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LO STILITA

28 Nov

LO STILITA

Al compimento del suo trentacinquesimo anno, Oliviero decise che era stufo di tutto e di tutti, lasciò la sua casa e se ne andò per sempre con solo ciò che aveva indosso.

Aveva meditato molto, in quella prima parte della sua vita, sul vero significato delle cose, sullo scopo del vivere e non era stato capace di darsi delle risposte soddisfacenti, né di averle da qualche entità superiore; decise così che doveva meditare, meditare ancora a lungo, ma per farlo aveva bisogno di un luogo isolato, lontano dalla confusione e il più possibile vicino a Dio, sempre che ci fosse un Dio.

Se così fosse stato, lui, nel luogo che aveva in mente, lo avrebbe trovato, lo avrebbe incontrato e si sarebbero parlati: lui sì che avrebbe avuto le risposte che Oliviero cercava.

Uscito dal paese, si diresse verso le colline; qui c’erano i ruderi di una vecchia chiesa, con una colonna miracolosamente ancora in piedi e ben salda: sulle orme dei vecchi eremiti, avrebbe fatto lo stilita.

Del resto una colonna era sopra il livello del terreno, quindi un po’ più lontana dal mondo e un po’ più vicino a Dio.

Chissà poi perché si è portati a credere che Dio viva in cielo, sopra il mondo, e non, invece, che Dio sia il cielo, la terra, il mare e l’universo stesso.

Visto che non aveva portato nulla con sé quando era uscito per l’ultima e definitiva volta dalla sua casa, fece un po’ di fatica a salire sulla colonna: d’altra parte una scala sarebbe stata l’ultima cosa che gli sarebbe venuta in mente di portarsi dietro.

Comunque, dopo vari tentativi ed aiutandosi con dei mucchi di pietre e calcinacci, riuscì ad arrivare in cima alla colonna.

Qui si sedette con le gambe incrociate, le mani sulle ginocchia e cominciò a meditare e, ogni tanto, a chiamare Dio, nel caso avesse ritenuto opportuno rispondergli.

Passarono alcuni giorni, quelli delle prime sofferenze, del torpore alle articolazioni, della scomodità della pietra grezza sotto le natiche, ma Oliviero aveva fatto in fretta l’abitudine a tutto ciò.

A lato della sua colonna cresceva una grande quercia che gli dava la possibilità di nutrirsi di ghiande e di raccogliere, grazie alle sue foglie, un po’ di acqua piovana o di rugiada con cui dissetarsi.

Casualmente passarono da quel luogo remoto dei contadini, lo videro e, ben presto la voce si sparse: alla vecchia chiesa c’era uno stilita, sicuramente un sant’uomo.

Allora la gente, a gruppi sempre più numerosi, venne a vedere l’eremita, a chiedergli grazie e preghiere: si sa, la gente normale deve lavorare e non ha tempo per pregare, allora preferisce fare offerte a chi lo fa per lei. E più la gente è cattiva, più ha commesso peccati innominabili, più ha bisogno d’intercessioni.

Oltre tutto Oliviero lo stilita era così vicino a Dio, dall’alto della colonna! Beh, forse non proprio vicino, ma sicuramente più di loro.

Le persone lasciavano offerte ai piedi cella colonna, ma le ritrovavano poi deteriorate, visto che chi sceglie quella vita non può più scendere dal suo posto di preghiera e meditazione.

Qualcuno, allora, pensò di legare dei cesti con cibo e vestiti puliti a pochi centimetri dalla sommità della colonna, aiutandosi con delle scale per la salita.

Nei cesti c’erano anche le suppliche dei peccatori.

Così Oliviero non dovette più solo nutrirsi di ghiande ed abbeverarsi di rugiada.

Poi i suoi fedeli pensarono che era più comodo, al posto dei cesti, costruire un piccolo palco a lato della colonna, sul quale deporre le offerte.

Tutto quel caos non era certo quello che l’uomo cercava, ma era talmente assorto dalle sue meditazioni che, in fondo, non gli dava neppure troppa noia.

Ormai erano centinaia le persone che stazionavano, a turno, sotto la colonna e, poiché anche un sant’uomo, alla fine è un uomo con delle necessità fisiologiche, ogni tanto i fedeli più vicini venivano innaffiati dall’urina dell’eremita.

Questi, però, scambiavano tale funzione fisiologica per un modo dell’uomo di benedirli, di dare loro la grazia.

Le grazie, però, non arrivavano e allora i fedeli costruivano colonne man mano più alte, affinché lo stilita potesse essere sempre più vicino alle orecchie di Dio; poi, siccome le articolazioni dell’uomo erano oramai paralizzate, essi stessi ve lo issavano con complicati sistemi di carrucole ed impalcature.

Venne l’autunno e l’inverno, vennero la pioggia e la neve e mai i devoti avrebbero voluto che il loro protettore si ammalasse: così costruirono, facendo venire i migliori capomastri e carpentieri dai paesi vicini, dapprima una tettoia, poi delle pareti che riparassero il loro protettore dal vento.

Sempre in attesa dell’acqua santa dell’uomo, gli montarono un sistema di tubature che andava dalla colonna direttamente ad un centro di raccolta a terra, dove la santa acqua veniva imbottigliata in piccole ampolle che, vendute, contribuivano alle migliorie del luogo di preghiera.

Ora le colonne venivano edificate più larghe, qualcuno vi pose sopra delle imbottiture per renderle più comode, scordando che è il dolore e il sacrificio quello che avvicina a Dio, non l’altezza dalla quale si prega. Ma Oliviero, sempre più assorto nelle sue meditazioni e nei suoi tentativi di comunicare col Supremo, quasi non si accorgeva neppure quando veniva spostato.

Con il passare degli anni la colonna diroccata era diventata una grande casa, al posto della dura pietra c’era una comoda e soffice poltrona e c’erano servizi igienici per il santo e per i fedeli, sempre numerosi.

Era stato costruito un enorme camino e, fuori della casa, c’era un deposito sempre fornito di legna. Le donne salivano ampi scaloni per arrivare da lui e lavarlo, tagliargli unghie e capelli, massaggiargli con unguenti le articolazioni e i muscoli doloranti per la lunga immobilità.

C’erano, nello spiazzo ripulito e livellato davanti alla costruzione, chioschi di bibite, cibo, reliquie che andavano dalle ampolle di urina, ai ciuffi di capelli recisi, sigillati dentro ad ostensori dorati.

C’erano grandi tabelloni sui quali venivano affisse le suppliche, le richieste di perdono e gli ex – voto.

Ma il tempo passava, Oliviero non sentiva la voce di Dio e Lui non sentiva le suppliche di Oliviero, così le richieste di grazia andavano inascoltate: a che serve mai un santo se non fa miracoli? Allora, piano piano, i fedeli diminuirono, gli ambulanti se ne andarono, Oliviero non era più accudito, per cui capelli ed unghie gli crebbero a dismisura.

La quercia era stata tagliata per lasciar posto alle numerose stanze del tempio dello stilita, dove venivano, molto tempo prima, ormai, ricoverati i malati più gravi e, così, Oliviero non aveva più di che sfamarsi e dissetarsi.

Era vecchio, debole, malato e, senza cibo né acqua, presto se ne andò.

Col tempo ci si dimenticò perfino di lui, della sua inutile esistenza sacrificata, visto che non aveva mai fatto un solo miracolo.

Trascorsero gli anni, i decenni.

Un giorno passarono dei notabili del paese nella radura abbandonata, videro quella costruzione, della quale ignoravano l’esistenza (non si tramanda l’inutilità) e decisero che, una volta ristrutturata, poteva servire per il decentramento di alcuni locali comunali.

Vennero squadre di operai per ripulire e sistemare la casa; al piano più alto, sopra una polverosa e malconcia poltrona, trovarono poche ossa rinsecchite e sbriciolate.

“Cos’è questo schifo?” domandò uno di essi. “Forse un animale o un vagabondo”, rispose l’amico.

Scoparono via le povere ossa e le gettarono in una discarica dove, presto, divennero polvere. Solo allora, dopo l’ultimo gradino di degrado del corpo terreno, Oliviero incontrò Dio e gli parlò, e Dio gli diede tutte le risposte che aveva sempre cercato.

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Pubblicato da su novembre 28, 2011 in Racconti

 

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