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L’ORCO E IL MAGO

05 Nov

L’ORCO E IL MAGO

Lisa era andata a fare una gita in montagna con la sua famiglia che prevedeva, fra l’altro, un’escursione nel bosco.

Come spesso succedeva, presto la bambina cominciò a lamentarsi che aveva troppo caldo, che aveva sete, che era stanca.

Cominciò, allora, a piangere, a pestare i piedi e a fare i capricci.

Giunti ad un bivio, nel pieno del fresco bosco, decise che la strada scelta dai suoi familiari non le piaceva e voleva prendere l’altra.

Nuovi pianti, nuovi capricci come quelli di una bambina di tre anni, anche se lei ne aveva dieci compiuti. “Lasciala andare”, disse il padre alla moglie che cercava di trattenere la piccola: “vedrai che appena vede che non la seguiamo torna indietro”.

Così Lisa si avviò per la strada che aveva scelto, che, però, non era parallela all’altra, ma divergente.

E così si perse.

Fino a questo punto la sua storia può sembrare uguale a quella di Trisha, la protagonista di “La bambina che amava Tom Gordon”, di Stephen King, solo che Lisa non era una bambina americana abituata ai campeggi; lei non aveva uno zainetto con la radio, il coltellino, la merenda e l’acqua.

E poi Lisa non sapeva nulla di piante e funghi commestibili. Camminò per alcune ore, spaventata ma decisa a non darla vinta ai suoi genitori tornando indietro.

Comunque, se anche l’avesse fatto, non sarebbe riuscita a raggiungerli, poiché la strada che aveva scelta serpeggiava fra gli alberi, era piena di bivi e di radure tutte uguali. E Lisa non sapeva come orientarsi col sole, col muschio degli alberi e il colore delle foglie. A scuola le avevano insegnato tante belle filastrocche, ma nulla di pratico.

Verso sera affamata, assetata, esausta, si fermò a sedersi su di un tronco e lì perse i sensi.

La trovò l’orco.

Lisa si svegliò e subito percepì l’odore del minestrone che bolliva nel paiolo appeso alla catena sul camino, solo che a lei il minestrone non piaceva.

Poi vide l’orco: proprio come quello delle fiabe raccontatele dalle sue maestre; era oltre due metri d’altezza, e almeno centocinquanta chili di peso. I capelli corvini gli arrivavano alle spalle mentre la barba toccava l’estremità inferiore dello sterno. Aveva enormi pantaloni di fustagno marrone, una camicia di flanella a scacchi rossi e neri e un gilè di pelle scamosciata.

Calzava, inoltre, giganteschi stivaletti anfibi come quelli dei paracadutisti e le sue mani sembravano due badili di quelli che si usano per spalare la neve d’inverno.

Poi Lisa vide il paiolo del minestrone che bolliva, enorme, tanto da contenere una bambina… ed allora cominciò a urlare. Lisa che piangeva, Lisa che faceva i capricci, Lisa che strillava era una cosa insopportabile e ben lo sapevano i suoi familiari: ora se ne stava accorgendo anche l’orco.

Cercò di rassicurarla per farla smettere, le garantì che non le avrebbe mai fatto del male: lui non faceva del male a nessuno, neppure agli animali del bosco, anzi, era addirittura vegetariano e si cibava solo di minestrone e patate al forno. Ma Lisa non lo ascoltava e strillava, strillava da spaccare i timpani.

Nel bosco, oltre l’orco, viveva un mago.

Essendo mago udì, nonostante la distanza, gli strilli della bambina e si mise in cammino.

Erano oramai diverse decine di minuti che Lisa urlava senza tregua e che l’orco disperato cercava, senza successo di farla smettere prima che il mago potesse sentirla.

Troppo tardi: il mago irruppe nella casa di tronchi brandendo una pala con la quale colpì alla nuca l’orco ancor prima che questi potesse anche solo accennare a proteggersi, e lo spedì nel mondo dei sogni. Tanto bastò perché Lisa cessasse di colpo di urlare e perdesse nuovamente i sensi.

Quando la piccola si riebbe non era più nella casa dell’orco, ma nella cucina della casa del mago.

Anche costui era come glielo avevano descritto le maestre nelle loro storie: lunghi capelli e barba bianchi, una tunica blu ornata da stelle gialle e l’alto cappello a cono, in tinta col vestito.

Solo che, a differenza delle favole, i suoi occhi non erano buoni.

Anche nel suo camino, come in quello dell’orco, bolliva un enorme calderone dal quale, però non giungeva profumo di minestra, ma solo di acqua calda e salata.

Il mago le si sedette accanto sull’ampio divano dove l’aveva posata e cominciò a carezzarla. “Non temere, piccola, le disse con vove melliflua, l’orco qui non avrà mai il coraggio di venire e non ti darà più fastidio. Vedrai, ora faremo un bel gioco insieme, prima dell’ora di pranzo.”

Mentre le parlava continuava ad accarezzarla; poi le sue mani cominciarono a scendere dai suoi capelli alle esili spalle, e poi cominciarono ad insinuarsi sotto la maglietta, dentro l’elastico dei suoi pantaloncini.

E nel pentolone appeso nel camino l’acqua bolliva, bolliva e lui l’accarezzava dappertutto e cominciò a baciarla, mostrando dei denti: aguzzi, proprio come quelli di un animale carnivoro…

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Pubblicato da su novembre 5, 2011 in Racconti

 

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