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L’INCENDIO

16 Ott

L’INCENDIO

Aveva appena ricevuto la telefonata: “Professore, se vuole venire a prendere il cedolino del suo ultimo stipendio, è pronto”.

Già, il suo ultimo stipendio, visto che dopo quella violenta discussione con la preside che voleva trasferire una delle sue classi in uno scantinato, questa aveva fatto in modo di fargli perdere il posto.

Da quel giorno lui non aveva praticamente più vissuto: insegnare era il suo lavoro, ma anche la sua vita; lui riusciva ad avere sempre un rapporto speciale coi suoi alunni, un rapporto che non riusciva a nessun altro insegnante ed anche per questo non era ben visto dai colleghi, ma lui se ne infischiava: per lui la scuola erano solo il suo insegnamento, i suoi alunni e nessun altro.

Rimase per un po’ indeciso se andare a ritirare subito il documento: la ferita era ancora fresca e rivedere la scuola gli avrebbe provocato solo un’altra fitta all’anima.

Cincischiò un poco, poi si decise: c’era qualcosa dentro di lui che lo spingeva ad andare e a farlo anche in fretta.

Andò.

A metà strada cominciò a sentire le sirene: accostò e si fece sorpassare da tutta una serie di automezzi dei vigili del fuoco e di ambulanze.

Per la seconda volta in quella mattinata ebbe uno spiacevole presentimento.

A volte gli succedeva di avvertire le disgrazie prima che queste accadessero, tanto che qualcuno, scherzando, gli aveva detto che era lui a menar gramo.

Mano a mano che si avvicinava alla scuola, il traffico aumentava: anzi, pareva proprio bloccato.

Appena possibile accostò l’auto al marciapiede e proseguì a piedi, a passo svelto, che divenne corsa sfrenata quando vide il fumo e il bagliore delle fiamme: era proprio la sua scuola che bruciava!

I miei ragazzi! urlò nella propria testa.

I “suoi” ragazzi, quelli che lo amavano, ma che non avevano mosso un dito in sua difesa, che non gli avevano fatto né una telefonata, né scritto due righe di solidarietà.

Ma i ragazzi sono fatti così, e lui li amava per quello e a loro avrebbe perdonato qualsiasi cosa: agli altri, la preside, le colleghe, no!

Gli alunni erano radunati sulla piazza al di là del marciapiede della scuola, come tante volte avevano insegnato loro nelle esercitazioni di evacuazione; insegnanti, uomini e donne, stavano facendo l’appello.

Poi vide le sue oramai ex colleghe; due di loro piangevano e urlavano al limite dell’isterismo quattro nomi: Mattia, Pietro, Enrico e Luca che non rispondevano all’appello.

Tutto ciò lo realizzò come in trance: forse stava piangendo e urlando anche lui, di sicuro stava ancora correndo.

Sentì qualcuno chiedere a un pompiere: “Ma non potete fare niente?”

Purtroppo no – rispondeva l’uomo in tuta arancione – L’incendio è troppo esteso: non c’è possibilità di entrare neppure coi respiratori”.

Balle!” pensò, e senza rallentare si scagliò dentro il portone, mentre i pompieri, sorpresi, non riuscirono ad afferrarlo per fermarlo. Con quei ragazzi, che gli avevano tolti, lui aveva vissuto dei momenti bellissimi: una volta, in gita, uno gli si era addormentato contro la spalla sul pullman al ritorno da una giornata tanto bella quanto sfiancante: era un ricordo che gli era rimasto nella pelle.

Gettò il cappotto, che gli era solo d’impicci0o, nell’atrio, poi si precipitò verso i bagni, dove si rovesciò addosso una secchiata d’acqua gelida che gli inzuppò i vestiti; quindi s’avvolse la sciarpa bagnata intorno a bocca e naso e si slanciò su per le scale.

Tre piani! E poi quell’aula inadatta, con due porte che si aprivano verso l’interno: il senso sbagliato! Era anche per quello che aveva litigato la prima volta con la preside, che aveva deciso allora di trasferire la classe in cantina.

Giunse al terzo piano senza fiato e col cuore impazzito: lui era cardiopatico e tutto quello era troppo, ma c’erano Luca, Mattia, Enrico e Pietro che ancora una volta di più avevano bisogno di lui.

Quante volte l’avevano chiamato mentre spiegava o mentre loro facevano esercizi, perché li aiutasse o desse loro una spiegazione supplementare!

Quante volte era stato chino sui loro banchi, sui loro esercizi, sulle loro teste folte di capelli che odoravano di gioventù!

Sono qui, resistete, sono e sarò sempre qui per voi quando avete bisogno!” urlò ancora nella propria testa.

I ragazzi erano a terra nell’aula invasa dal fumo, privi di sensi.

Li trascinò a due a due nel corridoio, dove c’era un po’ più aria, poi ne caricò uno in spalla, a mo’ di agnello del presepio, e ne prese un altro per il collo della felpa, per trascinarlo via.

Quella era la parte più dolorosa: i suoi ragazzi gli erano tutti ugualmente cari e, comunque, aveva dovuto fare una scelta che riduceva le possibilità per due di loro.

Se almeno i pompieri avessero steso il telone! Li avrebbe buttati giù dalla finestra, ma la scuola minacciava, oramai, crolli, e tutti si tenevano al sicuro sull’altro marciapiede.

Fatti, a fatica, due piani, coi piedi di Pietro che sbattevano su ogni gradino rischiando di fratturarsi, la scala davanti a lui crollò.

Il “prof” non si perse d’animo e deviò a sinistra verso l’altra scala, quella centrale.

Era difficile vedere qualcosa, aveva il cuore che sembrava esplodergli e non aveva smesso di correre un attimo da quando aveva parcheggiato, in divieto di sosta, la macchina.

Finalmente fu fuori; due pompieri e due barellieri gli si fecero incontro e gli presero i ragazzini dalle mani.

Bravi ragazzi – pensò per un attimo – bravi, coraggiosi ragazzi che state rischiando la vita per i miei ragazzi: bravi!”.

I pompieri non ebbero, però, il tempo di fermare lui, perché al terzo piano due alunni avevano ancora bisogno del suo aiuto, sempre che non fosse già troppo tardi.

E’ una pazzia – sentì gridare alle sue spalle – qui crolla tutto: non può farcela! Rischia solo di lasciarci la pelle anche lei; torni ind…” ma lui era già lontano e non li sentiva più.

Rifece, all’inverso la strada di prima: scalone centrale, poi a sinistra e altri due piani col cuore sfinito; ora si rendeva conto di stare veramente male.

I ragazzini erano lì dove li aveva lasciati.

Si tolse la sciarpa bagnata e l’avvolse attorno al viso uno dei due, poi se lo caricò in spalla; l’altro, per fortuna era mingherlino, per cui lo prese sottobraccio per la vita e si scagliò verso la scala.

A metà dovette fermarsi un attimo: non ce la faceva più, respirava solo aria rovente e sentiva un dolore insopportabile alla gamba; guardò in basso e vide che non aveva più parte della gamba dei pantaloni e buona parte del polpaccio, che era un grumo nero e fumante.

Riprese, comunque, la discesa: due piani, poi a sinistra, lo scalone…

Ora non vedeva più nulla: il fumo era nero e denso e in mezzo a questo guizzavano lingue arancione di fuoco maligno.

Comprese che aveva fallito: non ce l’avrebbe mai fatta e per Enrico e Mattia non c’era scampo.

Poco importava quello che era riuscito a fare, davanti a quello che non gli era riuscito.

Poi, col cuore che se ne stava andando, vide altre due lingue arancioni, ma queste gli venivano incontro con dei respiratori sul viso.

Malgrado tutto sorrise; l’ultimo pensiero fu che, come nei film d’avventura americani, “arrivano i nostri” al momento giusto, pensò ancora: “Bravi, coraggiosi ragazzi…” poi tutto fu nero e lui cadde in avanti.

Quando aprì gli occhi vide una luce bianchissima: doveva essere in ospedale, solo che non c’era il consueto odore di disinfettante, ma un intenso, quanto gradevole, profumo di fiori.

Pensò ai fiori portati agli ammalati dai parenti o ad un deodorante per ambienti: doveva farsene dire la marca.

Era in fondo ad un corridoio fatto a tubo ed aveva come l’impressione di essere in un cannocchiale, perché là, in fondo, vedeva una camera d’ospedale, solo che questa era come ingrandita, invece che apparire lontana.

Nei quattro lettini c’erano i suoi ragazzi: parevano stare abbastanza bene, nonostante le mascherine per l’ossigeno che tenevano ancora sul viso.

Accanto ai letti le quattro mamme sorridevano e tenevano loro le mani, quasi fosse una coreografia preordinata.

Riusciva a vederli, ma non a sentirli; poi entro un medico: Luca si tolse la mascherina e chiese qualcosa al dottore.

Capì che parlavano di lui.

Il medico scosse la testa senza parlare, abbassandola e i ragazzini scoppiarono a piangere insieme, all’unisono: perché lo facevano? Lui era felice, perché sapeva che loro erano salvi e stavano bene.

Vieni, ora che li hai visti: è tempo di andare” disse una voce alle sue spalle.

Lui si voltò e seguì, sereno, quella voce che non apparteneva a nessuno.

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Pubblicato da su ottobre 16, 2011 in Racconti

 

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