RSS

STORIE DI PESCATORI

04 Dic

STORIE DI PESCATORI

(racconto 6° classificato al concorso letterario “tuttiscrittori” di Coarezza”)

Forse è la stessa cosa in tutti i piccoli paesi di mare.

Forse accade così ovunque buona parte degli abitanti di sesso maschile si guadagna a malapena il pane con la pesca, mentre altrove ci sono le grosse flotte di pescherecci che riportano a terra quintali di acciughe e sardine o di pesce più pregiato.

Spesso i grandi pescherecci si spingono verso le coste africane o slave, stanno via giorni e ritornano con le ghiacciaie piene del prezioso pescato.

Ci sono, o almeno c’erano quando il pesce c’era veramente, flotte guidate dall’alto da piccoli aeroplani che indicavano loro, non bastassero gli ecoscandagli, i grandi branchi di tonni e di pescispada.

Ma nel piccolo paese di cui parliamo no, non c’erano i grandi pescherecci, neppure quelli medi: c’erano solo dei gozzi su cui stavano a malapena tre o quattro pescatori.

Alcuni partivano la sera per disporre i tramagli e recuperare poche triglie e altri pesci da fondo, magari qualche polpo o seppia, ma pesce che, anche se venduto al dettaglio direttamente sulla spiaggia, rendeva pochi euro: quelli del gasolio, e una miseria da dividersi fra tutti; a volte era più conveniente mangiarsi direttamente il pescato che non venderlo per comperare la carne e le altre vettovaglie.

Altri mettevano in comune tre o quattro barche, accendevano le lampare e si dedicavano al pesce azzurro, così oltre le spese del carburante, c’erano anche quelle delle bombole del gas che alimentava le luci e il pesce pescato era ancora di più scarso valore commerciale.

Pietro aveva un gozzo in società col fratello Paolo, più giovane di cinque anni: erano stati chiamati così per volere del padre, pure pescatore, perché Pietro e Paolo erano i santi protettori dei pescatori.

Pietro, oltre al cinquanta per cento della barca, la S. Rita, aveva anche una moglie, Maria, ma non ancora dei figli, perché quelli poi vanno a scuola, bisogna comperargli i libri, i vestiti buoni e prima che possano diventare dei bravi pescatori ti sono già costati una fortuna e questo non potevano permetterselo, col pesce che diminuiva di anno in anno, coi fermi tecnici imposti alle barche annualmente per alcuni mesi e con la gente che preferiva il pesce congelato che veniva dall’estero e costava meno

Quando potevano pescare, gli orari si allungavano sempre più: a volte non tornavano per due giorni e quando rientravano in porto erano sfiniti di stanchezza: a casa, una lavata veloce, un boccone masticato con gli occhi già chiusi e poi poche ore di riposo, prima di partire di nuovo al tramonto.

Spesso con quel guscio minuscolo, cinque metri nell’immensità, a volte cattiva, del mare si azzardavano a uscire anche con la burrasca che più di una volta li aveva costretti a rientrare di corsa e con le reti vuote.

E una mattina non tornarono, e non tornarono neppure la sera e nemmeno la mattina dopo e, come molti prima di loro, non tornarono mai più.

Ma Maria non si volle rassegnare: forse si erano spinti lontani, forse un guasto al motore li aveva costretti ad approdare in un altro porto, forse… forse non ci credeva neppure lei, ma ci voleva e doveva credere.

Ed allora tutte le mattine all’alba lei era sul molo, insieme alle altre mogli che la guardavano con commiserazione ed aspettava, aspettava e quando tutti erano rientrati, anche lei tornava a casa: forse domani…

Dopo un po’ di mesi cominciò a girare quel nome nel paese: Maria la pazza.

Ma lei non se ne curava.

Ora al mattino stava un poco discosta dalle altre donne, così che queste potessero tranquillamente sparlare di lei, commiserarla in santa pace ed era sempre lei, comunque, Maria la pazza, l’ultima a lasciare il molo.

Come sempre in questi casi entrava in funzione il mutuo soccorso: tutti si tassavano per darle di che sopravvivere.

Lei accettava quella che considerava un’elemosina, perché non poteva farne a meno, ma si sentiva umiliata e dentro di sé si riprometteva di restituire tutto quando il suo Pietro e il fratello Paolo fossero ritornati con la S. Rita carica di pesce pregiato.

Passarono le settimane e i mesi e Maria non mancò un giorno, ignorando il freddo, i malanni, la stanchezza, soprattutto esistenziale, che ogni giorno si faceva sentire sempre più feroce.

Venne anche la stagione del fermo delle barche, ma lei ogni alba, con qualsiasi tempo, era in punta al molo a guardare l’orizzonte con la mano a proteggersi dal riflesso del mare.

Non l’aveva detto a nessuno, né a Pietro, né ad altri, ma lei era incinta, incinta di quel figlio che non potevano permettersi, ma che avrebbero accettato come una benedizione.

Dopo giorni e mesi di alzate all’alba con sole e pioggia, con caldo e freddo, mangiando poco o nulla, cedette: svenne in casa, cadde ed abortì.

Il tutto in silenzio, da sola, con dignità e distacco, del resto lei era Maria la pazza.

Ora era ancora più sola.

Neppure il giorno dopo l’aborto mancò sul molo: pallida, si reggeva in piedi a fatica, ma non voleva darlo a vedere a nessuno: Pietro sarebbe tornato e l’avrebbe aiutata e avrebbero avuto ancora tutto il tempo del mondo per fare un altro figlio: l’avrebbero cresciuto a pesce e amore e non gli sarebbe mancato nulla, a costo di togliersi loro il pane di bocca.

Nel paese, dove gli abitanti si conoscevano ed aiutavano, c’era fra tutti, uomini e donne, una gran pena per Maria, per il suo stato fisico e mentale, ma lei non voleva sentire ragione, né rassegnarsi alla scomparsa del marito: è dura non avere neppure a disposizione una tomba su cui piangere, su cui deporre un fiore, uno solo.

Vennero e se ne andarono, una dopo l’altra, le stagioni: lì non nevicava mai, come quasi sempre accade nei paesi di mare, eppure il tempo portò la neve nei capelli della donna, quei capelli che lei, oramai, non curava più come un tempo, quando ci teneva a farsi bella ed essere sempre in ordine per il suo Pietro.

E un mattino d’inverno, quando il mare era grosso e nessuno dei pescatori del porticciolo era uscito a pescare e c’era ancora buio e Maria la pazza era sul molo, con la mano sopra gli occhi a ripararsi da un sole che non c’era, lontano, dall’orizzonte comparve una barca malandata, che aveva combattuto e vinto tante battaglie col mare, tranne l’ultima, quella decisiva.

Maria la riconobbe subito: era lei, la S. Rita e, sballottata dal mare furibondo, si avvicinò al molo.

Maria, quella che tutti oramai chiamavano “la pazza” sorrise, salì a bordo e se ne andò per sempre col suo Pietro a pescare in un mondo migliore.

Annunci
 
1 Commento

Pubblicato da su dicembre 4, 2011 in Racconti

 

Tag: , , , , , ,

Una risposta a “STORIE DI PESCATORI

  1. Cross country Movers

    maggio 3, 2017 at 11:40 pm

    Excellent post. I was checking continuously this blog and I’m impressed!

    Extemely useful info particularly the last part 🙂 I care for such info much.
    I was looking for this particular info for a very long time.
    Thank you and best of luck.

     

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: