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I DELITTI DELLA CAMERA CHIUSA

01 Set

I DELITTI DELLA CAMERA CHIUSA

Era di turno il commissario Grieco alla questura di Milano, quando arrivò la telefonata, anonima e troppo breve per essere rintracciata, che segnalava un omicidio nello scantinato di un condominio della periferia nord della città.

Alfonso Grieco chiamò i suoi due uomini più fidati, l’ispettore Trentin e l’agente Jovine e si diresse verso l’indirizzo segnalatogli.

Sulla macchina di servizio sì sedette, come sempre, sul sedile posteriore, lasciando guidare Jovine con accanto a lui Trentin: lì, da solo, riusciva a pensare meglio ed ora, pur non conoscendo ancora nulla di ciò che gli si sarebbe presentato, stava elaborando la prima strategia dell’intervento e l’ordine preciso di ciò che andava fatto e delle telefonate che avrebbe dovuto effettuare.

Per prima cosa era necessario fare intervenire il tenente Marchetti e i suoi uomini della scientifica, poi sarebbe toccato (anzi, non poi, bensì contemporaneamente) al dottor Riva, il medico legale e infine, nota dolente, visto che fra loro non correva buon sangue, a quel politicante incapace del sostituto procuratore Vito Sangerolamo.

Non sapeva ancora che, prima di questi avrebbe dovuto fare intervenire anche il fabbro della questura.

La porta della cantina segnalata dalla telefonata (sempre che il tutto non fosse un macabro, quanto inopportuno scherzo) era infatti chiusa a chiave ed essendo una porta metallica non era possibile abbatterla con un calcio o una spallata, come si vedeva nei telefilm americani, o con un ariete di ferro, come fanno, negli stessi, le S.W.A.T, le squadre speciali.

Mentre aspettavano davanti alla porta chiusa, Grieco fece le quattro telefonate, iniziando dal fabbro per finire, a malincuore, col sostituto che, per fortuna, non era reperibile, per cui gli fu preannunciato l’arrivo di un altro magistrato il più giovane, e da lui sconosciuto, Massimo Santambrogio: sempre santi erano, e questo gli dava scarsa fiducia; in quel caso preferiva i fanti e non per scherzarvi insieme, ma per poter lavorare senza intralci.

Per sua fortuna il magistrato era un tipo simpatico ed era uno che, conscio della propria scarsa competenza ed esperienza, gli lasciò fin da subito carta bianca e si fece in disparte per fare lavorare chi era più avvezzo di lui alle indagini.

Grieco, nell’attesa, registrò mentalmente le caratteristiche del luogo dove si trovavano: era un casermone di periferia, costruito senza troppe pretese per gente che, in effetti, non doveva averne molte.

I citofoni erano stati sradicati e, quindi, il portone era sempre aperto.

Nell’androne erano stati abbandonati un buon numero di rottami: vecchie biciclette, probabilmente rubate e smontate per ricavarne i pezzi richiesti, scheletri di motorini con la stessa provenienza e destinazione, carrozzine da neonato e passeggini con ruote mancanti  e sedili sventrati.

Dei due ascensori che coprivano una quindicina di piani, almeno uno non funzionava ed era anch’esso ingombro di oggetti e cianfrusaglie varie che, chissà perché, non erano ancora stati affidati alla nettezza urbana.

Da quanto era possibile vedere, la cantina chiusa non era, in effetti, una cantina privata, visto che le porte che si affacciavano sul maleodorante corridoio erano non più di una manciata.

Era probabile che ognuna di quelle desse accesso ad un grande labirinto di altri corridoi ingombri delle tubazioni dei quasi cinquanta appartamenti di quel posto squallido.

In non più di una quindicina di minuti arrivarono tutti, dal medico a Marchetti e, per ultimo, giunse finalmente anche il fabbro.

L’uomo si chinò a livello della toppa della serratura, una di quelle a doppia mappa: “Commissario, qui c’è dentro la chiave e la serratura è di quelle vecchie, che se c’è la chiave da una parte, non la si può infilare dall’altra, quindi devo tagliare intorno alla serratura con la fiamma!” ciò detto si avviò, con una bestemmia stretta a malapena fra i denti, a prendere la pesante bombola col cannello per eseguire il taglio.

Ad un cenno del capo di Grieco, Jovine scivolò in silenzio ad aiutare l’uomo nel trasporto.

“Se la porta è chiusa da dentro e la chiave è lì, vuol dire che c’è un’altra uscita, sempre che ci sia veramente un morto e non sia stato un allarme procurato da un burlone, magari per fare uno sgarro a qualcuno che qua dentro ci tiene merce illegale”  argomentò Grieco più fra sé e sé che non per il suo pubblico; restava comunque il fatto della chiave all’interno.

“Che ci sia o no un morto, se la porta è chiusa da dentro e con la chiave nella toppa – intervenne Trentin che, oltre ad anticipare i pensieri del suo superiore, come scopo principale nella vita aveva quello di fare andare in bestia il suo capo facendogli, come si suol dire, le pulci – o c’è qualcuno dentro, o c’è, come ha detto lei, un’altra uscita, ma non mi sembra di averne viste dal giro del palazzo che ho fatto, oppure il morto è morto da sé: suicidio o disgrazia…”.

“Sì, e dopo morto ci ha telefonato dall’al di là…”  si prese la rivincita il commissario.

Il sostituto Santambrogio se la rideva fra sé, a quelle schermaglie fra due persone che, comunque, sembravano stimarsi al di là di ogni dubbio.

Ci vollero dieci minuti di fiamma e un numero imprecisato di bestemmie di colui che la gestiva, prima che la porta cedesse.

Grieco intimò a Trentin e Jovine di rimanere lì di guardia, nel caso che dentro ci fosse realmente, oltre a un morto, il suo assassino, anche se gli sfuggiva il perché si sarebbe dovuto chiudere in trappola da solo con la sua vittima: la risposta più probabile era che fosse stato disturbato da qualcuno e si fosse chiuso dentro, visto che non poteva uscire inosservato.

Al piano superiore, quello che dava sulla strada, nel frattempo, si era formata una piccola folla che gli agenti in divisa giunti di supporto, faticavano a trattenere.

Grieco fece entrare per primi gli uomini in tuta bianca: non aveva proprio voglia di un’ennesima discussione con Marchetti che regolarmente accusava sia lui che i suoi due collaboratori di inquinargli la scena del crimine; oltretutto gli stava venendo uno dei suoi attacchi di cervicale e le tempie cominciavano a pulsargli dolorosamente.

Subito dopo i fantasmi bianchi, si apprestarono ad entrare il commissario e il medico, avvertito dall’avanguardia che sì, un cadavere là dentro c’era veramente.

Cominciarono a scattare i flash delle macchine fotografiche, mentre all’esterno stava arrivando il furgone dell’obitorio e un paio di giornalisti rompiscatole: non di più, perché un morto ammazzato in quella zona non faceva poi così tanto scalpore.

La vittima era riversa sulla schiena, con una vasta chiazza di sangue sotto il capo.

Accanto al corpo un tubo d’acciaio del diametro di due centimetri e mezzo o tre era sporco dello stesso sangue: evidentemente l’arma del delitto, delitto, non suicidio o disgrazia, trasmise mentalmente Grieco a Trentin.

Proprio in quel momento l’ispettore, evocato dal suo mentore e medium, comparve sulla porta, che ancora puzzava di ferro bruciato, insieme ad un uomo sulla sessantina abbondante.

Capo, il signore è un consigliere di questo condominio ed abita qui da quando il palazzo è stato costruito, quindi conosce tutto e tutti; ho pensato che ci potesse essere utile”.

Grieco lo guardò di traverso: non riusciva a spiegarsi per quale forma di empatia o telepatia quel ragazzo riuscisse sempre ad anticipare le sue richieste: “Bene, se non le da fastidio signor?… butti un occhiata al morto e mi dica se lo conosce”.

“Signorsì: nell’ordine Pinella Maurizio, per servirla: no, non mi fa impressione e si chiamava Carmelo, Carmelo Introcanto detto Mimì, un piccolo balordo che ogni tanto spariva, vostro ospite non pagante, età, credo, sui ventinove. Comunque al settimo piano della scala B abita la sorella col convivente che lo ospitavano, perché era agli arresti domiciliari e lui era senza fissa dimora: mi creda, quello non lo piangerà nessuno, neppure sua sorella a cui si è finalmente liberata una stanza”.

“Forse lei ha ragione, ma chi l’ha ucciso è ancora peggio di quanto fosse lui e non mi va di lasciare in giro per le strade di questo quartiere un assassino a piede libero. Piuttosto, mi dica, lo scantinato ha altre uscite?”

“Nossignore – l’uomo era uno della vecchia guardia, uno che aveva fatto il servizio militare ed era uno che rispettava l’autorità e le gerarchie: una mosca bianca – né uscite né finestre, a parte un paio di bocche di lupo attraverso le quali non passerebbero altro che gatti e topi, non certo il suo assassino”.

“E lei come sa che non riusciamo a capire come questo sia uscito, visto che la porta era chiusa dall’interno e non ci sono uscite o finestre?”.

“Beh!, forse non avrò studiato, ma so fare due più due: avete tagliato la porta con la fiamma e nel pezzo attaccato allo stipite c’è ancora dentro la chiave. Certo che è strano: non ci sono neppure tombini o bocche d’aerazione, chissà davvero come ha fatto ad uscire?”.

Ad uscire, in quel momento, fu uno degli uomini della scientifica con una pesante valigia di metallo, sicuramente colma di quelle indexdiavolerie che Grieco non apprezzava né capiva: per l’ennesima volta sarebbe toccato, come sempre, al suo intuito di poliziotto risolvere l’enigma, anche se a dire il vero negli ultimi tempi qualche colpo a vuoto l’aveva accusato anche lui, ma la colpa era l’essersi fidato ed affidato troppo a Marchetti e ai suoi uomini: fin da subito doveva fare alla vecchia maniera!

Anche ora, non servivano impronte e DNA, ma il problema questa volta era, prima di individuare il colpevole, capire come questo fosse uscito da lì: quanto al prenderlo, bastava fare una lista dei balordi della zona e, fra questi quali avevano dei conti in sospeso col morto ed erano privi di alibi.

Visto che la scientifica era a buon punto e che aveva cominciato a sgomberare, Grieco entrò, anche se l’umidità polverosa di quel posto avrebbe aggiunto un attacco d’allergia alla sua cervicale.

Il medico legale era accovacciato accanto al morto e gli aveva scoperto un fianco, quello destro, dove aveva inserito il termometro a sonda per misurare la temperatura del fegato: quella era una delle tante cose che infastidivano il vecchio poliziotto, che dei morti aveva ancora rispetto, chiunque essi fossero.

Caro Alfonso, l’ora approssimativa della morte è, più o meno, quando avete ricevuto la chiamata, quindi è possibile che sia stato proprio l’assassino a chiamarvi; azzarderei che potete ricavare qualcosa dai tabulati delle telefonate al 113”.

“Sì, sai che difficoltà in questa zona trovare delle schede per cellulare tarocche! Te le vendono a tanto al chilo e non ti chiedono certo i documenti: a quest’ora sarà già stata buttata nel cesso e starà navigando verso lidi tropicali! Piuttosto, cosa mi sai dire d’altro?”.

“Quello che appare: morte dovuta, al primo esame, a sfondamento  del cranio, compatibile col tubo che c’è accanto al cadavere e che, peraltro, oltre ad essere sporco di sangue, ha tracce di capelli e di materia cerebrale sopra; se poi questi siano della vittima, chiedi a Marchetti che lo ha già imbustato e che ti darà la certezza di quanto io, umile medico, sto solo ipotizzando”.

Grieco non replicò, come suo solito, all’umorismo macabro dell’amico: non aveva voglia, aveva mal di testa, nausea all’idea della materia cerebrale schizzata fuori assieme alla vita di quell’uomo ed era di cattivo umore.

Non vedeva l’ora di andarsene a casa a smaltire le sue oramai consuete paturnie: doveva proprio fare un pensierino alla pensione.

Trentin e Jovine, nel frattempo, avevano ispezionato il seminterrato e tutte le cantine che vi si affacciavano e, al muto cenno interrogativo del loro capo, l’ispettore scosse leggermente la testa, il che voleva dire: “Ho guardato dappertutto, ma non c’è alcuna altra via d’uscita né luogo dove possa essersi nascosto”.

Grieco andò direttamente a casa, dopo essersi fatto lasciare da Trentin ad una fermata della circonvallazione: aveva voglia di aria, fosse pure quella umida e sporca di Milano.

Entrato nel suo piccolo rifugio pensò al problema della cena: in freezer c’era una confezione di minestrone, ma avrebbe probabilmente optato per del riso in bianco e poi, per quella sera, non voleva occuparsi di lavoro: contrariamente alle sue abitudini avrebbe guardato la televisione: doveva pur esserci un film su qualche canale.

Mentre l’acqua cercava faticosamente di bollire, squillò il suo cellulare: non succedeva quasi mai, e quando ciò accadeva, era per lavoro, quindi grane.

Era Marchetti: strano, era la prima volta in tanti anni che lo chiamava al telefono mentre non era in servizio, soprattutto dato che fra loro non correva buon sangue, visto che erano di scuole ed epoche diverse: “Scusi commissario se la chiamo a casa – disse con fredda cortesia – ma è successo un casino: ci è sparita un’intera borsa di attrezzature e i miei superiori strepitano che l’addebiteranno a me; può chiedere a qualcuno dei suoi se, per caso, non l’ha presa inavvertitamente?”.

Grieco fu percorso per un attimo da un leggero fastidio, come quello di un sogno dimenticato e da quello maggiore della velata accusa: “Proverò a chiedere, magari ai ragazzi della volante, ma non credo: sanno che le vostre attrezzature non vanno toccate, e non c’è dubbio che quel tipo di valigie metalliche le avete solo voi. Comunque domani sentirò tutti. Buona notte”; Grieco riappese senza attendere risposta al suo saluto e andò a gettare il riso nell’acqua che bolliva.

Nel frattempo aveva acceso la televisione: il film che aveva trovato, in alternativa a insulsi varietà e irritanti programmi con politici ipocriti che sproloquiavano senza possibilità di contraddittorio, non era male, anzi, era molto commovente (Grieco dovette ammettere a malincuore con se stesso che era entrato in quell’età in cui si arriva a piangere per uno stupido film): era la storia di una bambina diventata autistica come reazione alla morte del padre: un film dove tutti sono buoni, la madre, il fratello, i medici e psicologi.

Sarà poi proprio mammina a costruirle una complicata struttura a spirale, percorrendo la quale la bambina riuscirà a ritrovare se stessa e ad uscire dal suo autismo.

Il film l’aveva già visto e lo ricordava bene: gli era piaciuta molto la scena in cui, nello studio dello psicologo, la bambina sembrava sparita, mentre, invece, si era solo colorata da capo a piedi con i pastelli e mimetizzata contro una parete dove era dipinto un albero…

Qualcosa cominciò a frullargli in testa (Poirot avrebbe detto che le sue piccole celluline grigie si erano messe in moto): una bambina mimetizzata come un albero fra altri alberi dipinti sul muro, come fanno certi uccelli rapaci; una valigia della scientifica gufi-mimetizzati-597672sparita senza motivo, un assassino che non poteva essere uscito dalla cantina, un agente della scientifica col cappuccio della tuta che gli copriva mezzo volto e che passava fra lui e il consigliere del condominio proprio con una valigia di metallo quando ancora si stavano facendo rilievi e repertazioni…

Certo, l’assassino non era uscito, si era solo mimetizzato, come la bambina del film, nel caos, con una semplice tuta bianca, forse una da imbianchino, visto che laggiù c’erano pennelli e latte di vernice abbandonate, poi aveva preso una valigia e, fingendo di portarla al furgone, si era dileguato sotto i loro occhi!

Non si esce da una stanza chiusa, in barba a Edgard Wallace e compagni!

Gli bastò una telefonata alla volante, che in breve ritrovò la valigia di Marchetti, insieme con la tuta bianca e i guanti di lattice prelevati dalla valigia stessa, fra i cespugli del giardino (se così si poteva chiamare il groviglio di rovi ed erbacce che circondava l’ingresso) di quello squallido palazzo di una periferia infestata da topi, siringhe e balordi.

Un balordo astuto, questo, che visto che era rimasto intrappolato in cantina da probabili presenze all’esterno, forse di altri balordi che contrattavano il prezzo di una dose, forse di quei vecchi che non hanno nulla da fare e sono sempre fra i piedi a ficcare il naso in faccende che non li riguardano, si era chiuso dentro per evitare che qualcuno entrasse e poi aveva chiamato proprio la polizia per aiutarlo a scappare!

Era stato fortunato nel trovare laggiù una tuta bianca usa e getta e furbo nel cogliere al volo l’opportunità offertagli dal caso.

Astuto, ma fino ad un certo punto: sicuramente aveva lasciato tracce di sé un po’ ovunque: è vero che con i guanti non rimangono in giro impronte digitali, ma di certo c’era il suo DNA all’interno di questi e della tuta, che avrebbe dovuto far sparire e non abbandonare (anche un balordo quando uccide suda); la vittima era un altro sbandato come di sicuro era lui, verosimilmente c’era stata una lite, forse per lo spaccio o il prezzo dell’eroina già, perché solo in quella periferia degradata si usava ancora quella droga, mentre nelle zone bene circolava oramai, invece, solo la “neve”.

Adesso sì era compito di Marchetti consegnargli il nome del colpevole, ora che lui aveva fatto il grosso del lavoro soprattutto di ricostruzione mentale.

No, decisamente questo mondo al commissario Alfonso Grieco non piaceva più: non c’era più il senso dell’onore di una volta né nel crimine, né nella cosiddetta “buona società”.

Forse era proprio giunto il momento di lasciare, ma questo se lo riproponeva alla conclusione di ogni caso, da almeno dieci anni a questa parte.

La sua cervicale pulsava dolorosa e sul fornello il riso stava scocendo.

 


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Pubblicato da su settembre 1, 2011 in Racconti

 

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