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IL RE VA AL MARE

23 Set

IL RE VA AL MARE

Ripresosi bene dal problema avuto in montagna e per nulla disposto a rinunciare alla pesca, Toni aspettava solo l’estate seguente.

Ed arrivò anche quella.

Caricata, come sempre fino all’inverosimile, la sua utilitaria che, per fortuna, aveva i sedili posteriori ribaltabili al punto di trasformare il modesto bagagliaio in quello di una grossa station wagon, rinunciando peraltro a due posti, inutili per chi viaggia sempre da solo, Toni rifece il consueto viaggio che da anni lo portava dai parenti, dagli amici, al lago dei frati e al mare.

Come di consueto i primi giorni furono d’ambientamento: le visite ai conoscenti, le cene alle “sagre”, i primi approcci col sole estivo, ricoperto di una crema solare talmente protettiva e densa da farlo sembrare intonacato.

Era sempre così, per la paura di scottarsi nei lunghi pomeriggi passati sotto il sole in riva al “suo” laghetto, Toni usava una crema più adatta ai neonati che ad un uomo adulto, così, per non tornare in città bianco come ne era partito, gli ultimi giorni si sottoponeva a lunghe esposizioni al sole senza crema.

…E in tal modo si scottava alla fine estate, invece che all’inizio.

Venne, poi, finalmente anche il momento di fare la prima uscita al lago dei frati.

Pescare è un po’ , si dice, come è per l’andare in bicicletta: non si disimpara mai e così cominciarono subito le abbondanti catture.

A sera aveva nella rete distesa in acqua oltre cinquanta chili di carpe, ognuna delle quali variava dal chilo di peso agli oltre quattro: il sogno del novantanove per cento dei pescatori, ma ordinaria amministrazione per lui che vi era abituato e che aveva provato ad avere “in canna”, come si dice in gergo, bestie comprese fra i venti e i trenta chili.

Passare tutta la stagione estiva solo nella speranza di catturare la sua famosa avversaria, non era poi il massimo, come prospettiva.

Così già quella prima sera, pur soddisfatto e divertito, non era poi così esaltato dal suo hobby preferito.

Dopo cena, davanti a un buon caffè a casa di Franco e Carla, i suoi vicini di casa, nonché amici sinceri, raccontò loro della brutta, per quanto particolare, avventura vissuta in montagna, poi fece la cronaca della giornata di pesca, ma espresse anche la sua parziale insoddisfazione.

Così Franco, il giorno seguente, lo presentò a Mariano, un giovane del paese, un ragazzo di soli vent’anni, ma già abile pescatore di mare, che quasi ogni giorno si spingeva a pescare a bolentino a un paio di chilometri dalla costa.

Toni si presentò all’incontro con l’album delle foto delle sue catture più prestigiose e, orgoglioso le mostrò al giovane, per fargli capire che se l’avesse invitato a pesca con lui, non si sarebbe trascinato appresso un novellino.

Caspita – commentò Mariano – Non conosco molta gente che possa vantare simili catture. Questo vuol dire non solo fortuna, ma anche abilità: chiunque può agganciare un pesce grosso, ma solo uno in gamba riesce a catturarlo! Io non ti prometto bestie del genere, ma se vuoi venire qualche volta con me a bolentino, vedrai che ti faccio divertire”.

Questo invito era, evidentemente, ciò che Toni aspettava e sperava, così accettò con entusiasmo.

Del resto già parecchi anni prima era stato un appassionato di tale pesca, per cui non ci sarebbe stato bisogno di insegnargli alcunché.

Già il giorno seguente Toni andò alla scogliera armato di un retino senza manico, in mezzo al quale aveva legato una sardina salata; calando l’attrezzo nelle buche fra gli scogli avrebbe catturato una buona quantità di gamberetti da usare come esca in aggiunta ad acciughe e calamari.

A sera ne aveva un paio di centinaia, più che sufficienti per sé e per il suo nuovo amico.

Così, il primo giorno di mare totalmente piatto, i due partirono per la spedizione di pesca; era necessario andare di pomeriggio, perché il punto esatto dove calare le lenze era sopra il relitto di una nave da guerra affondata, giacente ad un’ottantina di metri di profondità, e per essere sicuri di esserci proprio sopra occorreva prendere dei punti di riferimento a terra che la foschia del mattino non avrebbe consentito di vedere, anche perché avrebbero avuto il sole in faccia, mentre al pomeriggio, col sole alle spalle e una perfetta visibilità, non ci sarebbero stati problemi.

Il piccolo fuoribordo ronzava, costringendo i due a urlare per farsi sentire: “Vedi – gli disse Mariano – ora allineiamo all’estremità della penisola lo scoglio con sopra la croce che si vede là di dietro, mentre dall’altra parte dobbiamo vedere la ex colonia – ed indicò col dito una grande costruzione bianca – con l’angolo che la gru del porto forma col proprio braccio”.

Quando furono sul posto, gettarono un’improvvisata ancora fatta da un sacchetto di plastica, di quelli del supermercato, riempito di sabbia e sassi.

Usare una vera ancora sopra un relitto sarebbe stato un suicidio, perché si sarebbe di sicuro incagliata, costringendoli, poi, a perdere questa e il cavo che avrebbero dovuto tagliare.

Con questo sistema, invece, se fossero stati fortunati al momento di salpare la zavorra, il sacchetto avrebbe potuto rompersi, evitando lo sforzo del recupero di una ventina di chili per oltre ottanta metri.

Ormeggiatisi ed armate le corte cannette che avrebbero facilitato, rispetto al bolentino a mano, il recupero della lenza, i due pescatori iniziarono la calata.

In fondo, oltre a un piombo di ottanta grammi, indispensabile per evitare che la corrente si trascinasse la lenza troppo lontana dalla verticale della barca, c’erano tre grossi ami stagnati, innescati coi gamberetti di Toni, acciughe e striscioline di calamaro: un vero misto mare!

Una prelibatezza per le vittime dei due nuovi amici.

Cominciarono subito le catture: abbandonata la canna e retto il filo fra pollice ed indice, si sentiva questo tremare e, quando la boccata era più decisa, si dava una potente ferrata alla lenza, fino a che si pensava che ci potesse essere anche più di un pesce.

Boghe, castagnole rosse e zerri venivano su a due, tre per volta.

Pesci fra il mezz’etto e l’etto o poco più: niente a che vedere con le carpe del lago, ma la frequenza delle catture era il succo del divertimento.

Ogni tanto qualche pagaro abboccava ai gamberetti, poi venne su anche un grongo discreto, di quasi un chilo, e perfino un polpo che li schizzò entrambi d’inchiostro nero.

Ad un certo punto cominciarono a sentire delle boccate già a una trentina di metri di profondità: era un vasto branco di sgombri.

Qui la taglia era più grossa, circa due o tre etti a pesce, e in breve ne ebbero mezzo secchio pieno.

Era una giornata, a detta di Mariano, di quelle decisamente positive.

Tanto pesce, però, non poteva non attrarre i professionisti.

Verso le cinque del pomeriggio comparve il peschereccio; che fosse in traina, nonostante fosse illegale farlo a quella distanza da riva, era testimoniato dalla posizione dei divergenti che reggono la rete.

La paranza passò a pochi metri dai due uomini, che condirono l’evento con una serie d’insulti verso i pescatori che stavano facendo una cosa vietata e che li disturbava non poco.

Poi, quando il battello li aveva superati di un centinaio di metri, la loro barca cominciò improvvisamente a girare e, non appena fu allineata al peschereccio, partì dietro a questo: la rete da strascico aveva agganciato il loro ormeggio.

Dopo aver velocemente recuperato le lenze, i due si misero a urlare e sbracciarsi per farsi notare dagli occupanti del peschereccio; provarono anche con un fischietto, ma il rumoroso motore diesel non permetteva che nessuno li sentisse. La costa si allontanava velocemente e, a quell’andatura, il piccolo nanante stava imbarcando acqua dalla prua; in breve avevano ogni cosa che galleggiava loro intorno.

Pensarono ai razzi di segnalazione, ma anche questi erano zuppi e non funzionavano.

Poi, finalmente, uno dei lavoratori del peschereccio li vide: immediatamente fermarono i motori e iniziarono a salpare la lunga rete da strascico, fino a che non trovarono il punto dove l’improvvisata ancora di Toni e Mariano si era agganciata alla loro rete.

A questo punto tagliarono la cima e, contemporaneamente, la corda!

Sapevano di averla fatta grossa e preferirono la fuga alle spiegazioni e al prestare aiuto agli occupanti della barca.

Stava facendo sera e, oramai, la costa era fuori vista!

Provarono, comunque, ad avviare il motore, ma l’acqua imbarcata aveva inzuppato e danneggiato anche quello che non ne volle sapere di partire.

Non si vedevano altri natanti in mare, tornare a remi senza sapere dove dirigersi era impensabile: l’unica era passare la notte in barca, sperando che al mattino seguente passasse qualcuno che li soccorresse: del resto non erano in pieno oceano, ma a poche miglia dalla costa dell’alto Tirreno (o forse del basso Ligure)!

C’era il problema della corrente notturna, che questa non li trascinasse ancor più lontani, così, memori di quanto letto e visto in documentari, attaccarono a quel che restava della cima dell’ancora, una borsa di plastica vuota, che avrebbe fatto le funzioni di quella che viene detta ancora galleggiante.

Occorreva, comunque, che uno dei due si mettesse ai remi e vogasse lentamente contro corrente per ridurne gli effetti, mentre l’altro, con una torcia elettrica (che fortunatamente funzionava ancora) stesse attento a segnalare la loro posizione nel caso che qualche peschereccio o panfilo avesse rischiato, al buio, di finire loro addosso.

Erano entrambi furibondi per l’accaduto ed avevano preso la matricola del peschereccio per denunciarlo appena fossero tornati a riva.

Ma quella era una notte magica e fortunata, che avrebbero ricordato per sempre.

La prima meraviglia furono le nottiluche, piccoli animaletti planctonici che, ad ogni sollevarsi del remo dall’acqua, brillavano fosforescenti alla luce della luna piena. I due amici rimasero a bocca aperta per diverso tempo ad osservare quella cascata argentea; poi sentirono uno sciacquio vicinissimo alla barca: fecero in tempo ad illuminare con la torcia una grossa tartaruga verde che sfilava lenta poco sotto il pelo dell’acqua, inseguendo un branco sterminato di guizzanti totani bianchi ai raggi lunari.

Peccato non potersi dedicare alla loro pesca, ma avevano compiti più vitali in quel momento.

Infine ci fu la balena, probabilmente un capodoglio, che passò ad un centinaio di metri da loro, lanciando il suo sbuffo d’acqua e vapore dallo sfiatatoio.

Toni e Mariano lanciarono un grido di entusiasmo, poi si guardarono e si abbracciarono ridendo e felici.

Un pescatore non è mai uno che distrugge la natura, ma uno che la ama e quegli incontri notturni con animali visti, finora, solo sui libri, valeva più di qualsiasi cattura.

La notte sembrò volare e, alle prime luci dell’alba passò un panfilo che li trainò a riva.

Ormeggiata la barca, radunati gli attrezzi, i due protagonisti di quell’incredibile avventura si avviarono, col loro secchio di boghe, pagari e sgombri, verso i verosimilmente preoccupati parenti che dalla sera prima non avevano lasciato per un solo momento il moletto d’ormeggio.

Ma dove siete stati finora?”, chiese ansiosa la madre di Mariano.

A vivere la più bella notte della nostra vita”, risposero quasi in coro i due uomini, poi si guardarono e scoppiarono a ridere felici.

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Pubblicato da su settembre 23, 2011 in racconti pesca

 

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