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IL RINFRESCO

24 Lug

Il rinfresco

 

Appena arrivammo alla casa dei nonni, dopo un breve viaggio di non più di un’ora, mia madre e la zia, che ci attendeva in strada, ripartirono subito per andare a prenotare i gelati in una lussuosa cremeria del centro; al resto del rinfresco avrebbe provveduto, poi, una ditta specializzata.

Mio padre era al lavoro e sarebbe arrivato soltanto nel pomeriggio, in treno; non ricordo come mai mancassero i miei fratelli.

Prima di sera sarebbero arrivati, da un’altra città, anche una coppia di zii, che in realtà erano dei cugini di mia madre.

Il rinfresco, sospettavo ma non osavo chiederlo, sarebbe stato pagato dai miei genitori: non che noi fossimo ricchi, anzi, tutt’altro, ma il resto della famiglia poteva permetterselo ancora di meno.

La cosa m’intristiva: sapevo che era un grosso sacrificio quello, aggiunto anche ad una quota per la cerimonia, ed io volevo a tutti i costi difendere la mia famiglia, anche se avevo solo dodici anni.

Mi faceva soffrire vedere mio padre tirare le ore piccole per fare del lavoro extra affinché non ci mancasse nulla.

Mi lasciarono sul marciapiedi davanti alla casa dei nonni con in mano la borsa contenente i vestiti “buoni” per la cerimonia dell’indomani, e la zia mi consegnò le chiavi di casa insieme ad una dose interminabile di raccomandazioni. Lasciai la borsa nell’ingresso ed immediatamente uscii: non mi piaceva stare solo in quella casa che “sapeva di ragni”: non ne avevo mai visti, ma l’atmosfera era quella; gettai, comunque, una breve occhiata lungo il profondo corridoio. Miseria, fu la prima parola che mi venne in mente, ma anche dignità e compostezza, o forse sono i termini che mi vengono in mente ora, da adulto, ma quelle erano in ogni caso le mie sensazioni di allora.

L’appartamento era vecchio ed enorme: forse ora, ristrutturato da un architetto avrebbe un valore economico notevole, ma allora pareva costruito da un capomastro svogliato e non del tutto sano di mente. In fondo al corridoio c’era uno sgabuzzino il cui ingresso era coperto da una tenda: era il ripostiglio dei miracoli poiché, sicuramente, conteneva più oggetti di quanto fosse la sua capacità, soprattutto un numero impensabile di valige ed alcune paia di sci che non riuscivo proprio ad immaginare a quale componente della famiglia appartenessero.

Un altro miracolo architettonico di quella strana casa era la sala; era sempre immersa nella penombra, vi erano contenuti un divano di velluto damascato che, forse, non era mai stato usato e, nonostante ciò, zoppicava, poi un tavolo altrettanto malfermo e una credenza stracolma di vecchi numeri de “La domenica del corriere” e “Tribuna illustrata”.

Infine, nella vetrina superiore, c’erano servizi di piatti e bicchieri che tintinnavano ad ogni passo.

Mi aspettavo che un giorno sala, divano e credenza sarebbero finiti con un boato nel negozio di mobili sottostante, ma non successe mai, per questo parlo di miracolo.

Non capivo perché ci fosse sempre penombra, visto che la sala aveva una, o forse due grandi porte finestre che davano su un lungo e stretto balcone affacciato sulla strada: ho ancora impressa l’immagine di mia nonna, seduta su una sedia a sdraio di quelle a liste di plastica, che ci aspettava quando sapeva che io e la mamma saremmo arrivati da Milano.

Dalla sala si passava, poi, nella camera di mio cugino che, più che una stanza da letto, era un’alcova dove quasi quotidianamente lui portava delle ragazze, chiudendosi poi dentro a chiave, con mia nonna che cominciava a tempestare l’uscio di pugni gridando, in dialetto, “mandala a casa sua quella svergognata” (il termine esatto era “porcona”), dopo di che, non ottenendo soddisfazione alle sue intimazioni, se ne usciva di casa fino a che i due peccatori non se ne fossero andati.

L’alcova del cugino era colma di cose che m’incuriosivano; c’era un vecchio camino in disuso, coperto da una tendina, dove era conservata una raccolta di riviste sexi (anche qualcosa di più): in realtà vi erano contenute solo foto in bianco e nero di nudi femminili e maschili; la maggior parte erano bollettini di campi naturisti francesi, ma per quel tempo erano il massimo dell’erotismo reperibile.

C’erano poi una serie di oggetti che in buona parte erano stati “prelevati” da casa nostra, come la sciabola da ufficiale di mio padre, poi misteriosamente sparita in un periodo di crisi economica del cugino peccatore, e un grosso ragno di ferro appeso al muro sopra il camino, che era un regalo che mio padre aveva fatto a mia madre nei primi tempi del loro matrimonio.

In fondo al corridoio, sulla sinistra, c’era la camera matrimoniale dei nonni; in realtà ci dormiva solo il nonno, poiché la nonna, per non essere molestata e indotta in peccato, non appena mio nonno fu in pensione si trasferì nella camera di fronte, insieme alla zia, che era anche la figlia maggiore.

Qui, oltre al grande letto e al guardaroba, c’erano due bauli, uno dei quali conteneva i vecchi fucili da caccia di mio nonno che io ero stato dissuaso dal toccare terrorizzandomi con una storia, che non ho mai scoperto se fosse vera, di un colpo partito accidentalmente, non ricordo se al nonno o al cugino, che andò ad aprire un vasto buco nel muro dove fino a pochi secondi prima c’era la schiena di mia zia, che si era chinata proprio in coincidenza con lo sparo per raccogliere un asciugamani provvidenzialmente cadutole di mano.

Nella casa viveva anche uno zio, fratello della mamma che, però, non aveva una camera sua, poiché, facendo il guardiano notturno in un garage, dormiva nell’officina su di una sedia a sdraio della quale oramai aveva preso la forma, anche se il papà e lo zio – cugino lo prendevano in giro dicendo che la curvatura della sua schiena era dovuta alle bretelle troppo tirate. Infine, almeno credo non vi fossero altre stanze oltre a quella della zia, e della nonna, vi era il grande cucinone.

Di tutte le stanze questa era la più singolare, non fosse stato per il fatto che c’era una macchina per il gas, ma non un lavello per cui, per lavare i piatti, era necessario adoperare quello del bagno, locale che altro non era che uno stretto budello con, oltre al lavandino, soltanto un water.

Lavello mancante a parte, la cucina era la stanza più accogliente della casa: era ampia, bene illuminata da due grandi finestre che davano sulla corte comune ad altre vecchie case, nella quale sarebbe stato allestito il rinfresco su tavoli a cavalletto ottenuti da vecchie porte ricoperte dalle tovaglie di pizzo del corredo della zia.

Oltre al gas, nella cucina, c’erano un grande tavolo massiccio, una vecchia stufa a legna con la quale riuscivo a scottarmi ogni volta e un’enorme radio con l’altoparlante ricoperto di paglia di Vienna, sul cui davanti, al posto delle frequenze, spiccavano i nomi di numerose città europee, la maggior parte delle quali non conoscevo affatto, come ad esempio Capodistria. La sera, se si cercava di accenderla, si udiva solo una cacofonia di voci e di scariche, sulle quali emergeva un baritonale speaker che parlava una lingua strana: forse era proprio quello di Capodistria.

Infine, a parte la credenza con le immancabili Domeniche del Corriere, c’era un divano letto che di solito era destinato a me quando venivo lasciato a casa dei nonni o, le rare volte in cui era a casa, allo zio garagista.

Miseria, tristezza, ma anche dignità, anche se si dovevano lavare i piatti in gabinetto.

Tutti questi pensieri mi si accalcarono in pochi istanti, poi, come detto, uscii. C’era solo una rampa di scale per la corte. Al piano di sopra c’erano altri due appartamenti abitati da vecchie sempre vestite di lana nera, le amiche della nonna e, ancora più sopra, un enorme solaio che mi affascinava e impauriva.

Dentro c’erano anche due vecchie moto, oramai in disarmo, appartenute a mio nonno, una Guzzi 500 ed una Norton: ora un collezionista farebbe follie per averle; strano che mio cugino non avesse mai pensato a monetizzarle.

C’erano anche un ammasso di vecchie masserizie che, per lo più, servivano a ricavarne legna per la stufa.

Una volta, circa tre anni prima, stavo accompagnando lo zio in quella giungla inesplorata a prendere pezzi di mobili da bruciare, quando, a mezza scala, ci sfrecciò fra i piedi il topo più grosso che avessi mai visto; lo zio fu lesto a bloccargli la coda con un piede, mentre io, tempo un secondo, mi ero già precipitato a rifugiarmi in casa con il cuore che mi batteva a mille, mentre lo zio mi gridava di portargli un bastone per ammazzare il ratto: “Fossi matto, pensai, io lassù non ci tornerò mai più!”.

Uscii, quindi, ma fuori casa non c’era molto da fare: vi era solo un lungo stradone senza alberi, senza negozi, solo traffico, due fabbriche e desolazione.

Bighellonai un po’ avanti e indietro sul marciapiedi, senza allontanarmi troppo, visto che avevo io le chiavi di casa; lessi perfino il nome di tutte le fermate dell’autobus che passava proprio sotto casa.

Poi, quando fui stanco, rientrai. La casa era ancora più in penombra, la cucina addirittura buia.

Entrai e mi parve di scorgere alla mia sinistra una brace: io e lo zio urlammo all’unisono, poiché nessuno si aspettava di vedere l’altro; passi per lui che si era addormentato, con la sigaretta accesa, sul MIO divano ed era anche sordo come una campana, ma io avrei dovuto sentirlo, visto che russava come un buldozzer ingolfato e che l’odore dei suoi piedi era percepibile a distanze inimmaginabili.

Quella sera io avrei dormito lì, sul divano, che a casa nostra era conosciuto con l’esotico nome di “ottomana”, mentre la mamma e il papà sarebbero andati in albergo con gli zii-cugini e con un altro fratello di mamma che era arrivato dalla Francia per l’occasione.

La mattina seguente, di buon ora arrivarono tutti a casa: mi fecero indossare camicia, cravatta, ed un gilè di lana color paglierino, lo stesso colore della vecchia giardinetta della mamma.

Fui pettinato davanti al lavandino ancora colmo di piatti in attesa di un volontario che si occupasse di loro, e ci recammo tutti in strada ad aspettare la macchina da cerimonia.

Mentre mi faceva il nodo alla cravatta, alla mamma scappò una lacrima, lei si commuoveva con dignità e compostezza: alzò gli occhiali da sole che portava sempre per una facile irritabilità degli occhi, e la asciugò con un angolo del piccolo fazzolettino ricamato.

Mentre ci avviavamo alla porta, io tenuto per mano, ma un po’ più indietro di lei, cominciai a piangere, in silenzio, con dignità (e compostezza).

Se ne accorse solo mio padre che mi condusse per un braccio nella sala tintinnante: “Che fai, mi disse, guai se ti commuovi anche tu! Dai, pensa che dopo c’è il rinfresco; c’è anche il gelato che ti piace tanto.” era incredibile come, anche se parlava sottovoce, ogni parola fosse perfettamente chiara e comprensibile.

Scendemmo tutti in strada; alcuni erano già lì da tempo, parenti mai visti e vicini di casa dei nonni, ma non molti: eravamo una trentina in tutto e, finalmente vedemmo arrivare la lucente Mercedes da in fondo allo stradone.

Papà, lo zio – cugino ed un altro paio di uomini sconosciuti si misero ai lati dall’auto afferrando i cordoni dorati.

La zia aveva cominciato a singhiozzare, abbracciata allo zio, subito dietro alla cassa che conteneva mia nonna.

Il nonno era stato mandato in campagna: troppo vecchio per quell’emozione. Io non piangevo più, ma ero profondamente (dignitosamente e compostamente) triste: però non mi piaceva la storia di fare un rinfresco per un funerale.

Decisi che non avrei mangiato nulla, nemmeno il gelato: era il mio omaggio, composto e dignitoso alla memoria di mia nonna. La mamma asciugò un’altra lacrima mentre mi stringeva forte la mano.

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Pubblicato da su luglio 24, 2011 in Racconti

 

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