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SFIDA FINALE AL RE

12 Ott

SFIDA FINALE AL RE

Quanto tempo era passato dal giorno del primo ed unico incontro di Tony con la grossa carpa del lago dei frati? Sicuramente tanto, troppo, con infiniti eventi che si erano verificati, con persone che erano arrivate e passate come passeggeri in una stazione ferroviaria.

Se n’erano andati anche un po’ dei capelli di Tony, mentre altri si erano incanutiti: insomma, gli anni erano passati inesorabilmente, con quella velocità che segue la legge di gravitazione universale, per cui quando si ha scollinato la mezza età e si è nella fase discendente della propria esistenza, questa aumenta con la progressione del quadrato e ci si ritrova ad aver sempre meno tempo per le cose da fare e sempre più rimpianti per non averle fatte nel tempo giusto.

Nonostante questi malinconici, quanto dovuti bilanci, Tony rimpiangeva ben poco: in fondo la sua vita non era stata poi così malvagia.

È vero che non si era fatto una famiglia, ma aveva dei parenti che si preoccupavano per lui, e aveva degli amici sinceri, e questa è una cosa che non tutti possono vantare.

Aveva superato bene, anche grazie al suo hobby, la pesca, il male oscuro, il dolore di vivere ed ora affrontava sereno la discesa finale, senza paure e senza troppi rimpianti.

Tutto sommato aveva ancora il suo lavoro e il tempo della pensione era di là da venire, quindi si sentiva attivo.

Per ciò che riguardava la pesca, poteva vantare prede che pochi fra coloro che condividono il suo sport possono annoverare fra le loro catture: lo strogovic (o come diavolo si chiama: non lo aveva ancora capito), la trota di montagna, seppure incompleta come cattura, visto che era stato aiutato dai suoi compagni d’avventura nel recupero, come incompleta era stata la cattura del re del lago, che, anzi, non c’era proprio stata, ma il tutto era stato ampiamente compensato dai 32,750 kg della sua preda sarda, però… Però non gli bruciava tanto la mezza sconfitta con la trota, quanto quella piena rimediata nel “suo” lago.

Erano passati alcuni anni, durante i quali in quel buco d’acqua azzurra aveva salpato, liberato e risalpato decine di quintali di carpe, con una media fra i quattro e i cinque quintali a stagione (in effetti, in un mese, vale a dire in una sola dozzina di volte, non in un intero anno); aveva catturato anche delle belle prede: sei, sette, nove chili ciascuna, visto che oramai era veramente esperto e ben attrezzato, ma della sua mitica avversaria non c’era più stata traccia.

Né lui, né altri ne avevano mai più avuto notizie, abboccate o avvistamenti.

Era, però, sicuro che adesso se si fossero scontrati di nuovo, le cose sarebbero andate in modo diverso: aveva un’altra attrezzatura, rispetto alla prima volta, ma soprattutto si era fatto, sulle proprie spalle, ben altra esperienza ed aveva imparato anche l’astuzia dalle sue “vittime”: al tempo della prima lotta col re aveva entusiasmo, coraggio e un po’ d’incoscienza, mentre ora aveva combattuto alla pari con altri mostri ed aveva scoperto e corretto molti dei propri errori.

È sempre così: l’età compensa il degrado di molte doti con una sola, ma importante: l’esperienza, appunto.

Tony, al momento di partire per le vacanze, aveva caricato, come sempre, la sua utilitaria fino all’inverosimile: con gli anni erano passate anche le vetture, ma lui era rimasto fedele alle auto piccole, economiche e maneggevoli che, però, sacrificano alla praticità lo spazio.

Era l’inizio della seconda settimana di luglio ed era tempo di partenza per la sua meta consueta.

I nipoti, i parenti, gli amici, lo attendevano, anch’essi con qualche anno di più e con nuove cose da raccontare.

Già da tempo Tony aveva programmato questa ennesima estate, ed aveva in progetto di lanciare anche un nuovo guanto di sfida al re, re temporaneo, perché lui non era disposto a lasciargli lo scettro ed intendeva ripetere al più presto la loro battaglia incruenta per stabilire definitivamente chi fosse il dominante di quell’ambiente.

Certo, era indispensabile che l’altro raccogliesse quel guanto simbolico: in fondo parliamo di un pesce, non di un essere raziocinante.

Ma lui aveva umanizzato l’animale ed era quasi certo che si sarebbero rincontrati e che questi avrebbe accettato la sfida solo quando lui si fosse portato al suo livello, quando il pesce l’avesse reputato degno di lui; ora aveva acquisito tutte le malizie del vero pescatore e la carpa doveva saperlo: era giunto finalmente il momento di dare l’assalto e lo scacco finale al re, finalmente con una sfida alla pari! Per mesi Tony aveva curato in modo quasi maniacale la propria attrezzatura: aveva eliminato la parte di filo del mulinello che aveva perso di elasticità, aveva cambiato amo al finale, sostituendolo con un altro che, più che in un negozio di caccia – pesca, sembrava essere stato acquistato in una gioielleria, sia per la fattura che per il prezzo.

Aveva anche piano, piano, accumulato chili di pastura e di esche di quelle da carp-fishing, esche apposite con aggiunta di ormoni e sostanze dall’aroma tanto irresistibile per un pesce, quanto ributtante per un uomo.

Dall’avventura in Sardegna gli erano rimaste diverse novità tecnologiche, alle quali si era di recente aggiunto perfino un piccolo ecoscandaglio.

I rapporti col proprietario del lago erano buoni da sempre e rinsaldati da anni di conoscenza, per questo Tony si azzardò a chiedergli di lasciargli usare la barca con la quale, quotidianamente, l’uomo raggiungeva la gabbia posta in mezzo al lago dove erano tenute le trote da rilasciare per la felicità di coloro che non si sentono soddisfatti se non portano a casa il pescato, salvo poi non sapere a chi darlo, oppure ritengono di dovere a tutti i costi recuperare in qualche modo il costo del biglietto d’ingresso, non accontentandosi del semplice divertimento, del sole, della natura che venivano loro offerti ad un prezzo, tutto sommato, modesto, simile a quello di un ingresso al cinema.

L’uomo acconsentì alla sua richiesta, raccomandandogli, però, di stare attento a non cappottarsi con quel guscio minuscolo e instabile nelle fredde acque del lago; si trattava solo, comunque, di pochi minuti: il tempo di fare il giro del bacino ed individuare con lo scandaglio le zone più profonde, gli ostacoli invisibili, l’ambiente migliore e i branchi di pesci.

Fatto ciò, Tony si era fatto una mappa mentale del fondale, che a casa avrebbe riportata su carta e sapeva ora dove poter insidiare il suo avversario, dove era più probabile che questo si nascondesse.

Tanto per verificare l’esattezza dei dati rilevati, provò un giorno a dedicarsi alla pesca allo storione, del quale c’erano nel lago una manciata di esemplari; innescato un formaggino di quelli a triangolo che si danno ai bambini, ebbe quasi subito l’abboccata e recuperò un esemplare di circa nove chili: non male in assoluto, ma piccolo per quella specie di pesce.

Un altro giorno provò, innescando un pesciolino vivo, ad adescare uno dei rari lucci che vivevano ai margini del canneto che si trovava in testa al lago: anche qui ebbe presto un riscontro positivo e recuperò, per poi liberarlo con tutte le cautele, ma solo dopo la foto di rito, un discreto esemplare sui sette chilogrammi.

Basta esperimenti: la mappatura che aveva fatto del fondale e delle sue presenze si era rivelata esatta ed era il momento di sferrare l’attacco al trono del re.

Tony aveva bisogno di tranquillità così, s’accordò col proprietario, la prima mattina in cui il lago era chiuso, ma l’uomo aveva dei lavori da farvi, quali rasare l’erba, si presentò di buonora, pagò e si mise in azione.

Come prima operazione lanciò una dose cospicua di palline di pastura, che poi erano le stesse che avrebbe adoperato come esca, usando uno dei metodi appresi dalla visione di un DVD sul carp–fishing: si adoperava un tubo ricurvo di circa un metro di lunghezza, dove si inseriva la pastura e poi , con un movimento semicircolare del braccio, dal basso dietro le spalle, fino alla direzione voluta, si lanciavano le stesse e, con un po’ di pratica si otteneva un’incredibile distanza e precisione.

Nel filmato alcuni pescatori usavano anche un enorme cucchiaio di plastica della stessa lunghezza del tubo, ma Tony preferiva il primo metodo che era più sicuro e non faceva sprecare pastura.

Fatta questa prima operazione, il pescatore lanciò sulla zona dove aveva pasturato, sempre seguendo il rituale imparato dal video, un segnalatore visivo che lo aiutasse a indirizzare i suoi lanci con precisione sul luogo dove stava agendo la pastura. Finalmente era pronto: innescò sulla montatura alcune boiles, le palline di esca, disposte, come aveva appreso dalle riviste “ad omino di neve” e mirò verso il segnale.

Adesso si trattava solamente di aspettare.

Aveva scelto di montare sia un galleggiante che un campanello, per essere certo di non perdere alcuna abboccata.

Ben presto il campanello trillò, il galleggiante affondò e Tony ferrò e recuperò una carpa di circa otto chili, che neppure perse tempo a fotografare: non era lei quel giorno il suo obiettivo.

Poi per tre ora nulla, o quasi: solo un paio di colpetti al galleggiante, una vibrazione del campanello, poi più nulla.

Pensò, anzi, ne era quasi certo, che la carpa lo stesse studiando, quasi provocando, poi si rese conto che ancora una volta stava umanizzando un po’ troppo quello che era solo un animale con l’intelligenza e i pensieri di questo. L’unico vantaggio, forse, della sua avversaria rispetto alle altre carpe erano le sue dimensioni e non in quanto tali, ma come testimonianza della sua età.

Quell’esemplare poteva avere oltre venticinque anni, forse trenta e tutto ciò significa esperienza, anche per un pesce.

Ora, almeno in quello, erano pari: anche Tony pescava da oltre trent’anni, tanto era il tempo trascorso da quando aveva iniziato a divertirsi con la cannetta fissa di bambù comperata alla Upim da una madre sempre attenta ad accontentarlo nelle sue richieste. Poi ci fu una sequenza di diverse catture tutte oltre i cinque chili, ma non erano quelle a cui Tony mirava.

Adesso Bruno, il gestore, che aveva finito di falciare l’erba tutto intorno al lago, grazie all’aiuto di un mini-trattore tagliaerba, era arrivato alle sue spalle, in silenzio, come suo solito e come un bravo pescatore è abituato a fare; in tanti anni di gestione di laghetti per la pesca sportiva, mai aveva visto, in un’unica mattina, tante catture importanti, ma il fatto che il suo cliente “del nord” non si concedesse un attimo di tregua né per un caffé, né per una bibita o un panino, gli dava da pensare che quella mattinata particolare non fosse ancora finita ed avesse ben altro in serbo.

Nuovo trillo del campanello della canna e dopo una breve, quanto impari lotta, ecco apparire un amur, curioso pesce importato dall’est Europa a metà fra una carpa e un cavedano: doveva passare i dieci chili e sicuramente il metro e venti di lunghezza, ma Tony non perse neppure tempo a pesarlo o fotografarlo, cosa che faceva, invece, sempre con le grosse prede: quello era il giorno di un’altra sfida.

Questo voleva dire che l’obiettivo dell’uomo era un altro e che c’era un conto in sospeso.

Poi Bruno ricordò quella storia, che fino ad allora non aveva capito se fosse una leggenda o la realtà, che gli era stata riferita appena presa la gestione del lago, quella della lotta, risoltasi in favore del pesce e allora capì… Passò ancora mezz’ora dopo la cattura dell’amur e questa volta il campanello diede segno di vita in modo diverso: prima un trillo timido, poi silenzio, poi un altro trillo; allora Tony, con cautela smontò il segnalatore e prese la canna in mano.

La punta ora vibrava ad intervalli regolari. “Ora!”, gli gridò Bruno nella propria mente, ma non era ancora il momento, secondo Tony che, più che una canna in mano, pareva avesse un telefono collegato direttamente con le profondità del lago e con un interlocutore particolare all’altro capo. “Non è ancora ora – valutò Tony – sta assaggiando l’esca, ma sa benissimo che è una trappola ed è cauta, eppure gli ormoni e le essenze di frutta la fanno impazzire e non può fare a meno di succhiare l’esca e, prima o poi la ingoierà…”.

La canna vibrò nuovamente, ma stavolta con più violenza; “Ora!” gridarono all’unisono i due uomini e dall’altra parte l’amo d’acciaio si conficcò nello spesso labbro dell’animale.

Da questo momento cominciava la vera battaglia: fino ad ora erano state solo schermaglie strategiche, ma adesso entravano in gioco le forze fisiche e la lotta alla pari.

Recupero, rilascio, un po’ di filo in più, poi una nuova partenza, eppure a mano a mano uno, due giri di lenza si accumulavano sulla bobina del nuovo, capiente mulinello di Tony.

Dopo oltre un’ora di quello sfibrante tira e molla, a sette, otto metri dalla riva sulla quale era appostato Tony, comparve finalmente a galla la schiena del pesce: forse non pesava quanto la “big” della Sardegna, ma sicuramente da quelle parti nessuno aveva visto, né tanto meno catturato una carpa di quella taglia.

Ora il pesce vedeva l’uomo e sfoderava le forze residue; anche Tony era sfinito e le braccia avevano i muscoli che gli bruciavano.

Le mani avevano quasi perso di sensibilità, ma i metri diventavano cinque, poi di nuovo sei, poi quattro, poi sei, poi tre, poi due… A questo punto Bruno si affiancò a Tony col guadino in mano, come aveva fatto con lo strogovic, ma il pescatore lo fermò con un gesto del capo: “No, mi scusi, ma questa volta è una questione personale…”.

L’altro capì e poggiò il manico della rete allo steccato che separava la sponda dal lago.

Era finalmente finita: oramai il pesce non tirava più e si era messo in posizione verticale; Tony gli teneva la testa fuor d’acqua per fargli perdere gli ultimi residui di forze e l’animale sputava ritmicamente boccate d’acqua con stanchezza e rassegnazione alla sconfitta subita.

Tony sapeva benissimo che non poteva tenerlo in quella posizione troppo a lungo: in fin dei conti era un pesce anziano e lo stress della lotta, unito a quel principio di asfissia, avrebbe potuto essergli fatale, eppure Tony non poté fare a meno di guardarlo ancora un attimo negli occhi: vi vide il dolore, la sconfitta e, per un attimo, dimenticò la propria vittoria e gli vennero le lacrime agli occhi: ora la pesca, hobby o sport che fosse, gli sembrava così crudele, inutile, eppure era una lotta atavica ed era allo stesso tempo terribile e meravigliosa.

Fu un attimo, poi si asciugò gli occhi con la manica della maglietta, voltando la testa verso la spalla, visto che le mani erano entrambe occupate a reggere canna e guadino.

Allungò il guadino verso l’acqua e salpò il pesce, trascinandolo verso riva senza sollevarlo dal suo elemento.

Con delicatezza lo slamò, poi appese il guadino alla bilancina regalatagli da Gigi un’eternità di anni prima: il display elettronico segnava un bel 29, 900 kg! Senza neppure sollevare il fondo della rete dall’acqua, fotografò l’animale, poi lo carezzò con delicatezza, per non asportargli lo strato di muco protettivo, gli disse: “Vai!” e rovesciò la rete in acqua: in quel momento ancora una volta si trovò ad umanizzare il suo avversario e fu convinto che fra loro c’era qualcosa di speciale, un feeling che li univa pur se posti da parti opposte della canna da pesca.

L’animale s’allontanò con maestosa stanchezza e con la dignità dello sconfitto a cui è reso l’onore delle armi. Tony si voltò e cominciò a riporre i propri attrezzi: in quel momento gli parve che il suo passatempo estivo preferito non avrebbe più avuto uno scopo dopo quella vittoria, ma si sa, i pescatori hanno sempre mille risorse…

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Pubblicato da su ottobre 12, 2011 in racconti pesca

 

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