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SENZA VIA D’USCITA

26 Lug

Detto con franchezza, per Ilario non era stata una bella giornata: anzi, non erano state belle né quella settimana, né l’anno appena trascorso, né l’intera sua vita.

Era di malumore e si trovava in uno di quei momenti di crisi esistenziale in cui si domandava cosa ci stava a fare al mondo se poi si sentiva così inutile, frustrato e con molta poca voglia di tirare avanti.

Così alle dieci e trenta di sera decise di uscire nella fredda foschia dell’inizio primavera di quell’anno troppo uguale a tanti altri: aveva bisogno di camminare, perché in casa si sentiva esplodere e veniva colto da un’ansia che lo portava ad urlare, cosa che non voleva fare per non disturbare i vicini, o a farsi del male, ma di questo non aveva il coraggio; riusciva solo a piantarsi le unghie fra i capelli, nel cuoio capelluto e ad urlare in silenzio fino a farsi dolere la mandibola.

Così quella sera uscì a sbollire il proprio malessere o, se non altro, a tirare un orario in cui, per lo meno, gli venisse sonno, così d’addormentarsi appena toccate le lenzuola: almeno quando si dorme non si pensa, per questo lui immaginava la morte come se fosse un lungo sonno senza sogni.

Si avviò privo di una meta, dapprima percorrendo i suoi piccoli itinerari abituali, quelli che lo portavano dal fornaio, al minimarket, in posta, poi allontanandosi, inoltrandosi in strade e vicoli del suo quartiere che raramente aveva avuto modo di percorrere in tutti gli anni che abitava lì, vale a dire praticamente da sempre.

Non c’era in giro nessuno a quell’ora, solo qualche anziano con il cane per l’espletamento dei bisogni dell’animale prima del riposo notturno.

Ad un certo punto si vide venire incontro una delle persone più buffe, e al tempo stesso inquietanti, che avesse mai incontrato.

Era un uomo piccolo e molto magro; i capelli pareva che se li fosse tagliati da sé ed anche male, data la loro irregolarità ed erano di un improbabile colore giallo paglia, probabilmente tinti anch’essi artigianalmente.

Sembrava persino che avesse rubato la parrucca ad uno spaventapasseri e proprio a quello assomigliava, nel complesso.

Giunto quasi alla sua altezza, l’ometto gli sorrise mostrando una bocca con pochi denti ed anche quelli anneriti da fumo, alcool e chissà quali altri vizi o tare genetiche.

L’uomo gli fece una specie d’inchino, al quale lui rispose, per educazione, con un cenno del capo, anche se lo infastidiva salutare, quindi dare anche solo un minimo di confidenza, a quell’essere inquietante e certamente fuori di testa; entrambi tirarono dritto, ma dopo che l’altro lo ebbe sorpassato e gli fu alle spalle, Ilario sentì un colpo ed un dolore lancinanti fra la nuca e la tempia, dopo di ché tutto divenne nero e la notte fu ancora più notte.

Quando riprese i sensi fu colto da tre sensazioni: la prima era il dolore alla nuca, dove era stato colpito con forza, evidentemente, sufficiente solo a stordirlo e non ad ucciderlo; la seconda fu il freddo che lo faceva tremare e appena la vista gli si disappannò almeno un poco, si accorse di avere indosso nient’altro che gli slip.

La terza sensazione sgradevole fu l’impossibilità di muoversi: le mani erano serrate da un paio di manette che scavalcavano una qualche tubazione sul soffitto, mentre le caviglie erano fermate da una reggetta di nylon di quelle autobloccanti, come spesso usa la polizia americana al posto delle manette.

Fortunatamente quella zona del vecchio immobile industriale era stata soppalcata, quindi il soffitto era basso e lui riusciva agevolmente, data anche la sua statura, a poggiare i piedi per terra, altrimenti la sua posizione sarebbe stata ancora più scomoda e dolorosa.

Cosa voleva da lui quel mostriciattolo psicopatico? Perché l’aveva colpito e trascinato in quel luogo? Poteva semplicemente derubarlo, oppure ucciderlo, perché farlo prigioniero?

Fu preso dalla paura, anzi, dal panico; è strano come anche chi non ha più nessun interesse per la vita, in questi casi, quando essa viene messa a rischio, ci si attacchi con tutte le sue forze.

Quando la vista si abituò ancora di più alla semi – oscurità di quello che, ebbe conferma, era un vecchio capannone o magazzino abbandonato, se non altro per la vastità dell’ambiente, vide due cose e la seconda gli fece ghiacciare il sangue nelle vene.

La prima fu il suo carceriere che stava seduto su una vecchia sedia a sdraio da spiaggia a righe multicolori e semi sfondata, sempre con quel suo inquietante sorriso sdentato mentre era intento a pulirsi le lunghe unghie lerce con un piccolo rastrello di quelli da giardinaggio, anzi da balcone, date le dimensioni.

Ma la seconda, la peggiore, era il corpo semi – mummificato che penzolava, con le ginocchia piegate dalla morte pochi metri avanti a lui! Il cadavere gli rivolgeva la schiena e fu meglio così, perché, almeno per il momento, non avrebbe saputo cosa lo aspettava; anche quel poveretto indossava solo un paio di slip che il dimagrimento dovuto alla mummificazione, gli aveva fatto in parte scivolare verso il basso, scoprendo le natiche oramai prive di consistenza: solo le ossa delle anche impedivano la definitiva caduta dell’indumento.

Adesso erano lì appesi in due, due sciagurati probabilmente scelti a caso nella marea delle persone della città, due vittime inconsapevoli di un pazzo furioso, forse un serial killer, tanto più pericoloso per la propria follia.

Non aveva dunque sbagliato a giudicare ciò che gli era parso a prima vista: quell’uomo era uno psicopatico, uno che lo avrebbe ucciso in chissà quali modi e con quali torture, per poi lasciarlo a marcire lì appeso, in attesa di un’altra preda ignara del proprio destino, un’altro sventurato scelto solo perché in quel momento la strada era deserta: probabilmente lui non era solo la seconda vittima e non sarebbe stato neppure l’ultima.

Ora che cominciava a snebbiarglisi del tutto la mente, con l’attenuazione del dolore dovuto al colpo alla testa, si mise ad esaminare razionalmente la situazione, per vedere quali possibilità avesse di liberarsi.

Se almeno il suo folle carceriere se ne fosse andato per un po’, avrebbe avuto più tempo per pensare, per elaborare un piano che gli concedesse una possibilità di salvezza, ma lo spaventapasseri vivente non aveva intenzione di muoversi da lì, anzi ora gli si avvicinava con il suo rastrello in mano.

Tu sei il male – gracchiò all’improvviso con la sua voce da mentecatto – ed io ti libererò, libererò il mondo da te e te dal male”.

Detto ciò, gli si avvicinò ancora di più e cominciò a solcargli le carni con la sua arma improvvisata.

Ilario urlò, l’altro rise: “Grida pure, tanto qui nessuno ti può sentire; ora farò scorrere via il male insieme al tuo sangue, poi  prenderò il tuo cuore marcio e lo brucerò là –  disse accennando col capo ad una vecchia griglia da barbecue accesa dove brillavano carboni incandescenti: era l’unica fonte di calore lì dentro – il fuoco purifica tutto e monderà anche te che anche se sei un demone e dalle fiamme sei nato”.

Evidentemente la sua follia era di quelle che portano all’esaltazione religiosa: le peggiori.

Il suo giustiziere gli si portò, quindi, alle spalle e ancora lo ferì sulla schiena col suo rastrellino.

Ilario urlò, poi perse i sensi: se non altro in questo modo si sarebbe forse evitato di assistere alla propria morte.

Invece, dopo un tempo indefinibile, rinvenne; erano passate la notte e la giornata seguente e ora si faceva nuovamente sera, visto la poca luce che trapelava lì dentro dalle alte finestre polverose poste oltre il soppalco.

Il suo aguzzino adesso era tranquillamente seduto su uno sgabello senza schienale a mangiarsi un panino sbriciolandosi i pantaloni unti e macchiati del sangue di Dio sa quante vittime.

Ilario era debole, ma lucido e, approfittando della pausa pranzo del suo futuro assassino, si mise a pensare.

Alzò gli occhi e vide dove era appeso: era un tubo di rame, quindi non facilmente scalzabile, dato che le sue sezioni erano saldate e non solo infilate una nell’altra; in compenso, però, il tubo passava dentro ad anelli fissati in quello che pareva essere un basso controsoffitto.

Lentamente Ilario si avvicinò, facendo scorrere le manette, all’anello di sostegno del tubo e cominciò a tirare, sollevando nel contempo le gambe affinché il suo peso forzasse sul sostegno.

Piano, piano sentì che l’anello si muoveva, ma in quel momento il pazzo alzò la testa e vide la sua manovra e, mollato il suo panino, si scagliò urlando verso la sua preda, sempre brandendo la sua arma preferita.

Senza esitare, non appena questi gli fu a tiro, Ilario gli mollò un calcio con entrambi i piedi legati colpendolo con forza al basso ventre.

Il folle si accasciò urlando e rotolandosi sul pavimento: Ilario scivolò sul tubo fino a lui e, non appena gli arrivò a tiro, divaricò le ginocchia per quanto possibile e, cercando d’ignorare il dolore che la fascetta gli procurava segandogli le carni delle caviglie, gli imprigionò il collo fra di esse e strinse, strinse fino a sentire dolore alle cosce, ma contemporaneamente avvertiva che il suo avversario perdeva forze, smetteva di colpirlo con quel suo maledetto rastrtellino ai polpacci, fino a che cessò definitivamente di dibattersi.

Quando lo avvertì come un peso morto, afferrò con le dita del piede nudo il rastrello, glielo poggiò sulla gola e poi coi talloni premette con tutte le forze.

Qualcosa di anatomia conosceva e centrò con precisione, quindi, la giugulare; il sangue che ne sgorgò fu però poco, segno che l’uomo era già morto per lo strangolamento o, forse, per la rottura dell’osso del collo.

Ora c’era tutto il tempo per liberarsi; insistette sull’anello, mentre le manette gli facevano sanguinare i polsi, finché questo si sfilò dal soffitto e il tubo si abbatté a terra trascinandovi sia lui che il cadavere dell’altra vittima.

Strisciando lungo la tubazione raggiunse il suo ex carceriere, trascinando nel suo movimento anche il cadavere mummificato e, seppure con disgusto, cominciò a frugargli le tasche in cerca della chiave delle manette: la trovò.

A mani libere, saltellando, arrivò allo sgabello dove c’era un coltello da cucina che era servito all’uomo per prepararsi il panino: con quello tagliò finalmente anche la fascetta che gli serrava le caviglie martoriate.

Era ormai buio fuori, come si vedeva dalle finestre lerce di quel luogo abbandonato, cominciava a fare parecchio freddo e lui era praticamente nudo e non vi era traccia dei suoi vestiti.

Con riluttanza spogliò il folle, ma i suo pantaloni non gli entravano; sfruttò così almeno il maglione, che puzzava di sudore, di sporcizia, di vomito.

Uscì con indosso solo questo, le mutande e a piedi nudi: anche le scarpe del suo ex aguzzino, infatti, gli stavano troppo piccole.

Quello dove era stato segregato era un capannone, forse un magazzino in disuso; c’erano comunque tracce di una vecchia strada e, seguendola, sarebbe arrivato pure da qualche parte e avrebbe incontrato qualcuno.

Aveva freddo, fame e sete, gli dolevano le ferite ed era debole per il sangue perso, che ora si era coagulato formando numerose strisce scure sul suo petto e sul dorso.

A piedi nudi sul terreno gelato, su sassi, foglie e schegge, si avviò lentamente verso la sua speranza di salvezza.

Camminò con lentezza per ore, cercando d’ignorare la stanchezza; avrebbe voluto fermarsi a riposare, ma sapeva che se lo avesse fatto il freddo e la febbre dell’incipiente infezione delle ferite l’avrebbero ucciso.

Cercò di cadenzare il passo, senza spossarsi in un’inutile corsa.

Era ancora buio quando udì i primi rumori di automezzi: una strada!

Risalì la scarpata fra i campi e la strada, scivolò, risalì di nuovo e si aggrappò al guard – rail.

Doveva essere un’autostrada: quale non avrebbe saputo dire.

Senza scavalcare il guard – rail si mise a fare gesti alle auto, ai camion, ma nessuno si fermava davanti a un uomo seminudo, sporco: probabilmente, agli occhi degli automobilisti, un povero folle o un maniaco.

Prima o poi, però, qualcuno avrebbe avvertito la polizia o la stradale della sua presenza; ci sperava con tutte le forze, perché era veramente sfinito.

Dopo non seppe dire quanto tempo sentì in lontananza una sirena: stavano arrivando, allora scavalcò il guard – rail e, sfinito, si sedette a terra con la schiena ferita contro questo.

Ma la sirena non era per lui: nessuno aveva perso tempo a telefonare alla polizia per un mentecatto semi nudo che sembrava salutare le macchine di passaggio; la pantera della polizia inseguiva un camioncino guidato da due trafficanti di droga che erano stati individuati ed erano fuggiti speronando un’altra auto delle forze dell’ordine, ma ora, con una gomma a terra colpita da una pallottola, la fuga dei criminali stava finendo: il vecchio camion zigzagava fuori controllo fra le corsie semi – deserte e l’unica possibilità che rimaneva ai suoi occupanti era fermarsi e fuggire a piedi nella speranza che le tenebre li aiutassero a seminare i loro inseguitori.

Il mezzo degli spacciatori si buttò all’improvviso sulla corsia d’emergenza: non videro neppure l’uomo addormentato seduto a terra appoggiato al guard – rail.

Sentirono solo un sobbalzo quando gli passarono sopra, ma lo attribuirono allo pneumatico esploso e, saltati giù dal mezzo rubato, a piedi si gettarono di corsa nel campi e nella notte.

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1 Commento

Pubblicato da su luglio 26, 2011 in Racconti

 

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Una risposta a “SENZA VIA D’USCITA

  1. albergo radio

    febbraio 3, 2014 at 11:09 pm

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