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FORSE

15 Lug

FORSE…

 

Devo confessare che non sempre riesco ad essere completamente lucido, al punto di ricordare le cose e…

Però una cosa la ricordo lucidamente: il giorno che sono morto, forse…

Era una domenica di luglio, il dieci, per la precisione, molto calda: faceva proprio un tipico caldo estivo.

In quel periodo l’attenzione di tutti era concentrata sui campionati mondiali di calcio: proprio quella domenica si doveva disputare una partita importante, vale a dire Germania – Bulgaria.

Era una tarda mattina svogliata, di quelle in cui si attende solo l’ora di pranzo senza sapere cosa fare; allora accesi il computer e caricai un gioco di biliardo.

Sullo schermo cominciarono a girare tutte quelle palline colorate, fino a che anch’io fui una di loro. La stanza cominciò d’improvviso a girarmi attorno.

L’ho già detto che quello fu il giorno della mia morte, o avrebbe potuto esserlo, forse? Sì, credo di averlo già detto, ma ripeto: non sono molto lucido e non sempre ricordo tutto.

D’altronde, se sono veramente morto, credo di essere anche giustificabile.

Le mie cognizioni di medicina mi fecero pensare ad un abbassamento di pressione, che a volte succede con il caldo: è una questione strana, legata al mantenimento della temperatura corporea, forse.

Barcollando andai in cucina a bermi un caffé che, sicuramente avrebbe messo a posto le cose.

Feci il breve tratto fra la sala e il tinello con le stesse sensazioni che avevo provato vent’anni prima sulla nave da crociera quando, col mare forza sei, si percorrevano i corridoi delle cabine sbattendo da una parte all’altra.

Non me la sentivo di scaldare il caffé, così lo bevvi freddo e molto dolce; ora passa tutto, pensai, ma la situazione peggiorava e basta.

Così ne bevvi un secondo, ma la situazione non migliorava: anzi… Scesi allora dai miei vicini che possedevano uno sfigmomanometro ( si chiama così l’apparecchio per la misura della pressione? Forse).

Non avevo la pressione bassa ma, al contrario, questa era molto alta: effetto dei due caffé freddi?

Forse.

Da quel momento non feci che stare sempre peggio: cominciai anche a vomitare, mentre vedevo ogni cosa girarmi intorno, tanto che i miei vicini, spaventati, chiamarono il soccorso medico d’urgenza; questo, a sua volta, mi scaricò a un’ambulanza.

Io non volevo andare in ospedale: avevo sempre detto che avrei voluto morire in casa mia, ma non ero in grado di protestare più di tanto.

Da quel momento tutto è diventato ancora più confuso; può darsi che io abbia avuto qualche danno al cervello che mi ha tolto la lucidità e la capacità di discernere ciò che è vero da ciò che è sogno, o incubo, forse. Ricordo bene che, caricato sull’autolettiga, vidi allontanarsi le mura di casa ed ebbi la ferma convinzione che non vi sarei più tornato.

In ospedale mi pareva di essere Pinocchio al cospetto dei dottori: prima venne un cardiologo che mi fece un elettrocardiogramma e poi scosse il capo, poi un neurologo che mi puntava di continuo luci accecanti nelle pupille e scuoteva anche lui la testa, quindi un’infermiera, isterica perché si era punta con una siringa usata lasciata abbandonata ed aperta, mi prelevò alcuni litri di sangue, forse.

E tutti, poi, scuotevano la testa; mi aspettavo solo che di lì a poco arrivassero i quattro corvi neri con le candele e la bara e la fata Turchina a dirmi: “Vedi Pinocchio cosa succede…?”.

In una stanza vicina qualcuno, probabilmente un medico di turno arrabbiato per il fatto di essere di turno, forse, ascoltava alla radio ad alto volume la partita fra bulgari e tedeschi, fino a che l’infermiera isterica gli urlò di abbassare: abbassò, ma sentii lo stesso che i favoriti tedeschi stavano inaspettatamente perdendo, forse.

Credo che rimasi lì, al pronto soccorso dell’ospedale, fino a sera, fra un via vai di medici che scuotevano la testa in modo enigmatico; toccò ancora all’otorino, all’internista, pesino a una psichiatra che mi chiese se facevo uso di droghe pesanti.

Il tutto, visto da una prospettiva curiosa, sempre sdraiato a guardare i neon sul soffitto, solo che questi si spostavano da sinistra a destra, come se io fossi dentro un apparecchio perla TACche mi girava intorno. E allora mi veniva il vomito, che passava solo quando chiudevo gli occhi.

Ecco,la Bulgaria aveva segnato ancora, forse.

L’infermiera nervosa mi fece un’iniezione e, poi, m’intimò di non chiudere gli occhi e di non vomitare per terra, perché erano sotto personale; come farle capire che le due cose erano incompatibili? Dopo un po’, però, l’iniezione fece effetto e, se non altro, mi passò un poco almeno la nausea, forse.

O forse è quello il momento in cui sono morto; sentivo, nonostante i trenta e più gradi, un gran freddo, tanto che, mi sembra di ricordare, chiesi una coperta.

Forse qualcuno venne a prendermi e mi accompagnò a casa quando era ormai sera ela Germaniaaveva perso ed era fuori dal mondiale.

Ecco, da quel giorno tutta la mia vita è stata un susseguirsi di fatti negativi: la fine di un grande amore, difficoltà col lavoro, problemi economici, ma non sono mai riuscito a capire se tutto fosse reale o se, dopo morti, si continua a sognare e ogni cosa negativa che mi capitava non fosse veramente reale, ma solo un brutto sogno dal quale, però, non mi sarei mai più risvegliato, visto che ero morto, forse.

Anche ora non so se sto realmente scrivendo questa storia o se me la sto immaginando mentre, sdraiato in una bara, con indosso l’abito “buono” e le mani incrociate sul petto, attendo che mi infilino per sempre in una buca umida. Non mi sento molto lucido, ma credo sia normale per un morto, perché se così non fosse, avrei vissuto, da quel giorno, oltre dieci anni d’inferno e, allora, mi sarebbe veramente convenuto morire in quella domenica di luglio, mentre la Germania

crollava davanti ai Bulgari.

Forse…

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Pubblicato da su luglio 15, 2011 in Racconti

 

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