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DI NOTTE

13 Lug

Di notte

Carlo ha quarant’anni, Carlo è un uomo piacente, ha successo con le donne e ama tenersi in forma; Carlo ama fare sport, non agonistico, ma tanto sport come divertimento e come modo di stare solo a pensare o, a volte invece, per stare in compagnia.

Carlo ama fare jogging, gioca a tennis, nuota, va in barca a vela, fa pesca subacquea, non disdegna una partita a biliardo o a ping-pong, purché la sala non sia una di quelle specie di fumerie d’oppio della periferia, dove tavolo da biliardo e da ping-pong hanno sempre i bordi macchiati da centinaia di bruciature di sigarette appoggiate e dimenticate a consumarsi mentre lentamente avvelenano l’aria.

Sì, perché Carlo è anche molto attento, oltre che al suo aspetto, anche alla sua salute: lui non beve, non fuma, evita i grassi animali nel cibo e il suo livello di colesterolo è assolutamente al di sotto della zona a rischio.

Una notte Carlo cominciò ad agitarsi nel letto: un dolore acuto gli feriva il fianco sinistro, estendendosi al rene e a parte del dorso; per tutta la notte si rigirò nel letto, sognando di battaglie medievali dove un cavaliere nero gli conficcava una enorme spada a doppio taglio nel fianco: “Una volta e due la spada nelle reni egli gl’infisse…”, questa frase del Carducci gli riecheggiò, tormentandolo tutta la notte.

Al risveglio il suo lenzuolo era arrotolato come quello di un carcerato in procinto di evadere. Si sentiva la bocca amara e la testa pesante, ma del dolore al fianco nessuna traccia. Provò a piegarsi di lato, poi a ruotare il busto, quindi a darsi colpetti sul rene (il suo medico, nonché amico di vecchia data, gli aveva detto che quella prova empirica per individuare eventuali calcoli renali, si chiamava “gesto di Giordano” e avevano riso insieme sul fatto che potesse essere un gestaccio fatto dall’ex calciatore in occasione di una sostituzione), ma il dolore non sembrava mai essere esistito: era certamente la conseguenza del sogno cruento.

Si recò in bagno ed orinò senza problemi; poi si specchiò: aveva due profonde occhiaie scure dovute al cattivo sonno, ma per il resto era perfettamente normale.

Nelle notti seguenti tutto andò liscio, non si rivide più nei panni del povero lucchese inseguito da Tigrin della Sassetta, “faccia ed anima cattiva”.

Trascorse una settimana con le solite attività: il lavoro, il settimanale viaggio per contattare i clienti dell’azienda dalla quale dipendeva, un po’ di tennis col suo amico Luca, qualche vasca in piscina.

Poi una notte sognò un terribile incidente d’auto, con la vettura rovesciata in un fosso e la portiera contorta che gli si era conficcata nel fianco procurandogli dolori lancinanti. Al mattino era tutto scomparso: dolori e lamiere conficcate nel suo corpo.

Allo specchio si vide stanco: naturale dopo una notte così agitata, e notò alcuni fili grigi nelle basette; beh! prima o poi, a quarant’anni, è una cosa che ti devi aspettare.

Questa volta successe dopo tre soli giorni: sempre sogni di ferite terribili e sempre al solito fianco.

Al mattino stava bene, la sua forma fisica era quella di sempre, snello, atletico: comunque consultò l’amico medico.

Dopo una visita accurata, con relativo gesto di Giordano e dita che gli si conficcavano in ogni organo, dal colon, al fegato, allo stomaco, l’amico dottore concluse che aveva bisogno di riposo: c’era un po’ d’aria nell’intestino, ma per quella sarebbero bastati dei fermenti lattici.

Devi dormire di più”, gli suggerì: “Bella scoperta, pensò Carlo, se non avessi questi incubi in cui mi sembra di stare male, certo che dormirei di più!”.

Ci furono alcuni giorni di tregua, poi una notte il dolore lo svegliò; si trascinò in bagno e diede di stomaco, ma al mattino seguente stava bene.

Gli spiacque per l’amico, ma stavolta consultò un altro medico: consuete palpazioni e questo gli consigliò di cambiare il materasso che, probabilmente lo costringeva ad una posizione innaturale che gli dava spasmi muscolari.

Se ne andò felice ad acquistare un materasso ortopedico e, per diversi giorni dormì come un sasso; l’unica cosa era che al mattino aveva sempre la bocca amara e le sue occhiaie erano sempre più fonde e scure. “Devo recuperare le notti perse”, si disse.

Dopo un paio di settimane gli successe di passare due notti in bianco, pur senza accusare dolori o altri disturbi, così si fece prescrivere un blando sonnifero.

La medicina fece effetto, poiché si addormentò come un sasso, ma ebbe una notte terribile: gli parve che draghi enormi lo divorassero vivo, ma il sedativo gli impedì di svegliarsi.

Al mattino, come sempre, non aveva alcun dolore, ma sul cuscino c’erano alcune macchie di sangue.

Stavolta si spaventò sul serio e si recò direttamente in ospedale per fare una serie di esami e di radiografie, dai quali non emerse nulla di preoccupante.

Rinfrancato, tornò a casa a fare un bagno per togliersi di dosso l’odore del disinfettante che ti si appiccica non appena entri in un ospedale.

Si spogliò completamente e, mentre attendeva che la vasca si riempisse, si specchiò nudo: non si era accorto prima di quel momento di quanto peso avesse perso, ma era sicuramente la conseguenza delle notti passate insonni.

Tornò, per sicurezza, dal suo amico medico; questi stava parlando al telefono, ma, appena Carlo entrò, riappese frettolosamente, troppo frettolosamente.

Discussero della sua situazione e conclusero che forse era uno di quegli “aggiustamenti” del fisico che arrivano dopo i fatidici quaranta: non proprio ancora un’andropausa, ma un po’ di decadimento fisico, con digestione più lenta e difficoltosa. “Ho appena parlato coi colleghi dell’ospedale, gli disse l’amico, hanno riesaminato analisi e radiografie: stai tranquillo, non hai nulla”.

Carlo uscì confortato, mentre il dottore si passò una mano fra i capelli con un sospiro.

Questa volta i dolori notturni non si fecero attendere: una notte terribile e poi, il giorno dopo, tutto normale.

Incubi, incubi ricorrenti, si convinse Carlo.

Da quel momento stare male fu una regola fissa di ogni sua notte, anche se poi, di giorno, correva, giocava a tennis, viaggiava per lavoro.

Dopo un mese aveva perduto circa dodici chili e le sue basette erano completamente ingrigite. Non parliamo delle occhiaie, che sembravano quelle di un reduce da un incontro per il titolo mondiale dei pesi massimi: quelle, ovviamente, dello sconfitto.

Passò ancora un mese di quella vita, col consueto rituale: visite, analisi, rassicurazioni.

Il suo peso calò ancora e sembrava che i chili persi venissero tutti dal sotto dei suoi occhi.

Poi vi fu quella notte tremenda in cui dovette andare in bagno e, seduto sulla tazza, la vide riempirsi di un fiotto di sangue che sembrava non finire più. Tentò di riconquistare il letto: se ci fosse arrivato, al mattino sarebbe poi stato bene. Si alzò, ma stramazzò a terra. Si riebbe dopo alcuni minuti, ma non riuscì a rialzarsi. A fatica si trascinò al telefono e chiamò l’ambulanza.

Il giorno seguente venne a trovarlo in ospedale il suo amico medico: Carlo giaceva sotto il lenzuolo come se il suo corpo avesse lo spessore di quello del gatto Silvestro quando finisce sotto lo schiacciasassi. Le cavità sotto gli occhi erano due caverne di un blu malato.

Aveva due cannucce nelle narici, la flebo infilata nel braccio ed era collegato a complessi macchinari che emettevano un lento, monotono, “bip, bip, bip…” L’amico si volse verso il dottore dell’ospedale che lo trascinò in corridoio, dove parlarono fitto e sottovoce per alcuni minuti.

Che cosa ti ha detto il primario? Non è nulla, vero, io di giorno sto bene, sto bene, credimi è solo di notte che ho quei dannati incubi e mi sembra di stare male. Sai cosa credo che sia? Un poco di esaurimento, ecco, cos’è e perché ho perso tutti quei chili. E’ così, è vero?”.

Già, forse è proprio esaurimento e non l’avevamo capito, ma ora stai tranquillo e riposa”, concluse l’amico.

Poi l’amico dottore uscì dalla camera, chiuse la porta, e iniziò a piangere.

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Pubblicato da su luglio 13, 2011 in Racconti

 

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