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IL RE VA IN MONTAGNA

20 Set

IL RE VA IN MONTAGNA

Tutti gli anni era la stessa storia: Toni, che pure viaggiava da solo, sia alla partenza per le vacanze che al ritorno da esse aveva la macchina stracarica di bagagli, sacchetti ed altro.

Il problema, in realtà, non era tanto quello di quanto fosse piena l’automobile, quanto il doverla caricare e scaricare e il rimettere poi tutto a posto al rientro in città.

Il suo ritorno a Milano era uno schema fisso, vale a dire stessa ora di partenza degli anni precedenti, stessa ora d’arrivo in città e stesso proposito: scarico tutto più tardi, con calma.

Poi il pensiero: “…E se qualcuno vede la macchina carica e la ruba o la apre per rubare le borse? Beh, scarico ora, ma lascio i bagagli nell’atrio del condominio e li porterò di sopra, in casa, più tardi, nel pomeriggio”.

Nuovo pensiero: “…E se qualcuno li porta via ancora più facilmente? L’addetto alle pulizie lascia sempre il portone spalancato! Qui ho la macchina fotografica, nello zainetto il cellulare, là i libri, nell’altra borsa floppy e cd con materiale di lavoro…”.

Così, con una serie interminabile di viaggi accompagnati da imprecazioni e sudate, portava tutto direttamente in casa e poi, non contento, scendeva a rimettere a posto i sedili posteriori della macchina, abbattuti per far posto a quell’incredibile numero di valige, borse, attrezzi da pesca e sacchetti.

Infine, naturalmente, c’era l’ultima fase: si riprometteva di mettere ogni cosa a posto nei giorni seguenti “Tiro solo fuori la biancheria sporca e la metto a lavare; ma già che ci sono, quasi, quasi metto via il materiale importante…” e così, dopo ore di lavoro, aveva già riposto anche la valigia sul tetto dell’armadio del ripostiglio.

Ogni anno, prima di partire, si riproponeva, quindi, di ridurre il numero dei bagagli, ma tutto sembrava indispensabile e, ovviamente, finiva anzi per dimenticare qualcosa d’importante in città, come, ad esempio, le chiavi di scorta dell’automobile.

Per questo, al termine delle vacanze, veniva sempre esortato dai parenti a lasciare lì quello che non gli sarebbe servito a Milano, che tanto l’avrebbe ritrovato l’anno seguente.

In particolare il riferimento era ai voluminosi attrezzi da pesca: la sacca con le canne e i guadini, la borsa con gli attrezzi, l’altra con le reti porta pesci.

In effetti più volte era stato tentato di liberarsi di almeno quei tre ingombranti bagagli, ma era sempre stato assalito dal dubbio: “…E se poi mi capita l’occasione di andare a pescare quando sono a Milano?”.

Certo era difficile: avrebbe dovuto, per prima cosa rinnovare la licenza, scaduta da decenni, oppure accontentarsi di laghetti a pagamento che, però, non conosceva, quindi tanto valeva lasciare tutto in Toscana per l’anno seguente… ma se poi capita l’occasione?

E l’occasione, alla fine, capitò.

Nella sua borsa di serio lavoratore, Toni portava sempre le fotografie delle sue più recenti catture: ovviamente quell’anno faceva sfoggio di sé quella con lo “strogovic” catturato l’estate precedente, e mostrava con orgoglio le sue prede a tutti i colleghi.

Erano da poco stati assunti due nuovi impiegati e uno di questi era un pescatore sfegatato che, subito, lo invitò ad andare a pescare con lui e il suo gruppetto di amici.

Toni, però, nicchiava: “Sai, non ho più la licenza, dovrei rifare tutto e per poche volte, non vale la pena…

Ma come, non sai che da quest’anno è possibile fare dei permessi giornalieri che costano poco e non richiedono tutta la massa di documenti della vecchia licenza?”

Davanti a queste argomentazioni Toni non poté più tirarsi indietro e ringraziò di non essersi fatto convincere a lasciare la sua attrezzatura in campagna, dai parenti.

Il gruppo di amici pescatori, tre più Toni, aveva deciso di fare un week-end in Trentino, poco dopo l’apertura della stagione della pesca alla trota, per pescare in un laghetto dove, pare, ci fossero enormi trote di lago: le più grosse superavano abbondantemente i venti chili, e questi non erano pesci d’allevamento, come quelli delle cave a pagamento, ma pesci autoctoni e liberi, con una forza dieci volte superiore.

Le trote, poi, per natura sono combattive, come tutti i predatori, e perfino le più piccole danno filo da torcere anche ai pescatori più esperti.

Giunti sul posto, realizzarono subito che avrebbero anche potuto non pescare nulla, ma il panorama che si presentava loro valeva da solo ben oltre le spese del viaggio e dell’albergo: il laghetto, di un blu zaffiro, era incastonato fra le montagne, le più alte delle quali portavano ancora il loro candido cappuccio nevoso, ed era circondato da prati che sfumavano nel brullo dei duemila metri; qua e là spuntavano dal verde dei pascoli le malghe fatte di grosse pietre di granito, col classico tetto spiovente di ardesia.

Mucche, sia brune che pezzate, pascolavano tranquille, facendo riecheggiare contro le pareti di granito il lento suono dei loro campanacci.

Il piccolo albergo dove avevano prenotato le due notti che avrebbero passato lì, era ad alcuni chilometri dal lago, ma in compenso vi si mangiava divinamente.

Toni ordinò un misterioso “piatto Trentino”: gli portarono una montagna di polenta con sopra tre uova al burro e non meno di un etto e mezzo di speck.

Quella cena avrebbe messo kappaò chiunque, così i quattro compagni d’avventura decisero di ritirarsi presto: in tal modo la mattina seguente, all’alba, sarebbero stati sul luogo di pesca.

La mattina seguente all’alba, invece, era pronto e vestito il solo Toni, mentre i suoi nuovi amici non davano segno di vita.

Così, dopo una veloce, quanto calorica, colazione, questi lasciò detto al portiere di riferire agli amici che lui andava avanti e che li avrebbe aspettati sul luogo di pesca.

Si avviò con una delle due automobili con le quali erano arrivati (avevano troppi attrezzi per poter sfruttare, in quattro, una sola autovettura) ma, ad un certo punto, non ricordò quale fosse la strada; fortunatamente incrociò un contadino con un’enorme gerla in spalla e un forcone di legno in mano, al quale chiese informazioni.

L’uomo gli fornì le indicazioni richieste e s’intrattenne a parlare alcuni minuti col pescatore.

Dia retta a me – gli disse – lasci perdere le camole e le uova di salmone: quelle sono esche per la pianura. Qui i nostri pesci i se abituà a magnar i vermi. Qui la terra se grassa e ghe n’è tanti. Cal guarda

E così detto, in quel suo buffo dialetto italianizzato, piantò il forcone nella terra di un prato a lato della strada, la smosse un po’ con movimenti di avanti – indietro, creando il cosiddetto “effetto terremoto”, e subito dei grossi lombrichi rossi emersero dal terreno.

Toni ringraziò l’uomo, prese i vermi, li pose in una scatolina porta esche e si avviò trepidante verso il lago.

Qui giunto scelse il luogo che più lo ispirava ed armò la canna.

Sapeva di dover usare del filo robusto poiché se ci fossero state delle catture, queste avrebbero avuto dimensioni importanti.

Un buon filo, un amo abbastanza grosso da potergli calzare per bene i grassi lombrichi appena raccolti, un galleggiante ben visibile, e Toni era pronto: lanciò.

Passarono pochi minuti e la pallina di sughero rosso cominciò a spostarsi lentamente sulla superficie perfettamente piatta del lago; poi, di colpo, affondò…

* * *

Erano quasi le otto quando i tre compagni d’avventure di Toni si svegliarono.

Erano un po’ contrariati del fatto che l’amico non li avesse aspettati, ma d’altra parte si rendevano conto di essere loro in torto per il colpevole ritardo con cui si erano alzati.

Fatta colazione e ricevuto il messaggio di Toni, si avviarono verso il luogo di pesca.

Incontrarono anch’essi lo stesso contadino e gli chiesero se avesse per caso visto il loro amico.

Questi rispose affermativamente e diede loro gli stessi consigli dati a Toni in precedenza.

In pochi minuti anche i tre furono sul posto, con le loro brave scatoline di lombrichi appena raccolti, ma prima non poterono fare a meno di fermarsi un istante a contemplare ancora una volta il panorama.

Subito dopo si misero alla ricerca di Toni: lo specchio d’acqua non era molto vasto, eppure immenso se paragonato alla dimensione del lago dei frati, regno di Toni, e individuare un pescatore non doveva essere difficile, ma di lui non pareva esservi traccia.

Dopo diversi tentativi di chiamarlo a gran voce, con l’antico granito che ripeteva, quasi a schernirli: “..oni ..oni ..oni”, i tre cominciarono a preoccuparsi sul serio e si divisero per fare il giro del lago nel minor tempo possibile.

* * *

All’affondare del galleggiante Toni aveva ferrato con decisione e la pallina era rimasta immobile, come se avesse agganciato il fondale, per alcuni secondi, poi il pesce era partito, diretto verso il centro del lago.

La frizione ronzava mentre metri e metri di filo si srotolavano. La canna era piegata a formare una parabola quasi perfetta e, sotto la sottile brezza del primo, tiepido mattino, che nel frattempo aveva cominciato a spirare, il filo, in pericolosa tensione, fischiava la sua canzone.

Non fu possibile recuperarne un sol metro, ma dopo un po’, fortunatamente, il pesce rallentò e si fermò.

Anche così, però, non c’era verso di tirarlo a riva.

L’unica possibilità era tenerlo fermo per stancarlo e fiaccare la sua resistenza.

Valutando che se il grosso filo non si era spezzato fino ad allora, forse non lo avrebbe fatto neppure in seguito, Toni abbandonò la canna a terra, si avvolse il fazzoletto intorno alla mano destra, onde evitare dolorosi tagli, e il filo intorno a questo e cercò di tirare a riva la trota in tale maniera.

Ma anche in questo modo non ottenne risultato alcuno: per un momento pensò che il pesce si fosse andato a rintanare, anche se le trote non sono solite avere tane, e fosse irrimediabilmente perso, ma un metro di filo rubatogli e mezzo recuperato, lo convinsero che così non era.

Ora, addirittura, il pesce lo tirava verso le fredde acque nivali.

Toni si sdraiò allora a terra, puntando i piedi contro un masso e fece resistenza passiva: a questo punto uno dei due contendenti, prima o poi, si doveva stancare.

E fu in questa posizione che il pescatore si sentì male: un piccolo collasso da fatica ed emozione; per un attimo intorno a Toni scese la notte, tutto divenne nero e, se già non fosse stato sdraiato a terra, vi sarebbe caduto come un sacco vuoto.

Ma, in ogni caso, non mollò la presa.

C’era in ballo ben oltre che una preda in più o in meno da fotografare, c’era la supremazia, c’era da dimostrare, come era stato un tempo per il re del lago dei frati, chi fosse ora il re della montagna.

Toni era stato sconfitto, con onore, ma sconfitto, una volta e non avrebbe accettato di esserlo la seconda.

* * *

I tre compagni di pesca percorrevano le sponde del lago, fra massi franati e sporadiche conifere, le ultime, a quell’altitudine, chiamando a gran voce l’amico.

Fu proprio il suo collega a sentire il rantolo che proveniva da dietro due grossi abeti.

Toni giaceva a terra, rosso in viso, con gli occhi riversi all’indietro, le gambe, rigide, puntate contro il masso e il filo avvolto intorno alla mano destra e guidato dalla sinistra, che faceva piccoli spostamenti laterali, segno che dall’altra parte qualcosa giocava al tiro alla fune con l’uomo, solo che oramai non era più un gioco e la bandiera di centro-fune, in questo caso era la vita di entrambi.

Ruggero chiamò a gran voce gli altri due amici, che arrivarono di corsa: mentre questi si alternavano a recuperare il filo con la preda ormai esausta, lui sollevò un poco, con cautela, Toni e lo mise a sedere con la schiena contro uno dei due alberi.

Usando lo stesso fazzoletto che l’uomo aveva tenuto a proteggergli la mano, gli bagnò un poco la fronte con la fredda acqua del lago.

Come stai?” gli domandò preoccupato.

Meglio”, rispose Toni con un filo di voce roca, ma non era vero.

Nel frattempo gli altri due pescatori completarono il recupero del pesce.

La bilancina elettronica di Toni, vecchio regalo dell’amico Gigi, diceva 24 kg.

Liberatela!”, ordinò Toni ai suoi compagni.

Come? Dopo che hai quasi rischiato la vita, ora la vuoi lasciare andare?

Così non vale – disse senza possibilità di replica il combattente ferito – tre contro uno! Diciamo che stavolta è finita in pareggio”, concluse sorridendo, mentre l’animale con lenti e ampi movimenti della coda, tornava al suo regno.

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1 Commento

Pubblicato da su settembre 20, 2011 in racconti pesca

 

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Una risposta a “IL RE VA IN MONTAGNA

  1. Patrizia Montagni

    settembre 20, 2011 at 9:35 pm

    n’toni,… sembrani i Malavoglia. Grazie un abbraccio

     

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