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CLASSE 2a X

04 Ott

CLASSE 2A X

Dopo la laurea Virgilio aveva iniziato subito ad insegnare: forse non era quello ciò che voleva fare da grande, quello a cui pensava quando era ancora un bambino, ma tanto passava il convento e care grazie che c’era stato almeno quel lavoro.

Dopo aver conquistato, non senza fatica e sacrifici, l’agognato “pezzo di carta”, aveva cominciato a girare scuole su scuole, ad avere supplenze, magari incarichi annuali, un escamotage così comodo per lo stato che in quel modo pagava un insegnante, oltre che poco, per soli nove mesi invece che per dodici, tredici se si considera la tredicesima, appunto.

Stanco di quell’introito annuale che gli consentiva a mala pena di coprire le spese di condominio, le bollette di luce, gas, telefono e che gli negava ogni extra, fosse questo anche solo un libro o un CD musicale o una serata in pizzeria invece che a casa a riscaldare cibi surgelati, aveva fatto tutta la trafila dei corsi abilitanti, aveva superato gli esami (altri sacrifici, altre spese), ma anche con l’ottenimento dell’abilitazione non era cambiato molto, per lo meno non era cambiato il suo precariato.

Infine, a quarant’anni suonati, era arrivato la tanto agognata entrata in ruolo ed erano così iniziate le lunghe file in provveditorato per scegliere la scuola di destinazione, quella dove avrebbe fatto il suo anno di prova prima di poter scegliere la sede definitiva.

Non conoscendo personalmente tutti gli istituti dove risultavano esserci dei posti liberi, si basò su tre parametri: per primo il fatto che l’orario fosse quello di cattedra, vale a dire diciotto ore: ci mancava solo di avere uno spezzone con orario, e conseguente stipendio ridotto! poi cercò una scuola che fosse situata in una zona abbastanza centrale, per non correre il rischio di finire in una delle cosiddette “scuole di frontiera”, con ragazzi difficili provenienti da famiglie, talora, inesistenti o distratte, oppure una con troppi extracomunitari, provenienti da paesi dove le scuole erano una barzelletta (non era razzismo, ma lui era stanco di fare il missionario ed ora voleva vivere tranquillo).

Infine, visto che poteva scegliere, si assicurò che la scuola non fosse troppo lontana da casa sua e che, magari, avesse anche un cortile interno dove poter parcheggiare la macchina, così da non doversi alzare all’alba per prendere una caterva di mezzi pubblici.

Si presentò subito alla segreteria della scola, anche se mancava qualche giorno all’inizio delle lezioni e fu ricevuto dalla vice – preside per la presentazione della classe, o delle classi e il consueto pistolotto iniziale con le raccomandazioni di rito: tutte cose già provate fino alla noia.

Si aspettava, infatti, di ascoltare cose già troppe volte udite negli ultimi anni: “Sa, la nostra è una scuola di un certo prestigio, le famiglie sono esigenti, ci vuole cautela, occorre misurare le parole, mai essere offensivo, né alzare la voce. I nostri ragazzi puntano tutti ai licei, quindi il programma deve essere consono allo scopo e propedeutico per questi – e poi sarebbe arrivata quella domanda così stupida – ma lei ha già insegnato?” alla quale aveva sempre avuto una gran voglia di rispondere: “No, i miei punti li ho ottenuti con la tessera del supermercato, facendo la spesa!”, ma non si poteva…

Questo si aspettava, ma così non fu.

La donna aveva modi spicci, ma tutto sommato cordiali, quindi non la prese troppo alla lontana, ma neppure poté andare subito diretta al punto, per motivi che Virgilio Dal Mastri avrebbe scoperto anche troppo presto.

Vede, la preside ha deciso di assegnarle un nostro progetto un po’ particolare, che, vedrà, sarà per lei, anzi, per te, perché qui ci si dà del tu, anche un momento di crescita professionale – ecco, pensò Virgilio, se iniziano a condirti, sei pronto per essere cucinato o fatto in insalata… La donna continuò – come ti dicevo questo è un progetto particolare, in cui tu dovrai insegnare italiano, storia, geografia, educazione civica, in un’unica classe; le ore restanti per arrivare alle diciotto previste, saranno completate con l’alternativa per ragazzi di altre classi che non fanno religione o con supplenze in caso di colleghi assenti. La tua classe sarà la seconda X. La lettera sta a significare che è una classe un po’ diversa da tutte le altre…”.

Ahi, pensò Virgilio, ci risiamo con le classi ghetto fatta di delinquentelli; del resto nella scuola la stragrande maggioranza degli insegnanti sono donne e se c’è qualche problema, soprattutto di gestione della disciplina, ci mandano i pochi uomini presenti in organico, come se in classe si dovesse usare la forza fisica da mattina a sera.

La vice – preside continuò: “La classe è talmente particolare che è situata in un corpo staccato dall’edificio principale; come vedrai si tratta di pochi alunni, perché sono un po’ speciali (appunto, delinquentelli, balordi…) – poi tagliò corto – vieni, così vedrai tu stesso, ti accompagno”.

Virgilio si alzò e si scostò per lasciare il passo alla donna; in quel momento, più che Virgilio, si sentiva Dante guidato all’inferno, mentre Virgilio era la professoressa Boni, responsabile di plesso, nonché all’ultimo anno di lavoro lì dentro prima della sospirata pensione.

C’era una domanda che il professor Dal Mastro avrebbe voluto fare alla donna, quando gli fu chiesto se aveva qualcosa da chiedere e lui aveva risposto negativamente, ed era: “Che ne è stato dell’insegnante dello scorso anno? È sopravvissuto o sopravvissuta? È scappato, scappata, a gambe levate?”, ma si trattenne perché comunque fra breve avrebbe saputo, avrebbe visto di persona.

A passo di carica la Boni lo precedette verso una porta in fondo al corridoio; dietro di questa c’era una scala che scendeva verso un buio corridoio, al termine del quale risalirono e si trovarono davanti a un’altra porta, l’aprirono.

C’era un nuovo corridoio con un paio di aule sulla destra: una doveva essere la sua classe e l’altra, verosimilmente, una in disuso oppure un laboratorio.

Quest’ala della scuola sembrava molto più vecchia del resto dell’edificio.

Il sole picchiava sui vetri, rivelandone una pulizia non fatta da mesi, probabilmente da anni; in un angolo stava seduta una bidella così vecchia da essere stata, probabilmente, dimenticata lì dai costruttori della scuola; la donna alzò la testa dal periodico che stava sfogliando e lo guardò, senza dire nulla, con uno sguardo pieno di significati che, però, Virgilio poteva solo ipotizzare, al momento.

La sua accompagnatrice esitò un poco prima di girare la maniglia; da dentro non proveniva il benché minimo rumore: “Strano – pensò l’uomo – se sono ragazzi difficili non dovrebbero essere così buoni e silenziosi. Che i loro problemi siano altri che non la disciplina?” cominciò a sospettare; erano altri, in effetti e gli sarebbe mancato poco per scoprirlo.

Finalmente la porta fu aperta: l’aula era enorme, pesanti tendoni di tela grezza, dello stesso livello di pulizia dei vetri del corridoio, coprivano le finestre e le luci erano spente, così che, col cambio di luminosità rispetto all’assolato corridoio, al primo momento Virgilio non vide che poche sagome, forse una dozzina, non di più, dietro ai banchi.

Poi gli occhi si abituarono alla semi oscurità e gli apparve ciò che avrebbe preferito non vedere.

Il primo alunno davanti era in carrozzella ed al posto delle braccia aveva due moncherini che impugnavano, comunque, una penna.

Questo era il meno: un altro alunno aveva un testone enorme con gli occhi entrambi spostati su di un lato di questo e poi, e poi, e poi… Virgilio cercò di non guardare altro, ma senza darlo a vedere.

Per essere speciali, erano speciali, ma lo erano anche troppo per una mente ed un cuore umani: aveva temuto una succursale di un correzionale, ma questa era la succursale del Cottolengo.

Virgilio era altalenante fra due sensazioni: la pena e il disgusto, ma non poteva, non voleva dimostrarlo, tanto meno a se stesso e poi quei poveri bambini non meritavano un insulto anche dall’uomo dopo quello della natura.

Don Milani diceva: “Non uno di meno”, ma probabilmente neppure lui aveva mai avuto alunni del genere.

Il bambino con il testone si mise in piedi, dopo aver chiesto il permesso con la mano alzata, dotata di sole quattro dita; la vice – preside, quella che lo aveva fregato, condito e cucinato, assentì col capo, ma perfino lei girò lo sguardo subito dopo.

La voce era quella di un bambino normale, una voce ancor bianca, una voce di una tristezza da tirare in terra: “Buongiorno, professore, parlo a nome anche dei miei compagni; sappiamo cosa siamo, lo sappiamo perché non siamo stupidi né, tantomeno ciechi e perché tutti gli insegnanti che arrivano da noi scappano appena ci vedono.

Lo scorso anno abbiamo avuto undici insegnanti diversi solo di lettere.

Per cui se lei non se la sente, la capiamo e non ci sentiremo offesi, se vuole andarsene anche lei, non si preoccupi, non ci farà male, non più di quello che già dobbiamo sopportare. Se invece resterà, almeno per un pochino, lei è il benvenuto”.

Era un discorso di una maturità e di una profonda dignità inaspettate in un dodicenne.

No – rispose di getto Virgilio, senza starci a pensare, perché se lo avesse fatto, forse, avrebbe accettato il consiglio del piccolo saggio – è il mio lavoro, voi siete i miei alunni e io non me ne andrò, tranquillo”.

La sua accompagnatrice lo prese per un braccio e lo trascinò nuovamente in corridoio, poi chiuse la porta per non farsi sentire: “Come diceva il ragazzino, tu puoi andartene se non te la senti, ma è solo un anno e i bambini non ti daranno problemi, sono anche tutti piuttosto intelligenti ed autonomi. Se resisti avrai un buon giudizio per l’anno di prova e poi, con il ruolo in mano, potrai scegliere una scuola con classi normali”.

Va bene” rispose l’uomo, solo quelle due parole, poi aprì la porta, rientrò nell’aula, cercando di non guardare chi c’era dentro, e la chiuse alle sue spalle lasciando fuori il mondo dei fortunati.

Ok, cominciamo con l’appello…”.

Avere un nome e un cognome era il primo passo per farli sentire persone, non fenomeni da baraccone.

A fine giornata si ritrovò a percorrere il corridoio sotterraneo in senso inverso per sbucare di nuovo nel mondo reale.

In sala professori una collega non più giovanissima, con una dentatura giallastra da cavallo e un alito da sciacallo, gli porse la mano: “Ciao, tu sei quello nuovo, quello dell’aula Cottolengo?”.

Lei rise, tutti risero alla battuta, a quel soprannome crudele e ingeneroso, quello che anche lui aveva pensato; ma lui no, non rise, non rispose, si voltò e se ne andò verso la sua auto, verso casa, altrimenti le avrebbe risposto male, forse che al Cottolego avrebbe dovuto andarci lei con tutti i suoi denti, ma a quello vero.

La notte non chiuse occhio, ma il giorno seguente era a scuola, puntuale.

Quando entrò i ragazzi erano già là, al loro posto: chi poteva farlo si alzò: certo che erano già in classe, mica si potevano fare entrare insieme agli altri!.

Al suo ingresso chi poteva farlo si alzò, poi si sedettero al suo cenno; rimase in piedi solo il portavoce del giorno precedente.

Alzò la mano malformata e, al cenno del capo di Virgilio, disse una sola parola: “Grazie!”, poi si sedette; l’uomo sentì un nodo in gola, ma lo ricacciò da dove era venuto.

Col passare dei giorni l’uomo si abituò, si abituò a vedere oltre l’aspetto fisico; i bei bambini biondi degli anni precedenti erano un ricordo, ma questi erano altrettanto esseri umani, solo più buoni, solo più infelici, perché è vero che è più facile affezionarsi ai bambini belli e biondi che non a quelli sfortunati, ma anche questi hanno diritto alla loro parte di amore; questi erano belli dentro, bastava saperlo vedere.

E anche se non erano certo belli, se era difficile, molto difficile guardare alcuni di loro, le loro mostruose deformità, lui stava cominciando ad apprezzarli, ad amarli, il programma procedeva e loro erano così felici di imparare, di avere chi si occupasse di loro senza curarsi di che aspetto avessero…

Sospettava, anzi ne era quasi certo, che in quella classe non sarebbero mai arrivati né l’insegnante di matematica, né d’inglese, né di spagnolo, per non parlare delle “educazioni”.

Per quel che poteva, per ciò che sapeva di matematica e delle due lingue, ci avrebbe pensato lui: quei ragazzi probabilmente non avrebbero mai avuto una vita normale, un lavoro normale, ma avevano comunque diritto ad avere un’istruzione e Virgilio avrebbe difeso ad ogni costo quel loro diritto, altrimenti avrebbe voluto dire rinnegare ciò in cui aveva sempre creduto e proclamato.

Ad aiutarli fisicamente, per togliere i giubbotti, per tirare fuori i materiali, per andare in bagno, gli avrebbe dato una mano la bidella d’antiquariato.

Solo un anno, poi la sede definitiva, gli era stato proposto, ma lui avrebbe scelto di rimanere lì, con loro, aveva già deciso, forse prima ancora di esserne conscio, forse nel momento in cui era entrato lì con la Boni.

In quella classe così speciale da essere identificata, forse ghettizzata, con una “X” c’erano persone davvero speciali, che lo amavano e che lui aveva imparato ad amare e poi la sua filosofia era che non si finisce mai d’imparare e che a scuola si va proprio per quello e lui aveva ancora tanto da imparare, quasi tutto, anche se adesso quello che gli mancava era un poco di meno di quando era arrivato in quella classe speciale, speciale davvero e solo lì, con quelle PERSONE meravigliose, avrebbe potuto apprendere ancora qualcosa, anzi molto, molto di più.

Ora non gli faceva più impressione guardarli, perché aveva imparato a vederli come erano dentro, non fuori ed aveva imparato ad amarli al di là del loro aspetto.

Girando fra i banchi spesso gli scappava una carezza sulle loro teste deformi ed in cambio ne riceveva un sorriso, ed era il più bello del mondo.

Non sapeva se, come aveva detto la vice – preside Boni, sarebbe cresciuto professionalmente, ma di sicuro sarebbe cresciuto come uomo, anzi, aveva già cominciato a farlo.

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Pubblicato da su ottobre 4, 2011 in Racconti

 

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