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RITORNO AL LAGO DEI FRATI

18 Set

RITORNO AL LAGO DEI FRATI

L’indomani dell’epica sfida con “il mostro”, Toni preparò i bagagli e il giorno appresso tornò a casa.

Era stata una bella vacanza, conclusa da quella straordinaria avventura, ma era finita: ora c’erano altre cose importanti da fare. Aveva una casa da mandare avanti da solo, un lavoro che lo impegnava e lo appassionava, i vecchi amici da ricontattare.

Non si può basare tutta la propria vita su di un mese di vacanza: ci sono significati più profondi.

Certo nulla e nessuno gl’impediva di ripensare alla sua avventura e di prepararsi sia mentalmente che materialmente ad un’altra possibile sfida.

Fece, senza peraltro strafare, alcuni acquisti: un guadino più lungo e capiente, un mulinello che contenesse una maggior quantità di filo più resistente, una serie di ami robusti di varie misure. Verso primavera gli arrivò una lettera da Gigi che lo informava che il lago dei frati aveva cambiato gestione e che lui stesso non vi lavorava più, ma faceva il D.J. presso una discoteca della costa.

La cosa lo seccò un poco: nuova gestione voleva dire, probabilmente, nuove regole, nuovi frequentatori, e poi con Gigi c’era oramai un bel rapporto e gli spiaceva non pescare più fianco a fianco con lui con quella sorta di ping-pong d’insulti, imprecazioni e sfottò ai quali erano avvezzi.

E finalmente, dopo un inverno che appariva interminabile, arrivarono i primi caldi, l’estate, le agognate ferie che, come aveva programmato, sarebbero state più lunghe e anticipate rispetto all’anno precedente.

Non c’erano, comunque, solo il laghetto e la pesca: aveva dei parenti, le nipotine, gli amici del paese coi quali poteva trascorrere delle belle ore solamente in quel periodo.

Subito il giorno stesso del suo arrivo, con la scusa di andare al supermercato, fece una puntata al lago per prendere visione delle novità: la gestione era effettivamente nuova, come pure gli orari, le regole e i metodi di pesca: dalle pareti del bar erano anche sparite le fotografie delle catture, comprese un paio sue e i prezzi erano leggermente lievitati.

Erano stati introdotte molte più specie di pesci: barbi, lucci, ma soprattutto trote, che avevano richiamato un nutrito numero di pescatori di quelli che amano portare a casa il pesce pescato, salvo poi dannarsi per trovare a chi regalarlo.

Le ”sue” carpe, invece, andavano sempre conservate vive nella lunga rete e liberate al termine della giornata: regole o no, lui le avrebbe rilasciate in ogni caso, perché quella era la sua filosofia di pesca.

Ben presto, comunque, entrò in confidenza, anche se non in amicizia profonda come aveva fatto con Gigi, col nuovo gestore. Il primo giorno, visto che non poteva più usare il suo solito impasto come esca, si era adattato a innescare chicchi di mais, ma i risultati erano stati deludenti: solo una trota e due carpe sui due chili in un intero pomeriggio.

Così il gestore, Bruno, l’aveva indirizzato verso un nuovo tipo di esca e d’innesco e i risultati non si erano fatti attendere: venti, trenta, anche trentacinque chili di pesci in mezza giornata di pesca, ma ancora nessuna traccia del suo leale avversario dell’anno prima. In effetti, perché potessero abboccare grosse prede sospettose c’era troppa gente: anziani, bambini, neofiti che, pur pescando dalla sponda opposta ti lanciavano a pochi metri dalla lenza.

Fortunatamente la stagione era solo all’inizio e, nei giorni feriali, le presenze non erano ancora così numerose come sarebbero state poi in agosto.

Gli capitò di agganciare, e perdere, una carpa che doveva essere vicina ai sette chili: oltre il suo record, ma non ancora LA carpa.

Anche nei giorni in cui si concedeva delle tranquille ore in spiaggia a chiacchierare coi parenti, si arrovellava per trovare il modo di reimbattersi nella preda più ambita. Un pomeriggio nuvoloso capitò al laghetto una troupe televisiva che realizzava documentari sulla pesca: in realtà il tutto era una scusa per pubblicizzare una marca di canne ed attrezzi.

Si posizionarono non distante da lui, tirando fuori una serie impressionante di canne il cui valore singolo equivaleva ad un paio di mesi di stipendio di Toni, oltre a seggiolini con ruote e cassettiera inclusa che sembravano auto di lusso e, forse, costavano quasi altrettanto.

Le canne erano le cosiddette “roubaisiennes”, lunghe fino a tredici, quattordici metri, mentre la sua fida canna in grafite misurava meno di un terzo di quelle.

Accese telecamere e luci cominciarono a filmare l’azione di pesca. Ben presto, però, s’accorsero che il pescatore alla loro sinistra, Toni, per l’appunto, catturava con quella ridicola cannetta molti più pesci di loro.

Chiestogli il permesso, cominciarono a filmare la sua azione di pesca, dimenticando, grazie all’istinto e alla curiosità tipici dei pescatori, che in tal modo non avrebbero pubblicizzato le loro attrezzature costose. Ma quel giorno Toni, punto sull’orgoglio e sulla vanità, era davvero incontenibile: carpe, pesci gatto che sfioravano i due chili, un barbo della stessa taglia, si andavano ad accumulare nella sua nassa con una frequenza impressionante. “Ci puoi spiegare qual è il tuo segreto, se usi un’esca speciale?” gli chiesero.

Toni era una di quelle persone che non amavano chi ti da subito del tu, ma non diede a vedere la sua lieve irritazione e rispose con la cortesia che gli era abituale: “Non è né una questione di segreti, né di esche speciali, ma d’istinto: quando comincio ad avvertire i primi movimenti del galleggiante, mi sembra di vedere il pesce che sul fondo si gira e rigira su se stesso annusando, assaggiando e sputando l’esca, così ad un certo punto ho l’esatta percezione del momento in cui, dando la ferrata, lo aggancerò”.

A sera, smontate le loro costose canne, i componenti della troupe se ne andarono piuttosto delusi: probabilmente non avrebbero trasmesso la registrazione che era ben poco favorevole ai loro scopi: si aspettavano informaqzioni tecniche, magari sui materiali, ma certo, in qualità di pescatori, non potevano che essere stati colpiti dalle parole di Toni e dalle sue catture.

Chiuso quell’intermezzo, si ripresentava il problema di come dare la caccia al suo storico avversario: il lago apriva solo al pomeriggio e Toni non se la sentiva di chiedere al gestore, col quale non era ancora in stretta confidenza, di concedergli una mattina extra.

Doveva adattarsi agli orari di tutti, fra i pensionati che davano la caccia alle trotelle e i bambini petulanti che gli giravano intorno convinti che di tutto il lago l’unico punto pescoso fossero i due o tre metri occupati da lui. Al fine decise che, per un paio di volte, avrebbe rinunciato alle catture multiple: avrebbe pescato a fondo, nel punto più profondo del lago, con un’esca talmente abbondante da scoraggiare le prede più piccole, rischiando magari di prendere qualche “cappotto”.

La prima volta riuscì a catturare un paio di carpe sui quattro chili, a farsi tranciare il finale da un luccio e agganciare e perdere quasi subito un piccolo storione.

Due giorni dopo il cielo era nero e minacciava un temporale di quelli violenti come solo sanno essere i temporali estivi al mare; poco male, se anche si fosse messo a piovere c’era sempre la tettoia del bar sotto cui ripararsi. In compenso c’erano pochissimi pescatori e poi, si sa, quando piove il pesce è più attivo: la teoria di Toni era che i pesci giudicassero che nessuno fosse così stupido da pescare sotto la pioggia e quindi erano meno sospettosi. In realtà il pesce non è così raffinato nel suo ragionamento, ma sa per esperienza che il ruscellare della pioggia sul terreno porta in acqua insetti, briciole ed altro cibo, e quindi è più attivo.

Montata la canna da fondo ed innescato il grosso amo con un’esca degna di un pranzo di Natale per pesci, Toni iniziò la sua ennesima giornata di pesca.

Giusto il tempo di una grossa cattura, una carpa vicina ai cinque chili, e si scatenò il finimondo: pioggia, vento, temperatura precipitata di colpo, lo costrinsero a riparare sotto il bar, non prima di aver messo in salvo la borsa con la macchina fotografica e ritirato la lenza.

Non si fidava, infatti, a lasciarla in acqua, poiché troppe canne aveva visto andarsene a fare sci nautico per il lago al seguito di un pesce improvvisatosi motoscafo. La buriana durò tre quarti d’ora buoni, lasciando una temperatura da brividi e un venticello che ancora dava periodiche folate.

Poteva, comunque riprendere a pescare.

Non appena lanciato e messa in tensione la lenza, notò quella vibrazione che nulla aveva a che fare col vento; lentamente levò la canna dal suo appoggio e si preparò col filo in tensione e la mano pronta sulla manovella del mulinello. Il suo istinto gli diceva che chi c’era là sotto era un pesce grosso, molto grosso e diffidente.

Attese il momento magico, quello che aveva descritto ai documentaristi delle televisione e, quando ebbe la certezza che l’esca con relativo amo era ben fonda nella bocca dell’animale, ferrò deciso.

Se fosse stato solo un po’ meno pronto lo strattone che seguì gli avrebbe strappato la canna dalle mani: fu invece lesto ad allentare la frizione per evitare rotture del filo.

Quella non era una grossa carpa: quello era un pesce enorme, forse lui, il re.

Come undici mesi prima iniziò la lotta fatta di allentamenti e recuperi, mentre, ad uno ad uno i pochi pescatori superstiti del temporale, cominciarono a radunarsi alle sue spalle. Non c’era stato bisogno che lui dicesse nulla: un pescatore sa riconoscere la piegatura della canna e spesso si avvicina ad indovinare il peso del pesce prima ancora che questo sia salpato o addirittura visibile.

I minuti passavano a decine e piano, piano l’animale cedeva sempre qualcosa al pescatore, ma c’era qualcosa che non convinceva Toni nel modo di tirare del pesce, troppo diverso da quello che già una volta aveva provato.

Anche in questa occasione non avrebbe saputo spiegare il perché: era di nuovo l’istinto che fa la differenza fra uno che va semplicemente a pescare e un pescatore vero. Aveva ragione ancora una volta: dopo oltre quaranta minuti di lotta l’animale si fece vedere. Di sicuro non era una carpa, anche se era enorme, sicuramente non meno di un metro e trenta di lunghezza, ma che razza di pesce era? Era la prima volta che gli capitava una bestia simile, eppure pescava da decenni: sembrava, a prima vista, un piccolo squalo, ma non c’erano squali d’acqua dolce, tanto meno in un fazzoletto di lago nel nord della Toscana.. Intanto, in silenzio, Bruno il gestore era scivolato alle sue spalle e, impugnato il guadino, l’aveva posizionato in acqua: non è mai chi usa il guadino, infatti, che deve prendere il pesce, ma chi manovra la canna che ve lo deve portare dentro.

Nulla spaventa e restituisce vigore anche al pesce più stremato come vedere una rete che lo insegue. “E’ un pesce che viene dall’est Europa, mormorò piano l’uomo, ne abbiamo immessi due o tre per prova: sono talmente grossi che quando se ne cattura uno si finisce sui giornali ed è tutta pubblicità gratuita per il lago”. Toni ne aveva sentito parlare di questi pesci importati per dare una caratteristica speciale ai laghi a pagamento: in realtà non sapeva, malgrado conoscesse bene le specie di acqua dolce, quale fosse il loro nome scientifico; erano noti con un nome impronunciabile, strogovic o strokovic, gli sembrava di ricordare di aver letto, ma pochi li conoscevano ancora qui in Italia.

Ancora pochi minuti e l’animale finì nell’ampia rete manovrata dal signor Bruno: immediatamente comparvero bilancia e macchine fotografiche.

Ventisette chili e qualche grammo, a detta del gestore il più piccolo dei tre introdotti, mentre il maggiore sfiorava i cinquanta chili; certo ben pochi pescatori possono vantare come loro record personale un pesce di quasi trenta chili: quella non era più normale pesca, ma quasi una caccia grossa. Un paio di fotografie per l’album e per gli amici, e il pesce tornò direttamente a riassaporare le dolci e fresche acque sorgive del lago senza passare dalla nassa che, data la sua mole, avrebbe potuto esserne danneggiata e danneggiare lei stessa l’animale.

Era stata una bella esperienza, ma nulla a confronto di quella dell’anno prima. Non era la stessa bestia, grosso sì, ma tutta un’altra cosa rispetto all’astuzia e alla vigoria del re del lago.

Già, il re del lago, che fine aveva fatto? Nessuno l’aveva più agganciato, non era stato allettato dall’esca a fondo e nessuno sapeva se fosse ancora lì. Toni tentò ancora altre volte, ma non ebbe nessun riscontro dal suo avversario: forse veramente non c’era più ed era fuggito nel lago attraverso misteriosi cunicoli sotterranei. Anche quell’estate volse al termine con i consueti bagni, le cene coi parenti, le risate e i racconti di pesca.

Toni ebbe ancora diverse giornate memorabili di pesca, ma quando ripartì lo fece con un poco di amaro in bocca. Il ventisei agosto alle sette del mattino era sulla bretella che porta all’autostrada; nel momento in cui questa passava non distante dal laghetto,

Toni non resistette e si fermò pochi minuti sulla piazzola d’emergenza dalla quale si vedeva un piccolo lembo del lago: proprio in quel momento qualcosa di grosso, molto grosso, “bollò” a galla.

Era lui, o lei che dir si voglia, ne era certo.

Dall’alto, nonostante il rumore dei TIR in transito, gli sembrò quasi di sentire l’animale ridere, un po’ per salutarlo, un po’ per prenderlo in giro, ribadendo la sua superiorità e il fatto che sarebbe stato lui a decidere il giorno e l’ora in cui si sarebbero sfidati di nuovo: quello era stato un anno di prova, giusto per tenere l’avversario sulle spine. Là, sul fondo, un’enorme carpa girava ancora in pastura e lo aspettava, oh sì, aspettava lui solo, forse l’unico avversario che riteneva degno, perché si sarebbero rincontrati ancora, un giorno o l’altro, di questo erano entrambi sicuri.

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Pubblicato da su settembre 18, 2011 in racconti pesca

 

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