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IL PESCE PIU’ GRANDE DEL MONDO

26 Set

IL PESCE PIÙ GRANDE DEL MONDO

Erano passate ormai diverse estati da quella dell’incontro fra Toni e l’enorme carpa al Lago dei Frati; poi c’era stato l’anno dello strogovic, quindi l’avventura con la trota, la meravigliosa notte passata in mare in un amplesso unico e irripetibile con la natura più bella, ma il problema era proprio questo, cioè che erano passati gli anni.

Un matematico vi direbbe che ci sono due tipi di progressioni: quella aritmetica e quella, molto più veloce, geometrica; nella vita è un po’ la stessa cosa, per cui un anno fra i dieci e i quindici non ha lo stesso peso di uno fra i venti e i venticinque, fra i trenta e quaranta e così via.

Toni si avvicinava ai cinquanta con rapidità e la cosa gli pesava; gli pesava ansimare facendo le scale, gli pesava scoprire sempre più peli bianchi nella barba, che ora si radeva più frequentemente proprio per nascondere, a se stesso, più che ad altri, quei segni tangibili del tempo.

Ma c’erano altri segni del tempo che passava, segni non nel fisico, ma nell’anima, di quelli che compaiono quando si comincia a fare un bilancio delle occasioni mancate.

Toni era in questa fase: non certo, ancora, un’andropausa, ma una piccola crisi degli “anta”.

Successe poi, durante un inverno, che il nostro amico pescatore scivolasse sulle scale dell’ufficio, rese viscide ed insidiose dal nevischio portato nell’edificio da chi non si cura di pulirsi le scarpe sullo zerbino, e si rompesse una gamba.

Se la cosa non è piacevole per nessuno, figuriamoci per una persona che vive da sola, che è abituata alla propria indipendenza ed autonomia.

Toni dovette rassegnarsi ad una lunga inattività lavorativa e a ricorrere alla collaborazione di una donna che lo aiutasse per la spesa e le pulizie domestiche.

Inoltre, l’invalidità a cui era costretto, lo portò a fare cupi pensieri di vecchiaia e di morte: se era ridotto così ora, come un bambino in fasce che deve dipendere dagli altri, come sarebbe stato fra pochi anni?

Si rese conto che, dopo i quaranta, aveva dovuto, periodicamente rinunciare a qualcosa della sua vita precedente, qualcosa che veniva accantonata come se dovesse ritornare, ma fare ciò era solo un mentire a se stessi.

La muta da sub dei suoi vent’anni giaceva nell’armadio del ripostiglio inutilizzata da oltre un decennio, come pure le scarpe da calcetto.

C’erano una cinepresa, una telecamera, gli attrezzi da mineralologo dilettante, di quando passava i week – end a scalpellare montagne ed altri reperti della sua personale preistoria, tutti lì, nel ripostiglio, il suo segreto cimitero degli elefanti.

Così arrivò lei, la malattia peggiore quella dalla quale non si esce mai veramente del tutto: la depressione!.

La gamba, seppure lentamente, guarì, anche se per un po’ di tempo ancora Toni fu costretto ad usare un bastone per appoggiarsi nelle sue brevi passeggiate, ma non era quella, oramai, la sua invalidità, bensì l’altra cioè, la mancanza di voglia di vivere e sorridere, di voler fare, quel subire la vita invece di viverla.

Cercò di fare a meno della signora che lo aveva aiutato, ma si accorse che, davanti a un lavandino di piatti da lavare o a una cesta di panni da stirare, era solo capace di scoppiare a piangere nel rendersi conto che non ce la faceva a fare nulla, che la sua testa era troppo piena di altri pensieri, per poter fare alcunché.

Provò a ritornare in ufficio, ma il risultato fu lo stesso: oramai non poteva più tenere nascosto il suo male oscuro, perché era troppo evidente per chiunque.

I suoi colleghi cercarono di stargli vicino: quello appassionato, come lui, di pesca, lo invitò ripetutamente ad unirsi al suo gruppetto di amici per delle sane pescate, ma Toni rifiutò sempre, perché aveva paura: paura di allontanarsi troppo da casa, da quella casa che lo soffocava ma, al tempo stesso, gli dava sicurezza e anche paura di mostrare agli altri e a se stesso di non essere più capace di fare nulla.

Così dovette chiedere una lunga aspettativa ed allontanarsi anche dal lavoro, ma il vivere da solo, senza nulla da fare, non faceva che aumentare la sua sofferenza.

Anche se lui aveva cercato di tenere nascosta, per dignità, la sua situazione, qualcuno avvertì i suoi parenti e Toni fu convinto da questi a concedersi una vacanza presso di loro, dove avrebbe avuto compagnia e aiuto.

Dovettero venire a Milano a prenderlo, perché non sarebbe mai stato in grado di guidare la sua utilitaria per tanti chilometri.

Gli organizzarono un po’ di bagagli con le cose essenziali, ma non dimenticarono di caricare in macchina i suoi attrezzi da pesca.

In campagna i giorni passavano pigri e non c’erano sostanziali cambiamenti nella situazione dell’uomo; non lo interessava uscire, leggere, ascoltare musica o vedere un film in DVD.

I suoi parenti insistevano: “Esci, fai qualcosa, altrimenti ti annoi e ti piangi solo addosso inutilmente, fai delle passeggiate, oppure rimettiti a pescare,visto che ti piaceva tanto…”.

Un paio di volte Toni si spinse fino al Lago dei Frati, ma, al solo guardarlo da fuori, gli occhi gli si riempivano di lacrime e lo coglieva il panico, per cui doveva rientrare velocemente a casa.

Ma un giorno si decise: decise che se voleva uscire dalla sua depressione, la miglior medicina era lui stesso, era il ritrovare dentro di sé la voglia di vivere.

Entrò al laghetto tremando, pagò e si mise a montare i suoi attrezzi: la canna, la rete porta – pesci, il guadino.

Iniziò a pescare, anzi, a tentare di farlo, perché ogni lancio gli finiva sui piedi, oppure l’esca, messa sull’amo con mani tremanti, si staccava quasi subito; poi rovesciò a terra goffamente prima le esche e quindi un’intera bustina di ami.

Toni piangeva, lanciava la lenza sui propri piedi, piangeva, recuperava, ci riprovava, finché riuscì, almeno, a lanciare a tre o quattro metri da riva.

Il galleggiante affondava, ma Toni mancava regolarmente il tempo della ferrata, allora ci riprovava con paura, con forza, con rabbia, con le lacrime dell’impotenza.

Poi, a un certo punto all’affondare del galleggiante ferrò … e sentì resistenza: c’era qualcosa attaccato dall’altra parte, che tirava.

Iniziò il recupero. Nel frattempo era giunto alle sue spalle un bimbetto dai capelli rossi e corti, che poteva avere circa cinque anni, con in mano una cannetta di bambù di non più di un paio di metri, che lo guardava fra l’interessato al recupero e lo stupito per il fatto che l’uomo, mentre recuperava la preda, piangeva.

Allargò le braccia e gli disse: “Non mi riesce di pigliare mai nulla, ma io sono piccino…”.

Toni quasi non lo ascoltò e non gli rispose, nonostante lui fosse sempre stato attento e disponibile verso i bambini.

Non ci volle molto perché il pesce fu salpato: era una piccola carpa di non più di tre etti.

Accidenti – commentò, ammirato, il bambino dai capelli rossi – sei proprio bravo, è un pesce gigantesco!”

Già, Toni aveva preso un pesce, ciò significava che stava guarendo e in quel momento quella piccola carpa a lui parve veramente il pesce più grande del mondo.

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Pubblicato da su settembre 26, 2011 in racconti pesca

 

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