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LE NUVOLE DI WATERLOO

09 Set

LE NUVOLE DI WATERLOO

Jean – Marc guardò in alto e vide un veliero spostarsi docile nel cielo, poi questo si dissolse in un gregge di pecore al pascolo che diventarono ben presto gabbiani sul mare caldo di una tiepida estate.

Non gli succedeva più da quando era bambino, quando sulle sue montagne si sdraiava nel mezzo di un prato col suo miglior amico accanto e giocavano ad individuare nelle nuvole le figure più fantasiose.
Ora era un uomo fatto e non stava giocando: le nuvole erano tutto ciò che poteva vedere dalla sua posizione, supino in mezzo alla polvere, al sangue, ai sassi della piana di Waterloo: un colpo di baionetta nella schiena l’aveva costretto in quella posizione, a giocare a guardare le nuvole, ma era un gioco doloroso, lo era fino alle lacrime e le nuvole non erano solo vapore acqueo, ma anche la polvere sollevata da migliaia di uomini e di cavalli e il fumo dei cannoni.

Era il diciotto giugno milleottocentoquindici e quella sarebbe stata l’ultima battaglia, perché si era tirata troppo la corda: il piccolo francese dai grandi sogni e dalle enormi ambizioni le aveva già prese dure a Trafalgar, ma era tornato, perché combattere era l’unica cosa che sapeva fare, ma ora si trovava davanti l’inglese e il prussiano, Wellington e Blücher, altrettanto decisi a chiudere definitivamente i conti con lui e le sue ambizioni da nano megalomane.
Il piccolo generale corso aveva fatto il grande in Egitto, in Italia, ma poi aveva commesso l’errore d’infilarsi in quella trappola ad imbuto che era l’inverno russo e quell’altro, ancora più grande, di sottovalutare i suoi nemici più agguerriti.

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A dire il vero non era stato lui il solo a sbagliare: anche quelli della vecchia guardia erano stati abbagliati dall’illusorio baluginare delle sue medaglie: pensavano di avere di fronte un gigante, ma non avevano guardato dove era il sole: questo era basso alle sue spalle e ciò che vedevano era, in realtà, solo l’ombra di un nano.

Ma non bastava: anche lì, in terra Belga, in quel piccolo e inutile paese di mucche e contadini, mentre lui, vista la mal parata se l’era data a gambe ed era tornato a Parigi, lasciando loro a fare quadrato, a farsi massacrare da un nemico reso più forte dai successi loro, quelli delle campagne grandiose che, però, adesso erano oramai sfiniti e demotivati, stupidamente si erano comunque sacrificati per la vanagloria del loro imperatore.

Ora le nuvole erano onde di un mare in tempesta e le volute di fumo della battaglia ormai finita si mescolavano a queste e confondevano la loro visione e le lacrime del soldato ferito le sfocavano ulteriormente.

Fosse restato a fare il contadino!

Ma quell’esaltazione di conquiste, quel delirio di onnipotenza, l’avevano accecato, gli avevano prospettato una vita diversa in una nazione diversa, una enorme nazione grande quanto tutta l’Europa, fino a confini di paesi mai sentiti, e poi al di là del mare, in Africa, per essere i più grandi, i più forti, ma senza pensare che per loro, la carne da cannone, i predestinati al macello, nulla sarebbe cambiato comunque, perché il nano francese si sarebbe beato del suo potere, sentendosi alto quanto la sua ombra al tramonto, mentre loro avrebbero avuto, forse, una manciata di monete d’oro sporche del sangue di persone mai viste, che parlavano una lingua incomprensibile, ma che erano uguali a loro: dei contadini insoddisfatti che mai più avrebbero sentito il profumo della terra appena arata, del pane cotto dalle loro mogli nel forno di casa.

Una fitta alla schiena ferita distolse Jean – Marc dai suoi pensieri, dalle sue visioni di nuvole che sembravano animali e di letame che pareva oro.

Sentiva voci che non comprendeva: la battaglia era finita ed ognuno raccoglieva i propri feriti, seppelliva i propri morti e le lingue si mischiavano in una Babele di dolore.
In lontananza qualcuno piangeva: forse una donna, forse uno dei ragazzi più giovani che non voleva rassegnarsi a morire.

Più vicino sentiva i passi pesanti dei barellieri e dei becchini che pestavano il terreno coi loro stivali: chissà se sarebbero mai arrivati fino a lui, se ci fossero, soprattutto, arrivati in tempo.

Il vento girò e sfrangiò ulteriormente nuvole e fumo e gli portò alle narici un odore nauseabondo, quello delle interiora di migliaia di corpi fatti a pezzi.

Gli venne un impeto di vomito, ma resistette: non era neppure in grado di girare la testa e un rigurgito in quella posizione lo avrebbe soffocato.

Ora ai bianchi uccelli di ovatta creati dalle nubi scomposte dal vento, si unirono i neri corvi che pregustavano il loro turpe e osceno banchetto.

Qualcuno urlava ordini, qualcun altro gridava di dolore: ancora pianti; una donna in lontananza cantava una nenia melanconica, quasi una ninna nanna d’addio forse al suo uomo, forse a un uomo qualunque, forse per amore, forse per pietà.

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Ora i passi erano più vicini: coloro che raccoglievano i morti e i feriti erano arrivati fino a dove giaceva lui: gli venne un pensiero buffo, come spesso succede nelle situazioni più drammatiche: e se fossero, invece, stati loro, i tre generali, che contavano i morti per stabilire chi avesse vinto quell’assurda gara? avrebbe anche riso a quell’idea, ma qualsiasi movimento, anche un solo colpo di tosse, gli procurava fitte alla ferita e sangue dalla bocca che, nella sua posizione, non era meglio del vomito.

I vivi gridavano ordini, i feriti urlavano di dolore, ma tutto ciò era quasi silenzio rispetto alle altissime grida di battaglia, della sua esaltazione, di poco prima: è incredibile quanto quella droga che si chiama combattimento possa far gridare gli uomini fino a coprire il rombo stesso dei cannoni.

Ecco, vedeva di striscio accanto a sé gli stivali di quelli che venivano a raccogliere morti e moribondi; lo afferrarono in quattro, due per le spalle e due per le gambe.

Sentì uno strappo alla schiena ferita che gli fece emettere un urlo lacerante, il suo stesso sangue rappreso l’aveva incollato al terreno; lo deposero su un’improvvisata barella di tela e misero questa su un carro tirato da degli stupidi buoi belgi.

Mentre questo, tirato dai pazienti animali che non si erano offesi per il suo pensiero, si allontanava con esasperante lentezza, Jean – Marc guardò un’ultima volta le nuvole di Waterloo: ora era sicuro di individuarvi il cavallo bianco del suo generale e allora si rese conto che sì, perdio, avrebbe rifatto tutto da capo, dato nuovamente la sua vita per quell’inutile sogno di grandezza che, pur se solo un sogno, era comunque meglio della monotonia di una vita senza slanci.

Era il diciotto giugno milleottocentoquindici.

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Pubblicato da su settembre 9, 2011 in Racconti

 

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