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TAVOLO N° 11

24 Ott

TAVOLO N° 11

Fra un mese Carla ed io festeggeremo nove anni di matrimonio, anche se il termine “festeggiare” nel nostro caso sembra addirittura esagerato.

Ricordo i nostri primi tempi, parlo di prima del matrimonio, quando ci siamo conosciuti e piaciuti subito.

Pare che piaciuti sia addirittura riduttivo nel nostro caso, perché impazzivamo letteralmente l’uno per l’altra; cercavamo solo l’occasione di rimanere soli per poterci abbracciare talmente stretti al punto che, pensavo, un giorno o l’altro ci saremmo compenetrati fino a diventare un solo essere: d’altronde, non è questo il vero significato dell’amore?

Diventare tutt’uno con l’altra persona.

Forse questo ci ha fatto accelerare i tempi e, in meno di un anno, eravamo sposati senza sapere veramente cosa significasse, sì, perché il matrimonio è ben differente dall’amarsi: vuol dire vivere insieme e condividere anche le cose meno positive, sopportare i difetti dell’altro che, passato il periodo della passione sfrenata, diventano spesso causa di nervosismo e discussioni.

Trascorsi i primi due anni, quelli della spensieratezza, dominati soprattutto dalla ricerca del contatto fisico fra noi, io avrei voluto che la nostra unione fosse completata da uno o più figli, ma Carla non ne ha voluto sapere: lei è ambiziosa, vuole fare carriera nel mondo del lavoro e un figlio le sarebbe stato solo d’impaccio.

Per me, invece, il completamento del matrimonio è prolungare se stessi in un nuovo essere che riassuma entrambi: non l’ho già detto che amarsi significa divenire una sola persona?

Forse è stato da quel momento che la nostra unione ha cominciato a spegnersi nella consuetudine e nella noia; tutti e due abbiamo ripreso il giro delle nostre vecchie amicizie, le nostre abitudini di prima del matrimonio e, così, senza una precisa ragione ci siamo allontanati.

Carla non lo ha mai saputo, ma ho pianto in silenzio, al buio, la prima notte che ci siamo coricati voltandoci le spalle.

So che la grande passione, l’ amore impetuoso al punto da farti male, non torneranno mai più, ma siccome io mi ritengo un tradizionalista, forse anche troppo all’antica, voglio a tutti i costi salvare il salvabile del nostro amore e della nostra unione.

Così ho pensato, in vista dell’anniversario imminente, di farle una sorpresa, prenotando un week – end con cena romantica in un albergo – ristorante in Riviera, specializzato proprio in romantici anniversari di nozze.

La particolarità e che il numero del tavolo e della camera corrisponde al numero di anni che si festeggiano: a noi è toccato il nove. Se capitano due anniversari uguali, viene messo il numero seguito da “bis”, mentre oltre due anniversari uguali, il terzo viene rifiutato

* * *

Il maitre non era propriamente ligure, ma uno di quegli attempati napoletani veraci che ispirano subito simpatia e fiducia; nel percorso dall’ingresso al tavolo nove, non ha smesso un sol momento di parlare, mettendo anche noi di buon umore e predisponendoci ad una bella serata.

I tavoli erano disposti in file alternate, cosicché il numero dieci era un po’ più spostato rispetto al nostro che, invece, ci consentiva la piena visione del numero undici.

Vi devo avvisare, signori, – ci disse il nostro accompagnatore e nuovo amico, in un italiano perfetto, ma con quella cadenza tipica che t’ispira subito confidenza – il numero undici vi sembrerà un po’ strano, ma non ci fate caso. In realtà è anche l’unico che non corrisponde agli anni di matrimonio, ovvero corrisponde solo in parte. A dire la verità il colonnello viene qui da oltre venticinque anni

Un colonnello?” chiedemmo quasi all’unisono io e Carla.

In realtà non so se sia un vero colonnello, ma qui l’abbiamo soprannominato così per il suo aspetto marziale; potrebbe, in effetti, essere un nobile, o semplicemente un gentiluomo d’altri tempi. Ora scusatemi, ma devo ricevere altre persone all’ingresso, ma sono sicuro che, quando lo vedrete, vorrete sapere il resto della storia, solo, vi ripeto, non stupitevi di nulla”.

Così detto l’uomo fece un leggero inchino e, dopo un piccolo tratto a marcia indietro, si voltò e, con una grande esclamazione di benvenuto, si slanciò verso i nuovi venuti, il numero ventitre.

Non passò molto tempo che giunse anche il misterioso “colonnello” che, oramai, ci aveva incuriosito da morire.

Non c’era dubbio che fosse lui, lo riconoscemmo appena entrato ed in effetti, sì, o colonnello o barone era il termine esatto per definirlo.

Era un uomo abbastanza anziano, certamente vicino ai settanta, anche se ben portati, ma diritto e con un bel portamento.

Era calvo e portava un obsoleto monocolo.

Il suo abbigliamento era impeccabile; giunse senza accompagnamento al suo tavolo rifiutando, con un cortese gesto della mano, la guida del maitre.

Era solo.

Poggiò il soprabito sulla terza sedia, quella di lato al tavolo, poi guardò verso di noi e ci fece un sorriso di saluto, unito ad un piccolo inchino.

Quindi scostò una delle due seggiole, come per fare sedere una signora e, subito dopo la riaccostò un poco verso il tavolo; fatto il giro dal lato senza seggiole, si sedette a sua volta.

Carla ed io ci guardammo: come mai era solo? E, visto che era solo, perché il tavolo era, comunque, apparecchiato per due?

Per l’intera durata della cena quasi non parlammo: osservavamo, senza sfacciataggine inopportuna, il nostro dirimpettaio.

Gli furono serviti un consommé con crostini e una mezza aragosta, il tutto per due persone.

Per l’intero tempo della cena, non smise di parlare, sottovoce, tanto da non essere udibile, alla persona che non era con lui: versò anche dello champagne nel bicchiere di fronte, prima ancora che nel proprio, dopo di che alzò il calice in un plateale gesto di brindisi.

Concludemmo che era un po’ fuori di testa, pur innocuo e curioso nella sua mania.

A un certo punto, però, non resistetti e, sollecitato anche da Carla, mi alzai e raggiunsi il maitre all’ingresso.

Ero sicuro – mi accolse – che sarebbe venuto ad ascoltare il seguito della storia: lo fanno tutti, la prima volta. Come vi ho detto, il colonnello venne qui venticinque anni fa e, da allora, non è mai mancato un anno. All’undicesimo anniversario, però, giunse senza la moglie, una vera signora anch’essa, sempre gentile e fine come poche ne ho conosciute. Non mi spiegò molto, ma mi disse solo, brevemente, che la signora era mancata, ma nulla cambiava per il loro anniversario: avrei dovuto apparecchiare e servire sempre per due <Perché lei è e sarà sempre con me>, concluse e, da quella volta, io non gli chiesi più nulla, ma da allora sono quindici anni che viene qui, chiedendo sempre il tavolo numero undici, perché per lui il tempo si è fermato a quel momento. E’ vero che è una cosa un po’ bizzarra, ma non fa del male a nessuno e, fintanto che paga anche ciò che non consuma, la sua stranezza non ci dà nessun fastidio”.

Tornato al tavolo, relazionai Carla sul racconto del maitre: fu la prima volta che la vidi commossa: quasi vergognandosi, si asciugò veloce una lacrima, prima che le sciogliesse il trucco.

Anche lei, pragmatica, a volte, al limite della durezza, era stata colpita da quell’amore sopravvissuto alla morte.

Forse la vicenda del colonnello ci servì da lezione, perché da quel momento, dal giorno del nostro anniversario, ci siamo riavvicinati e non è più successo che dormissimo dandoci le spalle.

Una sola cosa non abbiamo capito e ci ha lasciato perplessi: per tutto il tempo della cena non avevamo mai perso di vista il tavolo numero undici e avevamo visto mangiare e bere solo il “colonnello”, tanto che i piatti della seconda, inesistente persona, erano stati portati via ancora colmi; eppure, a fine cena, il calice di champagne della sua defunta compagna era stato svuotato e, uscendo dal locale, notammo che il secondo tovagliolo, sul tavolo undici oramai vuoto, era sporco di rossetto.

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Pubblicato da su ottobre 24, 2011 in Racconti

 

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