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IL LUCCIO

15 Nov

IL LUCCIO

Ho cominciato a pescare da ragazzino, anzi non tanto ragazzino, perché avevo circa quattordici anni, ma allora si era ragazzini a quell’età, anzi, bambini e si portavano i calzoni corti tutto l’anno, perché così non si accorciavano sulle caviglie mano a mano che si cresceva: soldi non ce n’erano tanti allora e neppure oggi.

Forse non ero così precoce come pescatore, ma del resto io ero un ragazzino di città, non avevo i fiumi o gli altri corsi d’acqua sotto casa.

Adesso ci sono dodicenni che pescano pesci di 10 e più chilogrammi, ma ora ci sono le cave, i carpodromi, allora c’erano solo fiumi e laghi e, magari, canali e rogge ancora puliti.

Le mie prede, fino ai diciassette anni quando presi di notte un branzino di 4 chili, erano pesci di taglia inferiore ai tre etti, per lo più persici, cavedanelli, vaironi, triotti, alborelle, qualche scardola.

Ah, già, le alborelle con la lanzettiera… ma questa è un’altra storia.

Le prede che si ambiva pescare allora, che si sognava ad ogni uscita, erano pighi, savette, barbi, pesci che adesso sono una rarità.

Adesso ci sono a profusione specie che allora erano presenti solo nell’Europa dell’est: siluri, abramidi, carassi, amur e il mitico strogovic, sempre che si scriva in questo modo, perché non l’ho mai capito.

Sono pesci per la pesca sportiva, non per il consumo e, talora, fanno danni biologici enormi, perché soppiantano le specie locali o, come nel caso dei siluri, perché mangiano di tutto: pesci, uova, novellame e persino uccelli acquatici!

A quel tempo in cui, come detto, arrivare a casa con un chilo e mezzo di pesci era una festa e un avvenimento non comune, io avevo due miti: le carpe e i lucci che tuttora sono i miei pesci preferiti, non da mangiare, perché non mangio né pesce, né carne.

Non ho mai amato, invece, le trote, che pure molti ritengono le regine dei pesci, ma per quelle bisognava andare in montagna e poi c’era una stagione limitata per la loro pesca, non il mesetto di divieto che si ha per le altre specie quando sono in fase riproduttiva.

Dovetti aspettare dopo i vent’anni per la mia prima carpa, presa in un laghetto a pagamento più piccolo di una piscina comunale, un pesce di un chilo che a me pareva una preda da foto in prima pagina sul giornale.

Ci volle qualche anno in più per il primo luccio, primo di due o tre, non di più, e tutti piccolini,luccio sotto il chilogrammo di peso.

Mi avevano indicato questa lanca del Ticino, dopo il ponte di barche: occorreva parcheggiare lì, al ponte, e poi farsi una camminata di oltre tre chilometri per arrivare al posto di pesca, che si estendeva fin sotto il ponte dell’autostrada Milano – Torino.

Quando c’erano le piene settembrine o, se andava male, ad ottobre, i lucci rimanevano intrappolati lì dentro e, coi primi freddi, spariti i pascetti di cui si nutre, si potevano insidiare questi predatori con gli artificiali o col pesce vivo.

Avevo un secchiello di quelli fatti a tronco di cono e il coperchio bucherellato, fatto apposta per “il vivo” che comperavo in un negozio specializzato; giunto sul posto innescavo il povero pesciolino, lanciavo ed attendevo.

La prima volta presi un luccetto di sei o sette etti, appena in misura legale; lo misi, vivo, nel secchiello delle esche oramai finite e lo portai a casa: troppo piccolo per mangiarlo, allora lo regalai all’acquario municipale.

Lo misero dapprima nella vasca delle trote giapponesi, dove queste cercarono subito di mangiarselo, allora lo trasferirono in una vasca più tranquilla: ero molto orgoglioso che un mio pesce nuotasse alla vista di tutti là dentro!.

All’uscita successiva, non riuscivo ad andarci più di una volta all’anno: o troppo caldo o troppo freddo o non c’era stata la piena, ne presi un altro più o meno della stessa taglia.

Ci tornai con un amico, più giovane e inesperto: risultato, io non presi nulla e lui ne catturò uno di un chilo e mezzo!

L’ultima volta che ci andai fu con un altro amico: era inverno, arrivammo là con una crosta di ghiaccio davanti al passamontagna, in corrispondenza della bocca dove il fiato si era ghiacciato; montammo le canne, lanciammo e… il piombo rimbalzò sul ghiaccio, perché la lanca era completamente gelata, così smontammo tutto e tornammo indietro; avevamo fatto sei o sette chilometri con gli stivaloni, i piedi e non solo, che gelavano e tutto per nulla!

Poi le cose cambiano, si prendono altre strade: la famiglia, il lavoro, gli impegni, le compagnie che si perdono.

Andare da solo, senza dividere le spese, era diventato improvvisamente troppo oneroso: una puntatine ogni tanto in cava, poi più neppure quella.

La mia vecchia licenza di pesca era oramai un cimelio storico.

Addio alla pesca a passata sui grandi fiumi: Adda, Oglio, Ticino, Po, addio alle lasche, ai cavedani, ai rari barbi; era anche l’addio ai fiumi pescosi e puliti, perché cominciò il periodo più nero dell’inquinamento, quello degli scarichi abusivi e delle concimazioni selvagge

Continuai a pescare, ma solo in mare, a bolentino dalla barca o a fondo di notte, dal molo o dalla spiaggia, poi finì anche quello, perché non andai più in Liguria: adesso trascorrevo le ferie estive da mia sorella, in Toscana; scoprii, lì vicino, un carpodromo con prezzi modici, molto meno che vicino a Milano, ma per due anni non presi nulla, però studiavo gli altri: le tecniche, le montature, le esche, i fondali.

Venne l’anno della laurea, tardiva, e i vicini di casa di mia sorella mi regalarono, in tale occasione, una canna in carbonio con mulinello.

Tornai al carpodromo e cominciai a prendere le prime carpe, anche pesci di due chili, che per me erano un record personale, ma anche dei grossi pesci-gatto americani, chiamati Clavus, anch’essi oltre i due chilogrammi.

Il primo anno feci cinquanta chili in una stagione, che mi sembrava un peso esagerato, poi novanta, poi arrivai al quintale e via, via, fino a fare oltre quattrocento chili di pesce in una stagione composta da dodici, tredici pescate, non di più, con carpe di oltre cinque chili e storioni che passavano gli otto.

Eppure non era più la pesca che avevo imparato ad amare, che avevo praticato, che mi dava emozioni irripetibili e irraccontabili.

Ma quella pesca, forse, non esisteva più, perché erano altri tempi ed era un’altra età e un’altra voglia di fare.

* * *

Mi sento vecchio: non lo sono, ma la vita mi ha convinto di quello.

Troppe delusioni, troppi dolori, troppa paura del domani, troppo di tutto.

Eppure… finché sono in tempo vorrei… un ultimo luccio, almeno quello.

È la seconda metà di novembre: ho fatto un permesso di pesca giornaliero, ho ritrovato in fondo al ripostiglio il secchiello verde, e acquistato dei pascetti vivi che costano oramai come pesci tropicali d’acquario.

Esco da Milano: ho pure ritrovato il vecchio eskimo verde e il passamontagna di lana; vado verso sud, verso Pavia: stranamente ricordo ancora la strada.

Ha nevicato molto nei giorni scorsi, ma oggi non scende e non minaccia di farlo, le strade sono pulite.

Parcheggio, come al solito, dopo il ponte di barche, prendo l’attrezzatura e giro intorno alla sbarra; la strada lì non è pulita, non è passato lo spazzaneve e mi toccano tre chilometri da fare con gli stivaloni nella coltre soffice: incredibile, mi accorgo che respiro a fatica, mi soffio il naso e ne esce un tappo di ghiaccio: fa davvero freddo, speriamo che la lanca non sia gelata.

Mi ci vuole quasi un’ora, ma arrivo al mio vecchio posto: sono solo, è quasi da incosciente, se mi succedesse qualcosa, un malore, un infortunio, mi troverebbero al disgelo!

Passo l’idrometro e comincio a montare l’attrezzatura; provo a piantare il reggicanne, ma il terreno gelato non me lo consente, allora mi sposto un po’, fino ad un alberello secco fatto a forcella; libero un po’ il provvidenziale sostegno dai rametti più piccoli e vi appoggio la canna.

Infilo la vecchia pallina di celluloide bianca e rossa, un po’ ammaccata, sul filo: rossa per vederla fra tutto quel bianco, bianca sotto perché il pesce non la veda contro lo specchio argenteo dell’acqua visto dal basso.

Un piombo ad oliva, il moschettone: un tempo legavo i filo e tagliavo l’eccedenza coi denti, ma erano altri tempi ed altri denti: ora mi devo aiutare con una pinza e un tagliaunghie.

Collego al moschettone un amo montato su filo d’acciaio e per fortuna questo è già legato al cavetto metallico.

Col piccolo retino pesco un guizzante triotto: povera bestia!

Gli passo da parte a parte le labbra con l’amo (qualcuno preferisce innescarlo per la coda, qualcuno per il dorso, ma così respira meglio e poi il luccio attacca sempre dalla testa; ricordo quella foto di un esemplare che ne ingoiava uno uguale a lui e lo faceva dal capo) e lancio: Madonna che freddo! ho le mani bagnate e intirizzite, quasi insensibili, per fortuna ho ritrovato il vecchio scaldino che usavo allora, quello con le barrette di carbone: le prime tre non si sono accese, capirai, dopo trent’anni, ma la quarta ha preso fuoco e il tepore dell’attrezzo mi restituisce la circolazione alle dita.

È bello scoprire che non buttare mai via nulla talvolta torna utile.

Lancio dal basso in alto, per evitare gli alberi, finisco nel mezzo dello specchio d’acqua: forse dovrei stare più sotto riva, sotto quella opposta, ma chi se ne frega! se i lucci hanno fame si muoveranno loro.

Il galleggiante si muove lento, tirato dal pesce che nuota, poi si ferma: recupero, il povero triotto è morto eroicamente; lo butto in acqua, dove sarà cibo per qualche animale, perché in natura non si spreca niente.

Stavolta innesco un’alborella, rischiando di nuovo il congelamento, ma ho lo scaldino… Il pescetto fa il suo dovere, si muove lento, poi, d’improvviso, accelera; ecco, mi dico, qualcosa l’insegue, l’ha spaventato.

Il galleggiante affonda di colpo: è la botta che ha ucciso la preda ed ora il predatore tornerà a mangiarsela: sto pronto, il galleggiante affonda di nuovo e ferro, al momento giusto, come mi dice l’esperienza: l’esperienza è l’ultimo regalo che il tempo ci fa quando ci ha tolto tutto il resto.

Sento resistenza, l’ho preso, e non è piccolo, stavolta; urlo di soddisfazione, posso farlo perché sono solo, e finalmente mi guardo intorno: solo ora mi accorgo che faccio parte di una fiaba, che ci sono castelli di ghiaccio, un tappeto di neve, che dai cespugli sulla riva scendono stalattiti di ghiaccio, che perfino una ragnatela fra due ramoscelli è un pregiato pizzo bianco con minuscole perle di ghiaccio ai nodi di questa.

Il pesce, il luccio, tira, combatte, io recupero e urlo e rido e piango, sì piango senza ritegno perché ancora una volta la vita mi ha dato un’emozione da vivere quando oramai non ci speravo più.

In fondo non siamo altro che un sogno dentro un sogno.

Fa freddo, tanto freddo, continuo a piangere, e anche le mie lacrime diventano perle di ghiaccio ed io entro a far parte di questa meravigliosa fiaba..

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1 Commento

Pubblicato da su novembre 15, 2011 in racconti pesca

 

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Una risposta a “IL LUCCIO

  1. Mariolino Corona

    dicembre 28, 2011 at 7:07 pm

    bellissimo raconto.mi sono rivisto ragazzino ,ho comiciato a pescare a 14 anni.avevo un’ amico appasionato della pesca al luccio e qualche volta mi portava con lui a pesca,mi faceva predere i pescetti che poi lui usava come esche x il luccio.e quando ero ragazzo i fiumi e torrenti erano limpidi oggi per vedere un fiume limpido bisogna andare lontano dalla citta o su in montagna.

     

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