo comunque le partite, ma con la radiolina a transistor che mi seguiva ovunque.

Per lo più andavo a giocare a ping – pong con gli amici, poi ci raggiungevano lì, in quell’oratorio vicino all’ospedale di Niguarda, le ragazze che fingevano un interesse che non avevano per quello sport, mentre il loro interesse vero eravamo noi.

Ed allora il pomeriggio si concludeva, quando il cielo cambiava colore e i primi lampioni si accendevano, in uno dei prati che allora c’erano ancora, in quella zona, dietro il muro di una fabbrica che l’indomani avrebbe riaperto ignara delle nostre storie, a baciarci con sterzo e leva del

cambio a fare da indiscreti e scomodi testimoni, od ostacoli, di quella fregola, a cercare i nostri corpi che erano tutti una vibrazione di desiderio giovanile.

Abitavano in quella zona, allora, gran parte dei miei amici e delle ragazze della compagnia, ma nessuna era la mia, di ragazza, non c’erano coppie fisse, nessuno avanzava diritti: era l’incoscienza, erano i sensi che ancora non conoscevano i sentimenti.

Spesso questi due periodi della vita non coincidono e ci si trova, ad un certo punto della vita, a rimpiangere parole e occasioni non dette e mai vissute.

Un pomeriggio ero in giro, in macchina ovviamente, ed incontrai una delle ragazze della nostra compagnia: cominciammo a parlare, a ridere, a scherzare, poi lei, senza che fossi io ad invitarla, salì in macchina: “Mi porti a fare un giro?” chiese ridendo e ondeggiando su se stessa con fare malizioso.

Prendemmo viale Zara verso la periferia, arrivammo alla deviazione per le autostrade e tornammo indietro.

Davanti a un alto palazzo fatto tutto di vetri azzurrati, sede di una delle prime aziende di elettronica che erano sorte in quegli anni c’era, a fargli da contraltare, un campo di mais con spighe già alte oltre un metro: era maggio, era la stagione del grano e degli amori.

Fermati qui”, mi disse lei ed io ubbidii, lasciando la macchina dove non fosse visibile, vale a dire nel parcheggio in mezzo alle decine di altre vetture dei dipendenti che lavoravano dietro quei vetri, ignari delle nostre tresche.

Lei scese ed io la seguii; mi prese per mano ed entrammo in mezzo al grano, invisibili fra le spighe che ci graffiavano la pelle così come lo era la macchina fra le macchine.

Giungemmo in un punto dove eravamo ancora più invisibili e qui lei si sfilò la maglietta, si sedette a terra e mi attirò a lei…

Davanti a noi, ma ignari gli uni agli altri, c’erano persone in camicia e cravatta che lavoravano senza saper che fuori, a pochi metri da loro, c’era la vita, quel tipo di vita un po’ incosciente e senza troppe regole.

Lei non la rividi più, se non di sfuggita, ma a parte quell’avventura rapida, rapida come l’estate delle cicale e l’incoscienza degli amanti, a nessuno dei due interessava mettere in piedi una storia più lunga di un’avventura in un campo di granturco.

Venne l’estate, le scuole erano chiuse, gli esami universitari finiti e un’altra amica, questa forse un po’ più stretta, accettò di passare una giornata sul fiume insieme a me.

Il fiume era l’Adda, per buona parte allora in secca; prendemmo il sole, ustionandoci, su un lettino pieghevole sui sassi dove, fra pochi mesi, ci sarebbero stati un paio di metri di acqua corrente e brulicante di vita; poi lasciammo le nostre cose e ci avviammo ad esplorare i dintorni.

Dietro un cespuglio, quasi una siepe, ci spogliammo, ci sdraiammo a terra, avvinghiati, nudi; di fianco passavano delle persone, a meno di un metro da noi, ignare anche in questo caso.

Fremevamo di passione, di paura, dell’adrenalina del rischio di essere scoperti.

Con lei ci rivedemmo, perché a questa amica tenevo di più ed era sempre troppo in noi il desiderio di ripetere quell’esperienza, o altre ancora più nuove, magari rischiando, ma avendone in cambio un premio inestimabile, e quel desiderio era troppo forte per consentirci di fermarsi a dirci le parole che, in fondo, non avevamo, che non eravamo in grado di pronunciare.

Io ripenso oggi, dopo trent’anni a quelle esperienze irripetibili, a quest’età, lo faccio con la posatezza, la prudenza, il senno che arrivano a rovinare ogni cosa, lasciando posto ad anni di parole mai dette e, forse, oramai inutili.

Come siamo egoisti, come siamo incontentabili!

La vita, la gioventù, non ci bastano mai ed invece tutto ha fine, tutto tranne i ricordi e i rimpianti.

Non mi vergognavo allora e non me ne vergogno adesso della mia incoscienza: ci si deve vergognare solo di fare del male e questo spesso è lo sprecare il poco tempo che abbiamo, le stagioni della vita.

Ecco, a ripensarci, le mie esperienze le ho fatte, ho avuto le mie occasioni ed anche in quella situazione di amore da poveri, consumato in un campo di grano davanti ad un palazzo a vetri, dietro l’ospedale, lungo le sponde assolate di un fiume, ho vissuto i sensi della mia giovinezza.

In fondo quando sarà il momento di andarmene, di fare un bilancio di cosa è stata la mia vita, se ne avrò il tempo, potrò dire che ben poco mi è mancato, poco, almeno, per ciò che riguarda le persone comuni, magari i mediocri, se così vogliamo chiamare, senza intenzione di insultare nessuno, chi sta nella media.

Forse, se un rimpianto, l’ultimo, ci dovrà essere, sarà sempre e comunque per quelle parole mai dette e che, allora, sarà troppo tardi per pronunciare, perché certe cose, in bocca ad un vecchio, suonano più stonate di una dentiera traballante.

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1 Commento

Pubblicato da su dicembre 13, 2011 in Racconti

 

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Una risposta a “LE PAROLE CHE NON HO MAI DETTO

  1. anna pagliarini

    dicembre 13, 2011 at 11:24 pm

    Carissimo amico mio, le cose vanno dette quando uno le ha nel cuore e il tempo non c’entra, per amare non c’è il giorno stabilito. Qualcuno, e niente popò di meno che, nella bibbia partorì da vecchia, segno era che ancora faceva…qualcosina. Ma questa è una storia e come tale è chiaro che tu vuoi sottolineare proprio questo. Anche la protesi dentaria traballante, può essere stonata quanto una protesi di un bambino a cui le bombe hanno tolto le gambe…non è piacevole ma quel bambino ha diritto ad essere amato, come un vecchio. La trovo, quella dell’età un’altra forma di razzismo che nega la vita. Io trovo più stonate le mammelle finte (al silicone ) delle vent’enni dove tra le mani c’è gomma e che serve solo ad eccitare il bel maschione. Scusami se mi sono permessa di farti questo lungo commento…è che tu mi arrivi in casa e io non posso tacere dove si vanno a toccare idee e principi di vita. Personalmente ho sempre guardato con tanta tenerezza due vecchi che si tengono per mano, come due ragazzini…esattamente…sono punti di vista ovviamente che non sempre si possono condividere…ma al futuro noi abbiamo il dovere di consegnargli cose vere. Scrivi molto bene, complimenti, ciao

     

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