RSS

LA DOLCE MORTE

11 Ago

LA DOLCE MORTE

 

Seduto sulla scomoda sedia d’alluminio, Marzio aveva tutto il tempo che voleva per pensare, ricordare, ripensare.

Ripensava alla sua storia con Irene, storia sfociata, poi, in un grande amore e in un matrimonio che duravano ancora con un sentimento immutato, anche se…

Rimpianti pochi, forse solo per quei figli che non erano venuti, ma egoisticamente questo aveva dato loro più tempo per il loro amore.

Anni che erano passati, volati, sempre insieme, senza stare un solo giorno o una sola notte lontani.

Marzio si girò leggermente su un fianco: dopo un po’ la scomodità di quella sedia cominciava a diventare insopportabile; come avrebbe desiderato in quel momento la sua vecchia poltrona e il puff poggiapiedi!

Si girò ancora una volta, poi ripiombò nei pensieri e nei ricordi: forse è banale, ma a chi ha vissuto un grande amore pare che questo sia stato il più grande e inimitabile del mondo.

Però ci deve essere da qualche parte un’entità soprannaturale invidiosa della felicità degli uomini, per cui quando un amore è troppo bello e troppo perfetto questo decide di rovinare tutto.

Nel loro caso l’ostacolo alla loro felicità aveva la forma di un furgone di Dio sa quale marca che era sbucato da una stradina laterale senza fermarsi; poco importa che avesse torto, che l’assicurazione avesse pagato senza battere ciglio: quello che importava era che Irene era entrata in coma, sette anni di sonno senza sogni, senza pensieri, senza amore.

E da sette anni Marzio era lì, per quasi metà della giornata, su quella sedia in alluminio da ospedale, un ospedale che non curava, non lo faceva più, non dava nemmeno speranze né sentenze.

Il cervello era andato, chissà dove e Irene non si sarebbe più svegliata, sarebbe passata dal sonno alla morte in un tempo indefinibile: mesi, anni, secoli… nessuno lo poteva dire.

Marzio si alzò, si mise le mani sulle reni e si stirò la schiena; poi prese una garza bagnata e inumidì le labbra screpolate di sua moglie, poi vi posò un bacio al quale lei non rispose: non lo avrebbe fatto mai più.

L’uomo ebbe un conato di pianto, sì, un conato, perché il singhiozzo gli venne da dentro: uno, uno solo, senza lacrime, perché di quelle non ne aveva più.

Col tempo il dolore diventa una callosità dell’anima, almeno all’apparenza; in realtà si incista come un cancro in un luogo ben preciso fra il cuore e la gola e preme, preme…

E quel dolore Marzio non voleva perderlo, perché oramai era l’unico sentimento che gli era rimasto: perderlo per poi ripiombarvi non sarebbe stato possibile né sopportabile da alcuno.

A volte, sempre più raramente, venivano parenti o amici a trovarli, in realtà a trovare lui, perché quella persona nel letto, in grado solo di respirare, ed anche quello grazie ad una macchina, per loro altro non era che un elemento dello spoglio arredamento della stanza.

Tutti cercavano parole inutili e stantie di conforto verso Marzio, tutti avevano un consiglio (“Vai a casa – Devi pensare a te stesso – Finirai con l’ammalarti e un malato non può curarne un altro eccetera, eccetera).

Ma quello su cui convenivano quasi tutti era che lui avrebbe dovuto avere il coraggio di far staccare la spina, interrompere quella lunga, doppia agonia, che Irene meritava una morte dignitosa: era stata una persona, non doveva finire come una pianta da balcone.

A queste parole Marzio, a volte si arrabbiava, cacciando tutti dalla stanza, altre riusciva a ritrovare da chissà quale parte ancora una buona quantità di lacrime.

Estrasse dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto di cotone (lui era ancora della generazione di coloro che non usano quelli di carta, la generazione degli inseparabili, il cui amore dura tutta la vita), si asciugò gli occhi e questo gesto gli aumentò, come sempre, la crisi di pianto.

Per fortuna lì dentro, almeno lì, si poteva piangere senza pudore, anche se oramai era l’unico a farlo: gli altri, parenti e amici, avevano gettato la spugna da tempo.

Entrò un medico: lo conosceva bene, lo conosceva da sette anni, per almeno trecento giorni all’anno e due volte al giorno, più le emergenze era entrato in quella camera a prendersi cura di entrambi.

Lo vide col fazzoletto in mano, gli mise una mano sulla spalla, poi versò alcune gocce misteriose in un bicchiere e gliele porse.

Marzio le mandò giù: sapeva che quello era una sorta di analgesico per l’anima; fra poco gli sarebbe passata la crisi di pianto, poi si sarebbero assopiti insieme lui e il suo dolore.

Quando si fu calmato uscì dalla stanza, andò in fondo al corridoio ed uscì  sul terrazzino ad accendersi una sigaretta; aveva smesso trent’anni prima, ma da tre aveva ripreso.

Fumò mezza sigaretta, poi la spense e ne accese un’altra, la finì e rientrò.

Anche il dottore gli aveva ventilato, anche se non proprio apertamente, la possibilità di staccare il respiratore: eutanasia, dal greco, letteralmente, dolce morte.

Ma Marzio quella eventualità non la voleva neppure sentire dire: sarebbero andati avanti così, fino alla fine di uno, dell’altro o di entrambi.

Certo era dure, sette anni su una sedia, a parlare a un corpo che non rispondeva, a baciare una donna che non ti corrispondeva.

Quando si guardava allo specchio, ed inevitabilmente lo doveva fare per radersi la barba, vedeva ogni volta qualche capello bianco in più e qualche grammo di peso in meno.

Aveva perso una dozzina di chili in quei sette anni: difficile mangiare con quella cosa che premeva fra cuore e gola e minacciava di esplodere: era più che dolore, più che disperazione, era l’ineluttabilità delle cose che non si possono cambiare.

Certo, dopo tanto tempo, qualche volta ci aveva pensato anche lui a dare una morte dolce e soprattutto dignitosa a quella donna che se n’era andata chissà dove e chissà quando; lui avrebbe forse ricominciato a vivere quello che gli restava, ammesso e non concesso che una vita senza Irene fosse ancora vita.

Eppure una volta, durante una delle sue ormai più frequenti crisi, lui le aveva messo una mano sul collo, aveva sentito pulsare l’arteria sotto la pelle sottile e gli sarebbe bastato premere un po’ più forte per liberarla da quel corpo inutile.

Poi, invece, le aveva stretto la mano piccola e diafana nella sua e con l’altra aveva premuto il pulsante del campanello d’emergenza.

Marzio era stanco, di una stanchezza mortale: forse avevano ragione quelli che gli dicevano che era ora che lui pensasse un po’ a se stesso: sette anni senza una vacanza, un cinema, un ristorante, nulla.

Avevano ragione, ma come potevano pensare che tutto ciò fosse più importante della sua Irene?

Allora li cacciava dalla stanza, si chiudeva dentro con lei e si lasciava andare al pianto, fino a che arrivava il dottore col suo miracoloso rimedio antidolore per l’anima.

Ma piano, piano col passare del tempo, anche lui cominciò  a convincersi che, in barba a tutte le leggi e le religioni, la dolce morte era l’unica soluzione.

Il medico si offrì di assisterlo: non ci sarebbero state conseguenze per nessuno dei due: che muoia una persona che oramai è già morta da anni non desta sospetti, non scandalizza nessuno.

Nella stanza erano solo loro, più la cosa nel letto; Marzio piangeva, il dottore gli cinse le spalle: “Lo so che fa male, ma va fatto, per Irene e anche per te che hai diritto di vivere, non di restare a morire piano, piano, con lei in questa stanza”.

La mano dell’uomo si protese verso la spina alla quale erano collegate tutte le macchine: Marzio la fermò “Soffrirà?”.

“Quello è escluso: da tanto, oramai, non soffre più, stia tranquillo” Gli rispose con stanca dolcezza.

No, non se ne fa nulla, se non sente dolore lasciamo tutto com’è: non è un’atrocità lasciarla vivere”:

“Ma…” tentò di dire il medico, poi fece un gesto dall’alto in basso con la mano, come quando si scaccia un insetto o un pensiero cattivo, che era come dire: “è inutile parlare con chi non sente” ed uscì dalla stanza bianca e muta.

No, forse era un egoista, ma Marzio non poteva rinunciare a vederla, toccarla, baciarla anche così com’era: era poco, ma era più di niente.

Forse non parlava, non capiva, certamente non lo avrebbe fatto mai più, ma, per lo meno, era lì ed era viva, biologicamente nessuno poteva negare che lo fosse; il resto era filosofia.

Molti avrebbero giudicato sbagliato ciò che aveva fatto, altri sicuramente avrebbero approvato, ma nessuno poteva dire quale fosse la cosa giusta, non senza trovarsi nella sua situazione.

Era certo che ne sarebbe nata una polemica sui giornali, che se ne sarebbero fatti dibattiti in televisione: tutto questo, però, a lui passava sopra e lontano milioni di miglia.

Irene respirava quasi impercettibilmente, ma regolarmente: non soffriva, quello era l’essenziale, quello era sicuro: quello no, non lo avrebbe tollerato, non sarebbe stato capace di farla soffrire per il proprio egoismo.

La baciò, le carezzò i capelli precocemente ingrigiti e uscì sul terrazzo in fondo al corridoio ad accendersi una sigaretta.

Annunci
 
1 Commento

Pubblicato da su agosto 11, 2011 in Racconti

 

Tag: , , , , , , ,

Una risposta a “LA DOLCE MORTE

  1. lavigna caterina milenma

    ottobre 2, 2013 at 7:24 pm

    Una scelta da rispettare….

     

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: