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LO PSICOPOMPO

08 Dic

LO PSICOPOMPO

Aldo si svegliò sentendo lo sbattere di ali sul davanzale della finestra: “Maledetti piccioni”, pensò, ma oramai era sveglio del tutto, per cui l’unica cosa da fare era alzarsi.

Peccato, perché si era addormentato da poco: era un po’ di tempo che dormiva male e non stava bene.

Probabilmente buona parte della colpa era data dalla separazione da Bruna, sua moglie, che se n’era andata con un altro dopo dodici anni di matrimonio: cosa mai avesse trovato in quello, lui non riusciva a capirlo.

E’ vero che era un campione di snowboard ed aveva un fisico da atleta, ma per il resto era un tipo rozzo e ignorante, mentre lui, Aldo, aveva una laurea in lettere antiche ed insegnava Greco in un liceo classico.

E pensare che era stato proprio lui a presentarle mister muscolo durante una settimana bianca: l’aveva conosciuto nella sauna dell’albergo e lui si era offerto di dare lezioni di snowboard a Bruna.

Aldo pensava che quella del maestro di sci che si porta a letto tutte le clienti fosse una barzelletta o giù di lì e invece…

In pigiama e ciabatte raggiunse la cucina, aprì il contatore del gas e si scaldò un goccio di caffé: quasi subito dovette correre in bagno a vomitarlo; era così da mesi, non riusciva a tenere giù quasi nulla.

Si sciacquò il viso e la bocca, dove era rimasto il sapore acido del rigurgito, e si guardò allo specchio: “Madonna santapensò – ma quanti chili ho perso? Prima o poi bisogna che mi decida ad andare da un medico, ma non ora che ho i ragazzi che si avvicinano alla maturità e non posso certo lasciarli a un supplente!”.

Finì di lavarsi, si fece la barba e guardò l’orologio: erano appena le sei e quaranta: maledizione! Ed era anche domenica, non doveva andare a scuola e avrebbe potuto dormire almeno qualche ora in più.

Ma ora quel dannato piccione si sarebbe preso una scarpata!

Aprì le imposte scorrevoli della finestra della cameretta (da quando Bruna se n’era andata, non aveva più voluto dormire nel letto matrimoniale), quella che avevano preparato ed arredato insieme per il bambino, quel bambino mai arrivato, o meglio: mai nato, perché a metà gravidanza se lo erano ripreso gli angeli.

A questo pensiero gli scese un’unica lacrima, che si affrettò ad asciugare con la manica del pigiama.

L’uccello sul davanzale non era un piccione e non se ne andò alla presenza dell’uomo.

Aldo lo riconobbe subito, anche se non era un ornitologo e non lo aveva mai visto: quello era uno psicopompo!

Quando aveva conosciuto Bruna, quindici anni prima, l’anno della maturità classica, lei era stata subito attratta dalla sua cultura, da quel suo sapere e saperle spiegare il significato delle parole più strane e difficili.

Lei invece, a dire la verità, non era propriamente un genio, infatti si diplomò col minimo dei voti, ma era bella, Dio, se era bella!

Bruno l’aveva amata in silenzio per cinque anni, prima che lei si accorgesse di lui, il ragazzino magro, con gli occhiali e l’acne, ma brillante, colto, intelligente e sempre pronto ad aiutarla.

S’iscrissero, poi, insieme a “Lettere”, ma lei mollò il colpo dopo un solo anno: la interessava più la moda che il sapere.

Così aveva trovato lavoro presso uno stilista, come addetta stampa, e guadagnava tre volte quello che era lo stipendio di Aldo.

Lo psicopompo, secondo la mitologia classica, era l’incaricato di condurre i morti nell’al di là: alla fine Aldo non ci sarebbe andato dal medico.

I Greci lo identificavano con Hermes: poveretto, oltre che a essere il messaggero degli Dei, il protettore di ladri e commercianti (non che ci fosse molta differenza), gli toccava anche quello: di sicuro era uno degli Dei più impegnati!

Evidentemente, però, lo psicopompo poteva prendere qualsiasi forma volesse: il suo si era presentato come un grosso uccello che, però, non assomigliava a nessun altro volatile.

A guardarlo bene non assomigliava proprio a nessun uccello che lui avesse mai visto ma, probabilmente, solo lui lo vedeva e lo vedeva così: per tutti gli altri era quasi sicuramente invisibile.

Il corpo poteva essere quello di un rapace di medie dimensioni: un gheppio o una piccola poiana, ma il viso era umano, con la testa calva, senza sopracciglia e un’aria francamente stupida.

Quella poteva essere l’iconografia di un’arpia e forse per questo motivo Aldo lo vedeva così, a causa della sua cultura classica.

Lui stava lì, sul davanzale, guardandolo col suo sguardo vuoto e senza emettere un verso, ma Aldo capì che lo stava invitando a prepararsi.

Tutto era andato bene con Bruna per un po’ di anni, poi lei era rimasta incinta: lui era al settimo cielo, lei un po’ meno, perché il bambino avrebbe nuociuto alla sua carriera ma, per fortuna, il suo lavoro avrebbe potuto svolgerlo, almeno per i primi anni, anche da casa, tramite internet; Aldo, che era sempre stato contrario, si era anche reso disponibile a fare entrare un computer in casa, pur di avere il bambino.

Poi le complicazioni, quell’emorragia che quasi si era portata via anche Bruna, e niente più bambino, né la possibilità di averne mai più…

Da quel giorno lei era cambiata, era diventata più dura, era più distante: voleva solo divertirsi e vivere la vita come se non avesse avuto un futuro.

Forse, se quella creatura fosse nata, lei no sarebbe andata via col campione…

Già, il bambino, forse ora Aldo l’avrebbe finalmente conosciuto: avrebbe voluto chiederlo allo psicopompo, ma lui era solo un messaggero, non era la morte in persona, cosa poteva saperne?

Ho capito – disse Aldo – devo seguirti, ma prima ho delle cose importanti da fare, dei compiti da correggere: dammi almeno un altro giorno!”.

L’uccello che non era un uccello volò via.

Ti ho fregato!” pensò fra sé l’uomo appena lo psicopompo fu fuori vista e, oramai sveglio, si dedicò alla correzione delle versioni di Greco.

Un battito d’ali contro le persiane lo svegliò: si era appena addormentato dopo una notte di corse in bagno a vomitare; sapeva già, però, che non era un piccione.

Spalancò le imposte: il sole già scottava e lo psicopompo era lì nuovamente per lui.

Mi serve ancora un po’ di tempo: non sono riuscito a lasciare indicazioni su cosa fare delle mie cose, dei miei libri. Ti prego, ancora un giorno non sarà poi la fine del mondo!”.

Quello lo guardò con la sua aria stolida e perplessa, poi volò via.

Ti ho fregato di nuovo” pensò Aldo.

La cosa andò avanti per una settimana, ma all’ottavo giorno lo psicopompo non volò via: “Non posso più aspettare, non dipende da me. Niente di personale” disse, parlando alla mente di Aldo.

L’uomo capì, allora, che era venuto il momento, che non si può ingannare il destino più di tanto.

Salì in piedi sul davanzale e, per un attimo, si girò a guardare la sua casa, i suoi oggetti: li vide come sfocati, si sentiva bene, fisicamente e nell’animo, e si accorse che le cose terrene non avevano più alcuna importanza.

Si attaccò alle zampe dell’uccello, che non era un uccello, e si librò nel cielo.

Poi disse qualcosa al suo compagno di viaggio: questo si fermò immobile nell’aria “Vai!”, parve rispondergli senza suoni.

Aldo fece un’abile virata, tornò indietro ed entrò in casa dalla finestra aperta: sul letto c’era il suo corpo privo di vita, ma a lui non interessava.

Andò in cucina e chiuse il contatore del gas, poi in anticamera e staccò la corrente, quindi uscì dalla finestra, incontro allo psicopompo che lo aspettava.

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1 Commento

Pubblicato da su dicembre 8, 2011 in Racconti

 

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Una risposta a “LO PSICOPOMPO

  1. Ollie

    settembre 7, 2015 at 3:37 am

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