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PADRI E FIGLI

22 Nov

PADRI E FIGLI

(Una storia partigiana)

Giacomo non aveva mai lasciato le montagne fra le quali era nato.

Queste l’avevano adottato come un figlio naturale e ne avevano forgiato il carattere un po’ come il loro: duro, riservato, ma amante del giusto in assoluto.

Aveva sempre avuto poco e non chiedeva nulla di più, perché quello gli bastava.

Aveva scelto di fare il boscaiolo, visto che solo sulle montagne e in mezzo ai boschi, sentiva di stare veramente bene, in pace con se stesso, privo di egoismi e cattiverie, a contatto con un soprannaturale che non riusciva a capire e decifrare, ma che gli toccava l’animo.

Nonostante questa sua durezza di carattere, venne un giorno anche per lui l’amore, ma anche in questo fu riservato, sentendo questo sentimento e coltivandolo dentro di sé, senza esternazioni clamorose.

Teresa l’aveva capito: in fondo era anche lei una montanara, e non gli serbava rancore per non aver mai ricevuto da lui neppure un fiore; sapeva che lui avrebbe considerato un delitto strapparne anche solo uno al terreno che l’aveva cresciuto.

Certo, lui abbatteva le piante, ma lo faceva per vivere e perché c’era chi aveva bisogno di legna da ardere e di legname da costruzione.

Da qui, però, a spezzare anche un solo gambo per un’inutile smanceria…

Allo stesso modo lui cacciava per nutrirsi, ma se trovava un animale ferito lo portava a casa e lo curava per poi liberarlo.

Poi, un giorno, la sua Teresa rimase incinta: Giacomo accolse anche questa notizia come un evento naturale; sì, avrebbe avuto un figlio e un erede e l’avrebbe allevato abituando anche lui alle cose concrete della vita.

Ma non sempre le cose vanno come ci s’immagina e si spera…

Il parto di Teresa fu difficile e lì, fra le montagne, non c’era possibilità di aiuto esterno, a parte quello della levatrice che aveva fatto nascere quasi tutti gli abitanti del paese (anche se chiamarlo paese era persino troppo: era un insieme di case rurali neppure troppo vicine).

La compagna di Giacomo ebbe una grave emorragia che, forse, neppure in ospedale sarebbero riusciti ad arrestare, così l’uomo si trovò con un figlio in più nella sua vita e una moglie in meno.

Forse anche per questo, o forse no, l’uomo non fu mai troppo tenero col piccolo Luca: non gli fece mai mancare nulla tranne, forse, una carezza e un po’ di tenerezza.

Così il bambino crebbe senza avere un vero rapporto col padre: lui confidava i suoi sogni, le sue speranze, le piccole grandi cose di bambino prima e di ragazzo poi, ai nonni, fino a che ci furono, e poi a qualche amico.

Poi, un brutto giorno, anche lassù arrivarono echi di rombi che non erano tuoni: era scoppiata la guerra.

Forse convinto dagli amici e coetanei, Luca scelse di arruolarsi, partire, vedere altro che non fosse il profilo dei giganti di granito.

Giacomo non condivideva questa scelta del figlio: lui era geloso della sua terra e mai sarebbe sceso a patti con chi la voleva invadere.

Questa diversità di vedute fu l’unico vero confronto in vent’anni fra padre e figlio, ma non fu indolore: i due uomini arrivarono alle mani; una sberla dal padre al figlio un pugno da questi al genitore, una porta che si chiuse da entrambi i lati.

La guerra ebbe un crescendo che non risparmiò neppure la pace delle montagne di Giacomo, così lui, coerente con quella che era stata la sua vita fino ad allora, scelse la lotta partigiana.

Conobbe il leggendario Moscatelli, scese per la prima volta a valle, colpì e colpì duro il nemico con attentati, agguati e sabotaggi, fino a divenire egli stesso una leggenda.

Raramente tornava in paese e mai più ebbe il tempo per un pensiero sulla tomba della sua Teresa.

Molti al borgo avevano figli partiti soldati e, pur senza regolarità, ricevevano da questi lettere dal fronte: Giacomo non ebbe mai più notizie del suo ragazzo; quella porta aveva sbattuto troppo forte.

Col tempo, con gli anni, in paese erano rimasti solo alcuni vecchi: gli altri erano in montagna alla macchia oppure partiti per fare i soldati.

Pareva impossibile, all’inizio, ma piano piano i partigiani, lottando con quel poco che avevano, per lo più frutto di agguati al nemico, cominciarono a creare seri danni.

Così, ora, la guerra si teneva su due fronti: quella contro il nemico e quella contro i fratelli.

Pattuglie venivano mandate in continuazione fra le montagne per combattere quell’esercito estemporaneo e bizzarro, ma pochi ritornavano e meno ancora erano i risultati: difficile stanare chi sulle montagne è nato e ne conosce ogni anfratto, ogni grotta, ogni passaggio, ogni insidia.

Dopo anni di quella guerra, l’esercito partigiano era sempre più forte, quasi traesse energie da ogni successo conseguito, mentre l’esercito regolare era sempre più allo sbando, diviso fra troppi fronti, esausto da troppe sconfitte e demotivato da quell’andamento inaspettato delle cose.

Si era oramai, l’avrebbe capito chiunque, alla fine di quella tragica avventura che troppi morti aveva causato inutilmente.

Ora bisognava spianare la strada alla ritirata degli sconfitti, ritirata che doveva passare anche per la zona controllata da Giacomo e dai suoi compagni.

Stavolta la pattuglia mandata contro i partigiani era la più numerosa mai usata per combattere gli uomini della montagna: fra di loro c’era anche il giovane Luca; nessuno dei due uomini poteva immaginarlo, ma un tragico destino li aveva messi ancora più l’uno contro l’altro.

Fu il più duro fra gli scontri e fu anche il più sanguinoso: per giorni i partigiani risposero, pur se con gravi perdite, agli attacchi dei regolari, le cui perdite erano ancora più numerose.

Poi tutto finì all’improvviso: arrivò l’ordine alle truppe di ritirarsi, perché la guerra era oramai finita.

Anche i partigiani, increduli, tornarono ai loro paesi d’origine: anche per loro era necessario ricostruire case ed esistenze.

Solo due giorni prima Giacomo, segnato da quegli anni di vita dura, era a dormire in una grotta: ora, finalmente, si trovava nella sua casa, quella costruita con e per Teresa che non c’era più e per un figlio del quale non sapeva più nulla da anni.

Giacomo rimise a posto in qualche modo la porta sfondata, recuperò alcune stoviglie e un po’ di biancheria e cercò di ridare alla casa un aspetto e un’accoglienza accettabili.

Poi, finalmente, anche lui si concesse un po’ di riposo.

L’uomo era seduto accanto al camino, pensieroso, quando la porta si aprì e gli apparve il ragazzo, il suo Luca: non aveva più la giacca della divisa e, sul lato sinistro della camicia, una macchia rossa si allargava sempre di più: “Papà – mormorò il ragazzo con un filo di voce quasi impercettibile e, nel farlo, una schiuma rosa gli uscì dalle labbra (brutta roba, pensò l’uomo, ha un polmone perforato) – papà – ripeté – aiutami, ho tanto freddo e mi fa tanto male!”.

Il ragazzo piangeva, ma senza singhiozzi, perché quelli gli provocavano fitte lancinanti.

“Si, piccolo mio, – lo rassicurò il padre con voce altrettanto flebile – ci sono qua io, ora, non devi aver paura, penserò io a te, poi staremo sempre insieme:abbiamo tante cose da fare e tante altre da dirci e che non ci siamo mai dette; vieni, ti aiuto io”.

Così dicendo, si alzò in piedi e gli mise un braccio, forte come una quercia, sotto l’ascella destra; appena in tempo, perché il ragazzo si lasciò andare, oramai privo di forze.

L’uomo lo portò di peso, lentamente e senza fare movimenti bruschi, nella sua camera e lo fece sedere sul letto matrimoniale, inutilmente grande da troppo tempo, poi si mise accanto a lui e si fece appoggiare la testa del ragazzo sulla sua spalla destra: altro non poteva fare.

Troppi ne aveva visti in quegli anni con lo stesso tipo di ferite per non sapere che non aveva scampo: ci sarebbe voluta un’ambulanza, ci sarebbe voluto un ospedale vicino, ci sarebbe voluto…

“Papà, mi fa male, ho freddo…” ripeté un’ultima volta il giovane con un’ultima lacrima.

“Non temere, ci sono qua io ora ”, lo rassicurò per l’ultima volta il padre.

Tutto quello che poteva fare oramai era solo stare con lui; sentiva il respiro gorgogliante farsi sempre più rado: il ragazzo ebbe un tremito, un colpo di tosse, poi più nulla.

Giacomo non si mosse da quella posizione per alcune ore: rimase con gli occhi chiusi, col ragazzo appoggiato alla sua spalla da montanaro duro come le rocce, forse si appisolò.

Si riebbe che dalla finestra entrava la prima luce dell’alba: Luca era sempre lì, contro il suo corpo, freddo e immobile.

Il vecchio, perché questo era diventato in quelle ore, si girò, lo abbracciò portandone il viso contro il suo, ispido di barba e cercò di piangere, ma non ci riuscì.

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Pubblicato da su novembre 22, 2011 in Racconti

 

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