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L’UOMO NEL GRANO

12 Lug

L’UOMO NEL GRANO

L’uomo entrò nel campo di grano che era ancora notte, una notte limpida, illuminata dalla luna piena; le spighe, oramai quasi mature, gli graffiarono, solleticandogliele, le caviglie e i polpacci.

Guardò il cielo e gli parve che le stelle fossero diventate improvvisamente delle enormi stelle filanti, proprio come le aveva raffigurate lui nei suoi quadri: Dio mio, la sua mente vacillava di nuovo, come troppo spesso gli succedeva negli ultimi tempi.

Ebbe, a questo pensiero, un tuffo al cuore che gli procurò una pulsazione del sangue al cervello e una fitta all’orecchio mutilato.

S’inginocchiò in mezzo alle spighe e pianse, pianse su quello che era stata la sua vita e su come questa era peggiorata negli ultimi mesi.

Non aveva un amore, non aveva affetti, solo la sua pittura, ma anche qui non era riuscito a farsi apprezzare come avrebbe voluto e come pensava di meritare.

D’altra parte lui dipingeva sempre solo per se stesso, soprattutto, per esprimere quello che aveva dentro, quello che non sapeva dire con le parole; d’altra parte aveva poca istruzione e ancor meno era portato alla comunicatività.

Lui non sapeva manifestare i suoi sentimenti se non con i suoi quadri.

Ma anche in questi non era mai riuscito a parlare d’amore: lui preferiva raccontare le storie della natura, ciò che lo emozionava: raccontava i fiori, gli iris, i girasoli, i narcisi, i mandorli in fiore e poi urlava la sua disperazione con i colori, col giallo, il rosso, l’azzurro.

Alzò nuovamente il capo e le stelle filanti erano milioni, mormoravano piccole risate e sussurri: forse stavano sparlando di lui e anch’esse dicevano che era pazzo.

Per lui, che aveva dipinto i più diseredati: la ronda dei carcerati, il dormitorio del manicomio, i mangiatori di patate, nessuno ora aveva pietà.

Le stelle tramontarono e spuntò il sole.

Fra le spighe si alzò un volo di corvi, neri come presagi, disturbati dalla sua presenza.

Da poco tempo anche il suo miglior amico se n’era andato, spaventato dalla sua follia.

Lui non gli avrebbe mai fatto male, d’altra parte aveva solo lui e il proprio fratello, ma Paul aveva pensato che lo volesse accoltellare ed era fuggito in piena notte dalla loro grande casa gialla di Arles, quella dove aveva riposto tanti progetti e che avrebbe voluto far diventare un grande centro di ritrovo per gli artisti del sud, e non era più tornato.

E’ vero che aveva un brutto carattere, ma non era un uomo violento.

Allora con quel coltello ci si era tagliato un orecchio: d’atra parte era quello che gli veniva meno bene negli autoritratti.

Lui era un escluso, e come tale si poneva degli interrogativi sul significato dell’esistenza stessa.

La sua follia incombente velava anche la qualità della sua arte: oramai neppure suo fratello, che pure era mercante d’arte, credeva in lui: eppure era stato l’unico che aveva acquistato un suo quadro.

Così ora era veramente solo, solo con la sua follia, coi soli suoi oggetti a fargli compagnia e da modelli, aveva ritratto la propria sedia, vuota, come la sua vita senza affetti ed anche questa era un simbolo, rappresentava la mancanza di presenze umane nella sua casa e nella sua vita.

Forse, se fosse stato diverso, avrebbe trovato conforto nella fede, ma per lui le chiese erano solo una bella veduta da mettere sulla tela: dentro non c’era più stato da quando aveva lasciato il seminario.

Non gli piaceva più, oramai, quello che riusciva a rappresentare e gli pareva che Paul fosse immensamente più bravo di lui; se non altro aveva viaggiato, aveva visto nuovi mondi, conosciuto altri popoli, dipinto altri paesaggi.

Tutte le persone della sua vita se n’erano andate senza lasciare traccia e lui era rimasto solo, definitivamente solo con la sua disperazione e la sua pazzia incombente.

I corvi gracchiarono nel cielo: ora il loro sarcastico commento aveva sostituito quello delle stelle filanti.

In fondo lui non aveva mai chiesto né avuto molto: la sua arte era tutto, ma questa da sola non riempie il cuore di calore quanto un amore o un’amicizia.

Si guardò intorno e si accorse improvvisamente che la sua pittura era ben poca cosa, rispetto alla natura, che non sarebbe mai riuscito a riprodurre tutti quei colori: per quanti ne mettesse sulla tavolozza, non erano mai abbastanza.

S’alzò una fresca brezza a mitigare il calore del sole già alto: le spighe e i fiori ebbero un fremito di freddo.

Per l’ultima volta Vincent ripensò ad Harlem e carezzò le spighe di grano; poi estrasse la rivoltella e se l’appoggiò alla tempia.

I corvi, che oramai si erano abituati alla sua presenza e stavano beccando le spighe, si alzarono in volo al rumore dello sparo.

Vincent piegò per sempre il capo, come uno dei suoi girasole al tramonto.

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Pubblicato da su luglio 12, 2011 in Racconti

 

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