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I BAMBINI CI GUARDANO

01 Ago

I bambini ci guardano.

 

Loris era nato un po’ prematuro e, forse per questo motivo, era rimasto cagionevole di salute.

Ora aveva dieci anni e frequentava la quarta elementare, ma ancora pativa, spesso, di malanni non gravi, ma fastidiosi, quali ripetute influenze, raffreddori e bronchiti che correvano il rischio di degenerare in asma.

Così, da sempre, in primavera la mamma lo portava una decina di giorni al mare per cambiare aria, rispetto a quella mefitica di Milano, visto che, comunque, Loris a scuola era molto bravo e non avrebbe perso molto e recuperato in fretta.

Quell’anno, come detto era il decimo di Loris, l’inverno era stato particolarmente rigido e umido, mentre la primavera avanzata era già piuttosto calda; così la mamma aveva organizzato per fine aprile la breve vacanza al mare, a Laigueglia.

Papà, ovviamente, doveva rimanere a lavorare in città, ma si sentivano per telefono tutti i giorni: per Loris la mamma era importante, ma il padre era il suo mito e il suo modello.

Subito la prima sera in albergo, la direzione aveva organizzato una festa danzante per gli ospiti primaverili, un nutrito gruppo, data la temperatura.

La mamma era, come sempre, molto elegante: portava un vestito nero scollato, con una spilla d’oro a forma di rosa puntata al vertice della V della scollatura.

Era poi ben truccata e pettinata.

Mentre Loris sedeva ad un tavolo con una grande coppa di gelato, la mamma ballava, ballava sempre con lo stesso uomo, un giovane alto e muscoloso che a Loris risultò subito antipatico.

Al quarto ballo il gelato del bambino era quasi completamente sciolto e lui non aveva più voglia di mangiarlo.

Il giorno dopo, approfittando della bella e calda giornata, madre e figlio andarono in spiaggia: la mamma con un costume da bagno intero e il bimbo con un costume a slippino, ma indossando anche una maglietta dei power rangers, poiché c’era un po’ di brezza e lui era delicato.

Altri bambini non ce n’erano, poiché era tempo di scuola, così Loris si fece una piccola pista sulla sabbia e cominciò a giocare da solo con le sue biglie di plastica con inserite le fotografie dei campioni di formula uno: li conosceva tutti uno per uno, perché glieli aveva illustrati il padre, appassionato di automobilismo.

La madre prendeva il sole su una sedia sdraio, sfogliando distrattamente una rivista di moda; dopo un po’ comparve il giovane della sera prima e si sedette su un asciugamano a terra accanto alla donna.

Loris si girò in modo da non perdere di vista la coppia: ridevano, troppo per i suoi gusti: non sopportava la mamma quando faceva così.

A mezzogiorno il giovanotto muscoloso se ne andò e loro tornarono in albergo per il pranzo.

Nel pomeriggio, mentre la mamma riposava, Loris prese dalla borsa i quaderni e cominciò a fare i compiti, ma ripensando alla mattina, era distratto e dovette rifare un paio di volte alcuni esercizi di aritmetica che, in altre occasioni, non avrebbe mai sbagliato.

Quando mamma si svegliò oramai era troppo tardi per tornare in spiaggia, così fecero un giro per i carruggi del paese, a guardare le vetrine dei negozi.

La donna era particolarmente raggiante e sembrava felice: voleva comprare qualcosa di bello per il figlio, ma lui rifiutò: era di malumore e non voleva nulla.

Dopo cena la mamma di Loris si vestì nuovamente elegante e chiese al bambino se se la sentiva di restare solo, perché lei doveva uscire; era una domanda formale, alla quale il bambino non rispose e, del resto la sua risposta sarebbe stata ininfluente.

Quando la mamma uscì, Loris si affacciò, senza farsi vedere, dietro i vetri della finestra: sul lato opposto dell’albergo c’era il solito uomo in attesa.

La donna, nel vederlo, accelerò leggermente il passo e quando lo ebbe raggiunto, gli gettò le braccia al collo e lo baciò.

Loris aveva visto abbastanza: gettò Topolino di nuovo nella sua borsa, dalla quale l’aveva appena preso e si infilò a letto al buio, senza neppure spogliarsi.

Amore, ti sei addormentato vestito! Ora vai a farti una doccia, che poi andiamo in spiaggia” commentò la donna il mattino seguente.

Era rientrata molto tardi, eppure appariva già attiva e pimpante.

Come il giorno precedente, dopo un po’ arrivò mister muscolo.

La donna si alzò, respingendo delicatamente il suo tentativo di baciarla, e si avvicinò al bambino: “Senti, tesoro, tu resta qui a giocare, io vado a fare un giro in moscone; tu non puoi venire, perché in mare c’è troppo umido per te”.

Gli voltò le spalle e salì in moscone col suo cavaliere.

Ritornarono molto tardi; il piccolo attendeva sulla sdraio con le braccia conserte e l’aria triste, ma la madre non se ne accorse.

Oramai la cucina dell’hotel era chiusa, per cui andarono in un bar dove la mamma ordinò toast e coca-cola.

Loris bevve la coca, ma avanzò meta del suo pranzo.

Nuovamente la sera la mamma uscì.

Loris si avvicinò ai vetri, ma poi desistette: aveva già visto e capito abbastanza.

Andò a letto e non sentì la madre rientrare.

La mattina seguente la donna non era, però, così allegra come nei giorni precedenti.

Al tavolo della colazione dell’hotel lei non toccò quasi nulla; poi, senza una parola, preparò la borsa da spiaggia e vi si avviò col bambino per mano.

Solo quando vide arrivare il suo nuovo amico, invitò il piccolo ad andare a giocare un po’ più in là.

Loris si allontanò di un bel po’, costruì la sua pista, vi dispose le biglie di plastica e si sedette a terra, ma facendo in modo da non perdere un movimento della madre.

Quasi subito vide che la donna e il muscoloso non stavano chiacchierando amabilmente, ma discutevano come se litigassero, pur senza alzare la voce.

Ad un certo punto il giovane le voltò le spalle e se ne andò; a questo punto lei si alzò e corse verso la cabina, nella quale si chiuse a chiave.

Anche se Loris non l’aveva visto, aveva però intuito che stava piangendo, allora la seguì, abbandonando le sue biglie che, quasi subito, gli furono rubate da due bambini più piccoli.

In silenzio, senza quasi respirare, attese dietro la porta chiusa che i singhiozzi della madre cessassero, dopo di che bussò discretamente dapprima e poi quasi disperatamente, alla cabina.

Cominciò a singhiozzare: “Mamma, mamma, ti prego, torniamo a casa, ti prego mamma, voglio andare da papà, voglio tornare a casa nostra a Milano”.

La disperazione del bambino era tale e tanta che la donna uscì quasi subito dalla cabina: all’angolo dell’occhio aveva un po’ di rimmel sciolto.

Cercò di calmarlo, adducendo il fatto che lui aveva bisogno di mare e che le giornate erano così belle e calde che era un peccato sprecare il resto della vacanza, ma il bambino non si calmava e, a un certo punto, il suo pianto convulso divenne una crisi respiratoria vera e propria con un accesso irrefrenabile di tosse.

La donna, allarmata, lo aiutò a rivestirsi e lo riportò in albergo.

Nella loro stanza, entrambi in silenzio, prepararono i bagagli; nessuno dei due aveva voglia di pranzare.

La donna aveva capito che il bambino aveva capito tutto: un po’ non glielo perdonava e un po’ non perdonava se stessa.

Nel pomeriggio telefonarono in ufficio al rispettivo marito e padre: sarebbero arrivati a Milano l’indomani mattina verso le undici.

L’uomo garantì loro che avrebbe preso mezza giornata di permesso per andarli a prendere in stazione.

Queste parole rasserenarono un po’ il bambino.

La sera, dopo una breve cena, si ritirarono in camera e andarono a dormire di buonora, per alzarsi presto l’indomani.

Nel chiudere le tapparelle Loris gettò una veloce occhiata in strada: mister muscolo attendeva, invano, sotto un balcone della casa di fronte: il bimbo ebbe un piccolo sorriso di soddisfazione.

In circa tre ore di treno, la mattina seguente, furono a Milano:

Il padre di Loris, come promesso, li attendeva in testa al binario.

Loris lasciò la mano della madre e corse ad abbracciare il suo papà mentre scoppiava in lacrime.

Piccolo, come stai? Sei guarito?” gli domandò il padre.

No, non era tornato dal mare guarito, ma sicuramente ora era più grande.

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Pubblicato da su agosto 1, 2011 in Racconti

 

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