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IL PONTE

17 Nov

IL PONTE

L’uomo fu catapultato nella realtà come se fosse appena stato partorito, come se uscisse allora, adulto e vestito in quella bizzarra maniera demodé, dal suo sacco amniotico.

Non ricordava nulla della sua vita, ma proprio nulla, neppure il proprio nome, come se prima di quel momento non fosse mai esistito.

Indossava una giacca lunga ben oltre metà coscia, con un ampio colletto e uno spacco centrale posteriore; ai piedi portava stivaletti stringati nei quali i pantaloni dalla gamba che si stringeva verso il piede, s’infilavano per alcuni centimetri.

Sotto la giacca aveva un pesante maglione blu da marinaio e nessuna camicia e in testa portava un berretto di panno blu con visiera.

Non riusciva a muoversi, una mano e un ginocchio poggiate a terra, laddove la terra per lui era l’assito di un ponte largo non più di cinquanta centimetri, retto da corde e pericolosamente curvo verso un abisso ignoto.

Subito sotto il ponte, infatti, iniziava una fitta coltre di nuvole: sì, perché chiamare nebbia quella densa marea bianca che poteva vedere sotto di sé, era per lo meno riduttivo.

Chi era lui? Cosa faceva in quel luogo? C’era arrivato da solo e c’era stato portato? E perché la sua mente era così sgombra, priva di ricordi, di altre emozioni che non fossero il terrore di ciò che lo circondava?

Domande, domande senza risposta ed alle quali nessuno avrebbe potuto rispondere.

Rimase in quella posizione un tempo indefinito, incommensurabile, anche perché né il paesaggio, né la luce cambiavano ed era quindi impossibile avere un termine di paragone per valutarne il trascorrere.

L’uomo sul ponte cadde per un po’ in una specie di dormiveglia.

Si riscosse che la situazione non era mutata: la luce era la stessa, solo che adesso sull’assito del ponte si era depositato un sottilissimo velo di polvere e il cielo e il paesaggio intero parevano essere percorsi da una rete di minuscole crepe simili a rughe o a impalpabili ragnatele.

L’uomo con gli stivaletti e la lunga giacca provò a cambiare posizione, attento, però, a non fare movimenti che lo proiettassero di sotto.

Già, là sotto, oltre la coltre di nuvole chissà che cosa c’era? Un fiume? Un mare, un oceano? Oppure rocce sulle quali si sarebbe sfracellato se il suo sostegno avesse ceduto all’improvviso o se lui stesso l’avesse sbilanciato con movimenti scriteriati…

Comunque non riuscì a muoversi: non che avesse paura a farlo, ma proprio non gli riuscì, quasi che una forza misteriosa lo tenesse fermo in quella posizione.

In ogni caso la sua postura non gli creava problemi: né crampi, né dolori alle articolazioni, niente di niente.

Del resto non sentiva neppure caldo, né freddo, e nemmeno fame o sete.

Non c’era vento, ma se avesse soffiato, lui avrebbe potuto resistere dalla sua postazione senza riparo?

E se si fosse messo a piovere, non sarebbe scivolato?

Certo non era una bella situazione la sua: senza ricordi, senza potersi muovere, in quel luogo allo stesso tempo meraviglioso e tremendo, forse l’anticamera del paradiso oppure dell’inferno.

Ecco, PROBABILMENTE lui era morto e quello era il ponte di passaggio fra le due vite.

Forse lui non riusciva a muoversi perché qualcuno, magari lui stesso, doveva ancora decidere la sua destinazione finale, dove avrebbe dovuto andare, da quale parte del ponte: a destra, a sinistra, oppure di sotto.

C‘era, comunque, un po’ di pietà per lui, visto che di nuovo perse coscienza e cognizione del presente.

Stavolta quando si riebbe fu preso da un attacco di panico: non poteva addormentarsi, o svenire, lì sopra, col rischio di cadere di sotto.

Ma no, quale rischio: lui era saldo nella sua immobilità: se neppure i suoi muscoli e la sua volontà riuscivano a smuoverlo, cos’altro avrebbe potuto farlo?

Certo che era stanco: non fisicamente, perché da quel punto di vista ogni percezione fisica era assente (morto?), ma la sua stanchezza era peggiore: era mentale e morale.

Che razza di vita era la sua, immobile su di un ponte sul nulla? Che scopo c’era, quale disegno superiore?

Ora, finalmente, gli parve che la luce fosse cambiata, poi si rese conto che quel sottile strato di cipria grigia che c’era sul ponte, adesso era ovunque: sotto e sopra di lui e tutto intorno ad avvolgerlo, e quelle rughe del tempo, di un tempo che non c’era, sembravano essersi intensificate.

Non dormì, non chiuse gli occhi, ma perse ancora coscienza.

Di una cosa era oramai conscio, mentre piano, piano, la paura cominciava ad affiancare sempre più la consapevolezza: nulla sarebbe mai cambiato e quel supplizio sarebbe, per lui durato in eterno e nessuno, nessuno al mondo poteva aiutarlo, capirlo, sentire la sua paura e la sua angoscia: una paura immensa e insopportabile.

* * *

L’altro uomo, quello in divisa, prese la sua torcia elettrica, il mazzo delle chiavi, e s’apprestò a fare il suo lavoro.

Erano tanti anni che svolgeva quella mansione, un lavoro, se vogliamo, ripetitivo al limite della monotonia; poteva fare il suo giro d’ispezione ad occhi chiusi ed a volte lo faceva: visto che era solo, che nessuno lo vedeva, faceva, un po’ come facciamo tutti noi, quel gioco da bambino, girava ad occhi chiusi contando i passi e gli scalini.

Lui sosteneva, con se stesso, che così si stancava di meno, che riposava gli occhi irritati dai neon, dalle luci artificiali della notte.

In realtà era il fanciullino che alberga in noi, che ci fa dire stupidaggini quando nessuno ci sente e farle quando nessuno ci vede.

Così non accendeva mai le luci dal quadro generale, ma usava la sua torcia presa su una bancarella in un mercatino; gli avevano assicurato che era originale americana, di quelle dei policemen, quelle che s’impugnano a metà della loro lunghezza e che, all’occorrenza, possono essere usate da quella presa come sfollagente.

Poi, a casa, controllandola bene aveva visto la scritta “Made in P.R.C.” Repubblica Popolare Cinese: che fregatura!

Comunque il suo lavoro lo faceva e non si era mai guastata tanto, in ogni caso, lui sapeva la strada al buio!

Entrò nella sua sala preferita, quella del romanticismo inglese dell’ottocento e qui sì che accese le luci: quel quadro… lo affascinava ed inquietava.

Puntò il fascio della pila sulla targa in ottone:

HAROLD THOMPSON – UOMO SUL PONTE – 1815”.

Il tempo aveva lasciato sulla tela una miriade di piccole screpolature, visibili solo da vicino, però, simili a rughe e una patina di polvere impalpabile, quasi una cipria grigiastra.

Era affascinato da quel dipinto ed allo stesso tempo ne era inquietato: quelle nuvole misteriose che occupavano due terzi del quadro e quello strano ponte curvo verso il basso, quasi ad inchinarsi alla forza della natura e poi l’uomo dagli stivaletti stringati e dalla lunga redingote, col ginocchio e la mano poggiate sull’assito del ponte stesso in un atteggiamento di… che cosa? Riverenza? Rispetto? Ma, comunque con un occhio all’ignoto sotto di lui: chissà se aveva paura?

Poi si diede dello sciocco: come poteva l’uomo avere paura? quello era solamente un quadro.

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Pubblicato da su novembre 17, 2011 in Racconti

 

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