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UN BUON MOTIVO PER ODIARE I VECCHI

07 Ago

UN BUON MOTIVO PER ODIARE I VECCHI

Ottavio si avviò verso gli spogliatoi riservati al personale dell’ospizio: era stanco, stanco di tutto, stanco del lavoro, stanco di quell’odore stomachevole, odore di vecchiaia, odore di escrementi, di urina, di medicinali e disinfettanti ed odore di morte, di una morte in agguato dietro ad ogni porta.

Faceva un po’ l’infermiere e un po’ l’inserviente in quell’ospizio da… quanti anni? Quindici? Venti? Certamente troppi.

Era disgustato, non ne poteva più.

Si spogliò, si fece una doccia veloce, ma anche il sapone lì dentro emanava quello stesso odore che impregnava tutte le cose, perfino il cibo.

Si sarebbe rilavato a casa sua dove, forse, avrebbe cenato, perché quel cibo che sapeva di ammalati e di vecchi lui non lo voleva e allora mangiava una sola volta al giorno, a casa sua, lontano da quel luogo che odiava, lontano da tutti quei vecchi sdentati, bavosi, lamentosi che odiava allo stesso modo.

Non era un odio senza motivo: di motivi ne aveva a tonnellate, per odiare i vecchi.

Si rivestì, lasciò lo spogliatoio e si avviò all’uscita; salutò con un brontolio sordo la donna all’ingresso: anche lei era vecchia, grassa, ed era impregnata anch’essa di quell’odore che non andava via, mai.

Salì sulla sua automobile che ci mise un bel po’ ad avviarsi: perfino lei era vecchia, anche questa emanava vecchi odori e nessuno di essi era buono, nonostante il deodorante a forma di alberello che danzava sotto lo specchietto retrovisore.

Finalmente giunse a casa, ma non era consolante esservi: ovviamente anche  lei era una casa vecchia, anche se qualcuno preferiva definirla  “d’epoca”.

Erano vecchie le scale, l’ascensore con il sedile pieghevole ricoperto di velluto vecchio, polveroso e strappato.

E poi l’avrebbe accolto il suo appartamento pieno di cose vecchie, di vecchi ricordi che gli facevano solo del male, che puzzavano come tutte le cose vecchie: odore di polvere, di muffa, di fine vita, perché anche le cose muoiono, prima o poi, proprio come le persone.

Come invidiava quelli che abitavano in case nuove con mobili moderni senza ancora l’accumulo di soprammobili, di libri, di cose che attiravano la polvere che sarebbe arrivata col tempo e che sarebbero, comunque, invecchiate anch’esse.

Lo accolse Jack, il suo cane; gli si fece incontro scodinzolando, ma non più come una volta, perché anche lui era vecchio e fra poco…

Per un momento odiò anche lui, ma solo un momento, perché Jack era il suo unico compagno, il solo affetto della sua vita miserabile e allora si accucciò, lo abbracciò al collo e pianse, pensando a quando lo avrebbe perso per sempre; il cane rispose all’abbraccio lambendogli il viso con la lingua.

Come si era ripromesso si fece una doccia, si insaponò, si sciacquò, poi si annusò la pelle degli avambracci e si insaponò una seconda volta.

Dopo essersi rivestito preparò da mangiare prima per Jack e poi per se stesso; nonostante fosse digiuno dalla sera precedente, a parte il caffè con due biscotti preso di corsa al mattino, non aveva molta fame: era troppo il disgusto per il proprio lavoro e per l’ambiente dove si svolgeva.

Nonostante tutto il giorno seguente era di nuovo là, perché comunque c’era l’affitto da pagare e non solo quello: le bollette, il bollo e l’assicurazione della macchina, l’abbonamento alla televisione e mille altre cose.

Solo per divertirsi non spendeva mai nulla: tutto il giorno là dentro a contatto con la vecchiaia, la puzza e le malattie e mai un cinema o un ristorante, mai un’uscita con amici che non aveva, mai nulla di diverso.

Cominciò il suo giro: pannoloni da cambiare, già, perché quelli del turno di notte non lo facevano, lasciavano a lui quel piacere; e poi iniezioni da fare, pillole da somministrare, qualcuno da imboccare e via dicendo.

Il vecchio della stanza dodici aveva passato i novanta: il cervello oramai se n’era andato chissà dove, era come accudire una pianta da vaso, senza neppure il piacere del suo aspetto né, tantomeno, del suo profumo.

Allora questa volta dentro la siringa non mise nulla e gli iniettò quel nulla in vena.

A sera c’era un pannolone in meno da cambiare e nessuno si meravigliò della morte di un vecchio a fine vita: nessun sospetto, nessuna autopsia, solo un pezzo di carta con la firma del direttore sanitario “Causa del decesso: vecchiaia”.

Cosa puoi scrivere quando muore una pianta infestante di novant’anni?

A sera, forse, anche lui, Ottavio, avrebbe avuto addosso un po’ meno puzza.

Lo rifece: non subito, per non destare sospetti, ma lo rifece e questa volta fu un’overdose di insulina a una vecchiaccia diabetica, prepotente ed obesa che tentava sempre di rubare qualcosa di dolce da mangiare.

Anche con lei tutto andò liscio: nessuno si meravigliò, né fece domande o si dispiacque troppo, neppure i suoi parenti, visto che oramai era solo un peso, e che peso, fra l’altro.

Ai primi due seguì un vecchio paralizzato dal collo in giù, incapace anche di parlare e poi, e poi…

Era diventato… come li chiamano? Ah, sì: angeli della morte; ecco, Ottavio era un angelo della morte, uno che sopprimeva chi non aveva più nulla da chiedere o da dare alla vita.

La si poteva chiamare eutanasia, la buona morte, come spiega l’etimologia della parola: in fondo faceva loro un piacere, evitando piaghe da decubito, umiliazioni, dolori da vecchiaia, solo che lui non lo faceva per loro, ma per se stesso.

Ma quando si diventa realmente vecchi? Forse quando ci si accorge di non ricordare più l’ultima volta che si è stati felici.

E lui, Ottavio, non lo ricordava no quando era stato felice l’ultima volta; questo voleva dire che, forse anche lui era vecchio.

Forse era per questo che odiava i vecchi, perché erano lo specchio di quello che lui stava diventando o forse era già, senza essersene accorto, perché non c’è un momento preciso: ad un tratto ci si ritrova vecchi e non si sa quando è avvenuto.

Questo era il vero motivo per cui dava loro la morte, per non vedere nei loro occhi acquosi ciò che non voleva vedere di se stesso: il degrado del fisico e della mente e, soprattutto, degli slanci.

Per l’ennesima volta tornò a casa; Jack gli si fece incontro zoppicando, poi tornò alla sua cuccia e vi si sdraiò con l’aria triste e avvilita: sapeva che il suo padrone si aspettava che giocasse con lui, ma proprio non ce la faceva.

E Ottavio ricordava quindici anni prima, un prato dove Jack, un batuffolo di pelo di pochi mesi, rincorreva, abbaiando, le farfalle.

Prese dall’armadietto del bagno una siringa, si avvicinò all’animale che alzò la testa e lo guardò con quegli occhi tristi, ma pieni d’amore e allora lui non ce la fece: scoppiò in singhiozzi e gettò via la siringa.

Eppure… eppure sarebbe arrivato il momento in cui avrebbe dovuto farlo.

E poi, un giorno avrebbe dovuto farlo a se stesso, prima di aver bisogno del pannolone, prima di non essere più in grado di capire e di poterlo fare, prima di dimenticare del tutto l’ultima volta che era stato felice, forse tre lustri prima su quel prato con Jack che rincorreva le farfalle.

L’avrebbe fatto quando avrebbe visto una volta di troppo in quella serie di occhi presbiti e acquosi i propri occhi.

Ecco perché Ottavio odiava i vecchi: lui e Jack erano un buon motivo.

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Pubblicato da su agosto 7, 2011 in Racconti

 

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