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IL GIOVANE PIETRO PESCATORE

10 Set

IL GIOVANE PIETRO, PESCATORE

Tony colui che era stato re, oramai non pescava più: non certo per l’età, ma era stata la sua schiena ad averlo sconfitto.

Bastava una sessione di pesca per non riuscire, il mattino dopo, ad alzarsi dal letto; mezza giornata in piedi e poi doversi chinare per slamare i pesci, per raccogliere qualcosa che, quando non devi fare sforzi, cade sempre e poi ancora il recupero di tante e tante prede, controbilanciando la loro forza con la muscolatura del dorso e infine, a sera, il dover tirare fuori dall’acqua la lunga rete con decine di chili di prede a cui ridare la libertà, erano tutte cose che avevano rovinato la sua povera schiena e che oramai non erano più compatibili col suo stato.

Il divertimento era troppo inferiore al prezzo da pagare.

Avrebbe, è vero, potuto dedicarsi ad altri tipi di pesca: ritornare, come quando era ragazzino, a pescare alborelle con una cannetta fissa, ma dopo aver provato l’adrenalina che ti danno i giganti, quella pesca non lo avrebbe certo soddisfatto; allora meglio smettere, dare un taglio definitivo.

Aveva provato con chiropratici, medicinali, perfino un busto, poi aveva dovuto gettare la spugna.

Gli ultimi tre anni erano stati tremendi, aveva tentato, aveva stretto i denti, ma aveva solo peggiorato le condizioni dei suoi poveri lombi.

Tre anni; tre anni prima aveva conosciuto il piccolo Pietro, che con quel nome non poteva fare altro che il pescatore, come il suo omonimo Santo e primo papa; Pietro, allora dodicenne, ma diverso dai suoi coetanei, Pietro così riservato, mai invadente, capace di passare una giornata ad osservare lui, invece che a pescare e a Tony quel ragazzetto magro e coi capelli biondi sempre scarmigliati, era piaciuto subito, perché aveva visto in lui il grande pescatore che poteva diventare.

Allora gli aveva insegnato tutto quello che lui aveva imparato in una vita su fiumi, laghi e mari, trucchi che non si trovano sui libri.

* * *

Pietro ripensava sempre ai suoi ultimi tre anni, da quando aveva conosciuto Tony, che aveva amato come un padre, forse di più: come un amico vero, nonostante la differenza di età, addirittura di generazione.

Tre anni, da quando era diventato un pescatore, un pescatore autentico, capace di rinunciare ai ripetuti inviti a partecipare a gare di pesca, capace di perdere amicizie per andare, appena poteva, a pesca.

Quando aveva iniziato, tre anni prima, frequentava il lago dei frati con gli amici: la madre lo accompagnava in macchina, visto che abitava a sei chilometri dal laghetto, insieme agli altri ragazzini; altri ancora lo raggiungevano là arrivando in bicicletta, ma a distanza di tre anni di quella compagnia di piccoli pescatori era rimasto solo lui.

Gli altri? Il motorino, il calcio, le ragazze, per un motivo o per l’altro avevano tutti mollato.

Lui no, lui aveva continuato, perché lui era un pescatore, di quelli che lo nascono, di quelli che hanno la stoffa, come si suole dire.

Un giorno che era solo, senza i suoi soliti amichetti, la madre si era avvicinata a quel signore che vedeva sempre e sempre al solito posto: “Mi scusi, potrei chiederle una cortesia?” aveva chiesto timidamente.

Anche tre, se posso” aveva risposto gentile e cordiale Tony: lui era così, solitamente si risponde “Anche due”, ma lui esagerava sempre in cortesia.

Oggi mio figlio è solo, non sono venuti i suoi amici e io devo andare via: non è che gli darebbe un’occhiata, se non altro per controllare che non finisca in acqua lui e tutta la canna. Mi ha promesso che non le darà noia, vero Pietro?”.

Tony si girò, gli allungò la mano, dopo essersela pulita in uno straccio: “Io sono Tony, piacere, socio”.

Da quel momento era iniziata la loro amicizia e da quel momento il giovanissimo Pietro aveva smesso di essere un ragazzino che usa le sue vacanze per andare a pescare ed aveva iniziato a diventare un pescatore vero.

Adesso, quando andava a pesca non telefonava più ai suoi amici, perché li conosceva bene e sapeva com’erano: casinisti e spesso inopportuni.

Se qualcuno di quelli che abitavano vicini arrivava in bici, allora andava con loro dall’altra parte del lago, ma non per trascurare il suo amico e maestro, bensì per evitare che quei rompiscatole gli dessero fastidio; ma forse non era neppure per quello, forse era geloso della sua amicizia con l’uomo.

* * *

Negli ultimi tre anni di pesca al laghetto, quel misero mese e mezzo all’anno, Tony, da sempre fedele alle carpe, aveva scoperto anche un altro amore: gli storioni che, da parte loro, con le loro dimensioni e la loro forza, avevano dato un bel contributo alla rovina della sua schiena.

Tutto era iniziato quando il proprietario ne aveva immessa una buona quantità nel lago durante l’inverno.

Il primo anno partivano da un chilo e mezzo ed arrivavano ai nove chili del più grosso, poi erano cresciuti e l’ultimo anno di pesca di Tony questi era riuscito, con grandi dolori, a catturarne un esemplare di quattordici chili.

In fondo era un pesca semplice: una canna a fondo, senza galleggiante, con un piombo scorrevole lungo il filo per non insospettire con la sua resistenza l’animale e un grosso amo, come quelli che usava per le carpe, innescato con una pallina di formaggino; il bello (o il brutto) iniziava dopo.

Sì, proprio i formaggini a triangolo che si mangiano, quelli che, soprattutto, sono amati dai bambini.

Però doveva essere di una marca particolare, perché erano gli unici abbastanza duri e malleabili ad un tempo, per poterli modellare a pera intorno all’amo e per non staccarsi al primo lancio.

Lo storione è un pesce lungo e stretto, rispetto alle tozze carpe, quindi fa un figurone e Tony aveva quel tanto di vanità e di gigioneria per le quali gli piaceva far vedere agli altri le sue catture che spesso fotografava, anzi con le quali si faceva fotografare.

* * *

Pietro aveva iniziato a pescare mirando alle trote, poi era passato alle carpe, soprattutto perché in quel tipo di pesca Tony poteva insegnargli tanto: la pesca non è solo prendere i pesci, che quello spesso è solo fortuna, ma vuole dire saper fare le montature, trovare il giusto fondo, saper riconoscere le abboccate, rendersi conto di quando è il momento di dare la ferrata al pesce.

A volte, come detto, Pietro non montava neppure la canna, ma stava ad osservare ogni mossa di Tony, per rubargli, per così dire, i segreti del mestiere.

Quando il suo amico grande aveva iniziato a mettere a fondo la seconda canna, aveva voluto sapere tutto anche di quella pesca.

* * *

Anche per Tony era una novità, ma uno dei vantaggi dell’età, oltre all’esperienza, è il saper imparare guardando ciò che altri non vedono.

Così Tony era diventato un grande anche in quel tipo di pesca.

Avrebbe potuto anche prendere un maggior numero di storioni, se solo si fosse spostato in un punto più adatto del lago, ma non voleva lasciare quella postazione che era la sua fissa da quindici anni e che nessuno, al lago dei frati, osava usurpargli.

Così si accontentava di alternare le catture: carpe e storioni, che spesso decidevano di abboccare contemporaneamente alle due canne, mettendo in difficoltà l’uomo, ma questo prima dell’avvento di Pietro: poi bastava chiedere a lui di prendere una delle due canne e mai una volta il ragazzino si azzardò a recuperare un pesce di Tony, nonostante gli inviti del suo mentore e maestro: attendeva che l’uomo avesse concluso il recupero di uno dei due pesci, poi gli passava la canna con il secondo ed esultava come se l’avesse preso lui quel pesce, perché loro stavano diventando veramente due soci.

Nel momento in cui Tony decise di smettere con la pesca, offrì la sua attrezzatura a Pietro, ma questi rifiutò: quella era intoccabile, doveva restare al suo maestro, nel caso che avesse deciso di riprendere a pescare.

Quando Tony comunicò al ragazzo che non sarebbe più andato a pescare, Pietro trattenne a stento le lacrime, forse lo fece anche l’uomo, ma quando si smette, bisogna dare un taglio netto: è come quando finisce un amore, non esiste quella cosa del “restiamo amici”.

* * *

Però si sentivano ancora, avevano i rispettivi numeri di cellulari e Pietro comunicava all’uomo i suoi successi, le sue catture.

Il lago dei frati aveva perso un re, ma aveva forse trovato un principe.

Pietro, da quando era rimasto solo, senza il suo socio, aveva scelto: storioni, storioni e basta.

Non metteva neppure in acqua la rete per mantenere le carpe catturate (gli storioni andavano rilasciati subito, perché non si rovinassero e non patissero nella momentanea prigionia).

Se, a volte una carpa abboccava al formaggino, veniva subito liberata.

L’estate di quell’anno, il primo senza la compagnia e la guida di Tony, era finita, l’uomo era partito e le scuole erano rincominciate.

Era raro che, fra compiti lezioni e tempo atmosferico, Pietro potesse andare a pescare.

Ma quel giovedì pomeriggio di fine ottobre, con un sole ancora tiepido, non c’erano compiti perché c’era stata autogestione a scuola, allora Pietro, che aveva appena preso un nove in matematica, chiese come premio, ed ottenne, di andare a pescare.

In fondo quello che chiedeva era una cosa sana, meglio della discoteca e delle sigarette.

Avrebbe potuto andarci in bicicletta, oramai era grandicello coi sui quindici anni e mezzo, ma la madre doveva uscire e sarebbe passata davanti al laghetto, così lo accompagnò in macchina, come quando era più piccolo.

Quel giorno al lago non c’era nessuno: il proprietario era nella baracca che fungeva da bar a fare dei lavori di ristrutturazione: lui aveva sempre lavori di ristrutturazione da fare.

Pietro pagò e si mise in postazione, quella di Tony che aveva voluto mantenere, anche se, per gli storioni, c’era di meglio.

Innescò la sua unica canna e cominciò a pescare.

Dopo una mezz’ora ci fu la prima abboccata; la canna aveva montato un avvisatore acustico, un piccolo attrezzo che, al tirare del filo da parte del pesce, suonava come un antifurto, ma non sempre suonava, perché spesso gli storioni mangiano mollando la tensione del filo, dirigendosi verso riva.

Anche questo glielo aveva insegnato Tony, che l’aveva a sua volta imparato osservando.

Per questo motivo Pietro preferiva una sola canna, per poterla tener d’occhio in continuazione, senza essere distratto da un secondo attrezzo.

Lo storione che recuperò era sui due chili e mezzo, una taglia modesta per un pesce che in natura, vale a dire nei grandi fiumi, il Volga, ma anche il Po, può passare i due quintali.

Certo, in un laghetto di quelle dimensioni, non avrebbero mai passato i trenta o quaranta chili e anche quello solo dopo molti anni, ma già quei pesi sarebbero stati poco gestibili con una normale attrezzatura.

Passarono altri quaranta minuti e venne su un secondo pesce sui tre chili, poi una carpa dello stesso peso, quindi uno storione di quattro chili e duecento grammi: il record di Pietro, fino ad allora, era un pesce di cinque chili e mezzo.

Era una giornata positiva; una delle teorie di Tony era che se c’è tanta gente i pesci si sparpagliano e vanno alla pastura di un po’ tutti, ma se si è in pochi, e Pietro era solo, questi si concentrano dove trovano cibo: pastura o esche.

Erano quasi le cinque, la luce cominciava a scemare e fra poco avrebbe dovuto smettere: non era più come d’estate quando alle sette di sera c’era ancora il sole.

Il filo, brillante nella luce del sole basso, era teso e immobile, senza una bava di vento che lo muovesse; d’improvviso si afflosciò.

Pietro balzò in piedi, tolse il la lenza dall’avvisatore acustico e lentamente la rimise in tensione.

Questa mollò nuovamente e cominciò a spostarsi visibilmente verso il centro del lago; fu allora che Pietro ferrò.

Subito il filo cominciò a scorrere via dal mulinello; il ragazzo strinse la frizione, ma sembrava che non funzionasse, la bobina girava in senso inverso, gracidando sommessamente.

Allora Pietro cominciò, come aveva appreso dal suo maestro, a “pompare”, come si fa nella pesca d’altura, vale a dire tirare solo con la canna, poi abbassarne la punta e recuperare filo; lo fece e non funzionò.

Più tirava con la canna, più filo il pesce si prendeva.

Fu allora che Pietro ebbe paura, ne fu sopraffatto: gli sembrava che si sarebbe spezzata la canna, il mulinello, le sue stesse braccia; il pesce era oramai a metà lago e lui non aveva ancora recuperato un solo metro di filo.

Aveva voglia di piangere, di lasciare la canna al pesce, di smettere con quell’hobby che, evidentemente, non era adatto ad un ragazzino; voleva scappare, tornare a casa, accoccolarsi su una poltrona ed addormentarsi: era così stanco.

Era stato presuntuoso a sperare di lottare contro i mostri del lago con le sue misere forze, di quel bambino piccolo che sentiva di essere ancora.

Poi pensò a Tony, lui non avrebbe pianto, lui non si sarebbe arreso, non lo aveva fatto quando recuperare un pesce gli costava fitte lancinanti alla schiena.

Avrebbe voluto scappare, oppure poteva chiamare il proprietario del lago, che lo aiutasse, invece chiamò Tony, urlò il suo nome sottovoce; “Tony, aiutami, ti prego: dammi la tua forza e il tuo coraggio, fallo e questo pesce è per te”.

Allargò le gambe, puntò i piedi, prese un respiro profondo e finalmente cominciò a recuperare filo.

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1 Commento

Pubblicato da su settembre 10, 2011 in racconti pesca

 

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Una risposta a “IL GIOVANE PIETRO PESCATORE

  1. eglepiediscalzi

    settembre 11, 2011 at 6:25 am

    “Anche per Tony era una novità, ma uno dei vantaggi dell’età, oltre all’esperienza, è il saper imparare guardando ciò che altri non vedono”.
    Così si imparano i mestieri…
    egle

     

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