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TONI IL PESCATORE

10 Nov

TONI IL PESCATORE

Toni stava seduto su di una sedia sgangherata che ricordava di aver sempre visto lì fin dagli inizi del suo rapporto col mitico lago dei frati.

Era al “suo” lago: beh, non proprio suo, anche se c’era stato un tempo in cui sperava di vincere alla lotteria per poterlo acquistare, stava lì a litigare con un nodo che si era formato sul filo e che un tempo avrebbe disfatto in pochi istanti, ma un tempo era giovane e ci vedeva meglio.

Ora si sentiva vecchio.

Ci sono campioni che invecchiano nel ricordo delle medaglie vinte: lui le sue medaglie se l’era date da sé: erano fotografie, statistiche minuziosamente tenute su una serie di taccuini.

Aveva avuto soddisfazioni che pochi pescatori possono vantare; gli mancava, forse, solo un vero gigante, tipo un siluro d’Europa, ma quelli richiedono un’attrezzatura particolare, magari un piccolo cabinato che percorra su e giù il Po alla ricerca del “mostro”, ma non gli interessava quel tipo di pesca, il corrispondente in acqua dolce della pesca d’altura in mare.

Ora lui pescava solo per passatempo, senza badare a numeri e pesi, senza più porsi obiettivi.

Sedeva lì quasi tutti i pomeriggi dai primi di luglio a fine agosto e nessuno si ricordava più che lui deteneva il record di peso per un solo pesce in quel lago: il tempo accelera in progressione geometrica e i bambini di allora erano uomini, gli uomini, quelli sopravvissuti, erano degli anziani e i ragazzini che sciamavano sulle rive del laghetto non erano neppure nati quando lui contendeva ad un grosso pesce il titolo di re del lago dei frati.

Anche i suoi nipoti, che lui vedeva solo d’estate e ai quali si presentava con libri, giocattoli e peluche, adesso erano uomini fatti e sposati, con tanto di prole che a malapena riconoscevano il prozio che vedevano tre o quattro volte d’estate e poi più fino all’anno seguente.

Quando si pesca senza un particolare obiettivo, si pensa o si ascolta musica o, se si è in compagnia, si chiacchiera: lui pensava, ricordava.

Come era iniziata? Come gli era venuta l’idea di dedicarsi alla pesca e non agli scacchi o al bowling o a qualsiasi altro passatempo?

Erano passati tanti di quegli anni che molte cose nella sua memoria erano sparite, altre erano confuse, altre ancora erano indistinguibili fra sogno e realtà.

Ricordava sua madre: quella non la si può scordare.

La ricordò e gli si inumidirono gli occhi: quanto era dolce, come cercava di accontentarlo in tutto ciò che poteva!

Lui non lo ricordava personalmente: glielo avevano raccontato qualche anno più tardi, ma nei suoi primi anni di vita lei gli aveva regalato, per Natale, un orso bianco di peluche che costava una cifra che non avrebbero potuto permettersi, ma lei per lui e gli altri suoi figli… qualsiasi sacrificio.

Sua madre, dunque, l’aveva portato, insieme al fratello maggiore sul molo di quel paesino della riviera di ponente: lui con quella cannetta di bambù comperata ai grandi magazzini, il fratello non ricordava con cosa pescasse, e sua madre gli aveva acquistato in un negozio apposito dei vermetti contenuti in un blocco di roccia friabile e glieli innescava.

Quello era stato il suo esordio: non ricordava neppure se avesse preso qualcosa, ma da quel momento era un pescatore e lo sarebbe stato per decenni.

Da chi aveva preso? Forse da nessuno, anche se lo zio materno pescava, ma non viveva a Milano e se il fratello maggiore di Toni, quello che era con lui sul molo al suo esordio, aveva pescato una trota al lago del passo dello Spluga usando un bastone come canna, uno spago come lenza e uno spillo piegato come amo.

Poi lui aveva smesso, Tony, invece, aveva insistito.

Anni più tardi aveva chiesto ed avuto in regalo una canna da lancio in fibra di vetro piena, con la quale aveva effettuato le prime vere catture che la memoria gli consentiva di ricordare, prima in Liguria, dove pescava occhiatine, sparaglioni, saraghi santandrea e piccoli cefali usando come esca un impasto di pane e formaggio, poi, in seguito, sull’Adda all’uscita dal lago di Como.

Prendeva il treno, da solo (poteva avere quattordici anni), la domenica mattina presto, scendeva a Calolziocorte, provincia di Bergamo e attraversava il ponte che divideva il paese da Olginate, allora provincia di Como, ora di Lecco.

Tecnica uguale a zero, ma allora il pesce era abbondante e si pescava comunque: alborelle, piccoli cavedani, qualche pesce persico, usando una fila di ami ricoperti di plastica colorata ed innescati con l’impasto di pane e formaggio che aveva usato al mare.

Le larve di mosca gli facevano schifo, ma più avanti si sarebbe rassegnato ad usarle, innescandole, però, con i guanti.

Era un po’ la leggenda del fiume, il ragazzino che pescava coi guanti di lana!

Un anno più tardi gli si aggregò un compagno di scuola; a mezzogiorno interrompevano la pesca e andavano in una trattoria ai margini del ponte che divideva i due paesi.

Qui, con trecentocinquanta lire, praticamente meno di venti centesimi di euro di adesso, veniva loro servita un’abbondante porzione di polenta con uovo all’occhio di bue.

Pescò così per qualche anno, prendendo anche una multa sulla quale pianse per giorni, ma questa è altra storia.

Un giorno si trovò a pescare accanto ad un signore robusto, che gli fece i complimenti perché riusciva a tenergli testa: avrebbe poi scoperto che quell’uomo era stato campione italiano di pesca e autore di libri su tale sport.

Se ne era sentito inorgoglito: la stoffa c’era, la tecnica sarebbe arrivata col tempo.

Poi vennero le amicizie: un portinaio del suo quartiere, un vecchio parente acquisito, gente con la macchina che lui ancora non possedeva.

I suoi orizzonti si allargarono a fiumi, laghi, rogge.

Un giorno partì in bicicletta da casa per andare a pescare su un canale a una trentina di chilometri da Milano: ci mise quasi mezza giornata per arrivare, bardato con giubbotto, sacca, canne; un paio di volte cadde e, arrivato sul posto, si accorse che era ora di tornare a casa!

Sul lago di Pusiano pescava chili di scardole, pesci spinosi e fangosi che poi costringeva parenti e conoscenti ad accettare: la figlia di un vicino rischiò di soffocare per una lisca di scardola andatale di traverso e così il padre non accettò più i suoi regali spinosi.

Intanto che ricordava, Tony aveva sconfitto il nodo semplicemente tagliando la lenza e rifacendo il finale e un paio di carpe discrete avevano deciso di concedesi alla sua canna, poi ritornarono prepotenti i ricordi dei suoi inizi.

Ritornò ai suoi ricordi: vennero i vent’anni, un’età che mette il magone solo a ricordarla, e la patente e la prima automobile.

Imparò a pescare a passata sui fiumi: Adda, Ticino, Sesia, Oglio.

Sul lago di Varese apprese a pescare a canna fissa scardole e boccaloni in quantità, oltre a qualche avola, le alborelle giganti.

A partire dai quindici anni aveva iniziato ad andare al mare da solo e qui aveva imparato anche molte tecniche marine: il bolentino, i gavitelli, la lenza morta e poi la tranquillità delle pescate di notte sul molo, a pensare, ad imparare le stelle.

La pesca è come la vita: s’impara vivendo.

Qualche altra carpa aveva abboccato, qualche ragazzino si era fermato a guardarlo: un tempo gli davano del tu, pescavano e ridevano con lui, ora non osavano rivolgere la parola a quel vecchio pescatore così assorto nella pesca e in pensieri che non potevano immaginare.

Infine si era fermato lì, in quel laghetto: i fiumi oramai erano delle fogne inaccessibili o, comunque bisognava fare molti chilometri e diventava anche dispendioso, dovendo andare da solo.

Gli amici? Spariti, sposati, trasferiti, qualcuno…

E la pesca è uno sport o un passatempo individuale, ma che si fa bene in compagnia.

Avevano cercato anche di coinvolgerlo in gare, in società di pesca, ma non ne aveva mai voluto sapere: per lui pescare voleva dire prendere pesci, non medaglie.

A parte l’avventura in Sardegna, in montagna e quella notte in barca, non aveva più pescato in altro luogo che in quel laghetto che un tempo aveva sognato, se avesse vinto al totocalcio o al superenalotto, di fare suo e di ripopolare con ciò che gli pareva e invitarci solo chi voleva lui, ma sono tante, troppe le cose che si vorrebbero e non si possono, che si sognano e non si realizzano.

In fondo andava bene così: la sua vita era stata poco movimentata, ma tranquilla, con rimpianti per chi era partito definitivamente e per quelli che premevano alle sue spalle per occupare il suo posto nel mondo.

Chissà perché proprio quel giorno di fine luglio, in quel posto, con ancora pochi utenti perché non era, per molti, ancora tempo di ferie, aveva voluto ricordare il passato.

Ma forse non era stato lui a voler ricordare, ma il passato a ritornare come un’onda di risacca.

Si dice che quando si giunge vicino alla fine si ricorda tutto, si rivive la propria vita, ma lui non era né così vecchio, né così malato: qualche dente traballante, troppe gite notturne in bagno e quella vista che non riusciva più a sciogliere i nodi, ma per il resto era ancora in discreta forma e non aveva alcuna intenzione di andarsene,

In fondo, anche se era solo, anche se non aveva più molti slanci, la sua vita andava bene così e poteva ancora pescare, leggere, fare tante cose: sì, anche ricordare.

Un bambino gli si avvicinò con la canna in mano: “Scusi, signore, mi si è fatto un nodo sulla lenza: lei è capace di scioglierlo?”.

Toni allargò le mani come si fa in chiesa quando si prega e scosse la testa; il bambino corse, allora, a farsi aiutare dal gestore del lago.

Il galleggiante di Tony si mosse, poi affondò, ma stavolta lui perse la boccata: forse un bruscolino nell’occhio, forse una lacrima, ma si sa: i vecchi hanno occhi malati che piangono spesso e per nulla.

 

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Pubblicato da su novembre 10, 2011 in racconti pesca

 

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