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IL RE DEL LAGO DEI FRATI

14 Set

IL RE DEL LAGO DEI FRATI

In una zona costiera del centro Italia, sulla strada che dal mare porta verso l’interno, c’è un piccolo laghetto privato, circa cento metri per sessanta o meglio, più che un lago una bozza, come vengono chiamati questi specchi d’acqua rimasti isolati dal lago vero e proprio; questo qui, però, è alimentato da una fresca sorgente che viene dalle colline retrostanti.

Chi vuole pescarvi, può farlo pagando una cifra modesta per l’intera giornata, a patto che al termine della pesca rilasci vivi tutti i pesci catturati.

Per questo le prede, dopo essere state salpate, vengono introdotte in una rete cilindrica lunga oltre tre metri, che viene tenuta aperta da sei o sette anelli: qui i pesci non soffrono la prigionia.

Poi, a sera, li si può pesare, magari fotografare, e quindi ridare loro la libertà, affinché possano essere ricatturati l’indomani o nei giorni a seguire: è il prezzo che devono pagare per vivere in acqua pulita ed essere ben nutriti delle abbondanti pasturazioni dei pescatori.

Il laghetto è chiamato “Lago dei frati”, poiché su di esso si narra una curiosa leggenda, come spesso ce ne sono nel centro Italia; si dice che un tempo al suo posto ci fosse un convento, ma che i frati che vi dimoravano non fossero propriamente puri e casti e indulgessero un po’ troppo ai piaceri della carne.

Così la punizione divina si abbatté sul convento che sprofondò fino all’inferno, lasciando al suo posto quel laghetto le cui acque pure avrebbero mondato il terreno dai peccati qui commessi.

Si dice anche che, per questo motivo, il lago non abbia fondo, che sia simile a un imbuto che poi va, attraverso misteriosi cunicoli, a comunicare col lago.

In realtà i pescatori, soprattutto quelli che pescano a fondo, sanno benissimo che il fondale non supera i quattro, cinque metri di profondità.

Le specie di pesci che vivono qui, in quanto introdottevi, non sono molte: ci sono alcuni cavedani giganti importati dall’est Europa, un paio di storioni, diversi pesci gatto molto grossi, anche questi d’importazione, ma soprattutto carpe, alcune delle quali anche di dimensioni notevoli e divertenti da pescare.

Toni non era del luogo: veniva in villeggiatura nella zona, poiché qui abitavano alcuni suoi parenti e lui poteva approfittare della loro ospitalità per fare una vacanza poco dispendiosa.

Essendo stato un appassionato di pesca fin da bambino, ben presto aveva scoperto il lago dei frati e ci si recava due, tre volte alla settimana da oramai diversi anni, tanto da essere diventato uno dei pescatori più bravi fra quelli che lo frequentavano.

Va detto che, al tempo della storia che state per ascoltare, il lago era gestito da un circolo di pescatori locali e che ci lavorava (c’era un piccolo bar che vendeva anche esche e attrezzi da pesca) un ragazzo di forse diciassette o diciotto anni, Gigi, con il quale Toni aveva fatto ben presto amicizia.

Era una di quelle amicizie che insorgono spesso fra i pescatori, fatte di sfide, di sfottò, di racconti spesso esagerati delle proprie imprese.

Toni era un quarantenne giovanile, laureato, ma abbastanza intelligente da non far mai pesare la sua cultura; al lago, dove oramai lo conoscevano tutti gli habitué, era soprannominato “il professore”, ma lui, scherzando (l’auto-ironia era uno dei suoi pregi), si definiva, durante le sue dispute verbali con Gigi, “Il Re del lago”.

Anche se non disdegnava e non rifiutava le sfide col più giovane amico, nelle giornate in cui c’era poco lavoro e questi aveva tempo di pescare, sfide fatte per metà di catture di pesci e per metà di reciproche prese in giro e bonari insulti, Toni aveva sempre declinato gli inviti a partecipare alle gare che si tenevano settimanalmente o alle sfide nelle quali giravano soldi.

Per lui la pesca, come ogni cosa alla quale si dedicava, pure se era un passatempo leggero, era comunque un’attività che affrontava con serietà, impegno e uno spirito sportivo da dilettante puro.

Per tutto il mese di agosto Toni si era divertito con quel passatempo che, purtroppo, riusciva ad esercitare solo d’estate; spesso aveva fatto delle belle pescate, altre volte le giornate non erano state positive: pazienza.

Sulla bacheca di fianco al bar del lago erano appese diverse foto di alcune carpe di dimensioni notevoli o di retate colme di decine di chili di pesci catturati da Toni in un solo pomeriggio.

Quello che gli mancava, però, per poter dire di aver passato una indimenticabile estate di pesca, era la cattura di un esemplare di dimensioni eccezionali: fino ad allora il suo pesce più grosso era stato poco più di cinque chili, già notevole per la maggior parte dei pescatori, ma lui mirava ad una cattura che lo avrebbe veramente consacrato come il re del lago.

Gigi gli aveva rivelato che era stata da poco immessa una grossa carpa di oltre dodici chili, che nessuno aveva ancora catturata, anche se c’era chi diceva di averla agganciata (e poi persa) alla mattina presto, orario in cui i pesci sono, come si dice in gergo, “in pastura”, cioè cominciano a girare per il fondale grufolando in cerca di cibo.

Agosto e le vacanze volgevano al termine, così Toni si decise a chiedere a Gigi se gli avesse fatto il favore di lasciargli una sera le chiavi del cancello del laghetto, affinché potesse l’indomani mattina alle cinque essere già sul posto per una delle ultime battute di pesca della stagione, soprattutto nel tentativo di catturare una grossa preda.

Gigi, che era un ragazzo generoso e sempre disponibile a fare un favore agli amici, accondiscese di buon grado alla richiesta: lui sarebbe poi arrivato verso le otto a vedere i risultati di quella spedizione mattutina e ad aprire il bar.

Così, puntuale, il mattino seguente alle cinque Toni era sul posto, un po’ assonnato (essendo gli ultimi giorni di vacanza si susseguivano le cene di saluto coi vari parenti ed amici), ma carico di adrenalina e pronto a cogliere ogni minimo movimento del galleggiante sullo specchio d’acqua non ancora increspato della brezza che, come di consueto, avrebbe iniziato a spirare solo verso le undici.

Le catture iniziarono subito: pesci di tre, quattro chili, ma non ancora la preda speciale che Toni aspettava.

Poi, improvvisamente, il galleggiante sparì sott’acqua, senza peraltro cogliere di sorpresa il pescatore che prontamente diede la ferrata.

Fino dai primi istanti si rese conto che non si trattava di un pesce soltanto grosso, ma di un esemplare sicuramente enorme: non tirava, infatti, a strappi, come fanno le carpe più giovani, ma lo faceva con forza continua, come se l’animale fosse conscio della propria potenza.

Iniziò così la lotta: forza da parte del pesce, astuzia e tattica da parte dell’uomo.

Il sottile filo di nylon non era fatto certo per reggere un pesce di quelle dimensioni e di quel peso, per cui occorreva sfruttare l’elasticità della canna in carbonio, la frizione del mulinello e accompagnare i movimenti dell’animale onde evitare traumi alla lenza.

Nelle pause che il pesce si prendeva, Toni riusciva a riprendere alcuni centimetri del filo le cui spire, però, si andavano sempre più assottigliando sul mulinello.

Così iniziò, per quanto possibile, a spostarsi sulla riva, per non concedere troppa lenza all’avversario.

Da quanto stavano lottando? Toni non poteva permettersi neppure di distogliere lo sguardo da canna e lenza per posarlo sull’orologio, ma valutò che, oramai, fosse passata oltre un’ora da quando aveva notato il galleggiante affondare, e ancora non era stato in grado di tirare l’animale abbastanza vicino da poterlo vedere.

Era, però, abbastanza sicuro che fosse la famosa carpa da dodici chili, anche se la potenza dell’animale gli sembrava persino superiore, almeno per quanto gli dettava la sua esperienza.

Poi, improvvisamente, il pesce smise di tirare e, seppur lentamente, Toni cominciò a recuperare altri preziosi metri di filo che andavano ad avvolgersi in spire ordinate sulla bobina del veloce mulinello; non c’era comunque da fidarsi, poiché i pesci spesso agiscono in questo modo, per poi ripartire all’improvviso non appena percepiscono l’avvicinarsi della riva o vedono il pescatore e il guadino con il quale si cerca di concludere la cattura.

Qualche decina di centimetri, poi un lento movimento ne riprendeva la metà, ma il pesce si avvicinava sempre più: forse era stremato dalla lunga lotta.

Quando fu a una decina di metri da riva Toni, finalmente lo vide: altro che dodici chili!

Questa carpa doveva pesarne non meno di trenta!

Ma da dove diavolo era venuta? Nessuno sapeva che ci fosse un simile gigante nel laghetto.

Forse, veramente, c’era un collegamento con il lago vicino e il pesce veniva da lì, o forse la bestia era da sempre rintanata sul fondo del lago, in attesa di un degno competitore alla sua forza e alla sua potenza.

Quando fu a pelo d’acqua l’animale sembrò guardare fisso negli occhi il pescatore, quasi in segno di sfida, si fermò un attimo, poi, lentamente, si girò e ripartì verso il centro del lago. Stavolta il filo arrivò quasi al termine del mulinello, tanto che Toni fu costretto a entrare in acqua: prima fino alle caviglie, poi fino al ginocchio, poi fino al petto.

Le braccia gli dolevano, il sudore gli bruciava gli occhi, ma non poteva togliere una mano dall’azione di pesca neppure per asciugarsi la fronte.

Era sfinito, ma piano, piano riuscì a riguadagnare la riva, altri preziosi metri di lenza andarono ad adagiarsi sulla bobina.

Per circa un’altra ora continuò il tira e molla: il pesce arrivava sotto riva, guardava l’uomo, oramai era certo che il pesce lo guardava e voleva comunicargli la sua sfida, poi ripartiva come a dire: “Vedi, comando io il gioco e ti porto a spasso quando voglio”.

La seconda volta che Toni entrò in acqua fu quasi certo di vedere sul fondale uno scheletro vestito con un saio che lo derideva: “Ancora un passo, sembrava dire, apri la bocca e lascia entrare l’acqua fresca del lago, poi sarai con noi per sempre”.

Scherzi della stanchezza e della tensione.

Il cuore gli batteva a mille, sia per lo sforzo, sia per l’emozione di avere all’altra estremità della canna un simile mostro.

Presto, pensò Toni, arriverà Gigi: allora potremo salire sul barchino malmesso e ci faremo portare a spasso fino a quando al pesce non scoppierà il cuore, ma quanto manca alle otto?”.

Non mancava ormai più molto; intanto il pesce era di nuovo sotto riva, mentre già si sentiva il rumore scoppiettante del vecchio motorino di Gigi che si avvicinava.

Fu allora che la carpa diede un ultimo strappo deciso così, da ferma, spezzando la fragile lenza.

Poi si fermò per un istante a galla, guardò il suo avversario e Toni ancora giura che il pesce stava ridendo.

Quando arrivò l’ignaro amico, lo trovò seduto a terra, sudato, col fiatone, la canna posata sul reggicanne, col filo spezzato che ondeggiava lentamente al ritmo della prima brezza, ma sorrideva. “O che è successo, sei anche tutto bagnato? Che hai agganciato, un elefantino?”, lo apostrofò Gigi col consueto tono di scherno che esisteva fra loro, “Quasi. Fammi riprendere fiato, che poi ti racconto”, fu la risposta di Toni.

Aveva perso sì, ma contro un avversario più forte di lui e al quale occorreva rendere onore: si era dimostrato chi fosse il vero re del lago dei frati, non il pescatore, ma quel gigante venuto da chissà dove.

Era persa una battaglia, ma la sfida si sarebbe ripresentata, Toni ne era sicuro.

Già pensava alle contromisure per l’anno seguente: un mulinello più capiente, una canna più potente, una lenza più forte e forse il divario fra i due contendenti si sarebbe limato un poco.

Fra poche ore lo avrebbe atteso il rientro in città, un inverno di lavoro, ma quell’esperienza fantastica di lotta primordiale era valsa l’intera vacanza.

Mai avrebbe scordato un solo istante di quelle due ore di lotta.

Ancora adesso al lago ognuno conosce la storia dell’epica lotta, quasi fosse stata quella biblica fra l’uomo e il mitico leviatano e i ragazzi più giovani aspettano l’estate per conoscere il protagonista e sentire dalla sua voce, ancora oggi emozionata, per l’ennesima volta il racconto di quella battaglia, anche se qualcuno non ci crede ancora del tutto: i pescatori, si sa, spesso le sparano grosse.

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Pubblicato da su settembre 14, 2011 in racconti pesca

 

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