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PIU’ PIANGEVO, PIU’ MI PICCHIAVA

11 Lug

PIÙ PIANGEVO, PIÙ MI PICCHIAVA

 

Devo dire, anzitutto, che da piccolo ero un bambino un po’ particolare: ero molto timido, un po’ chiuso, avevo un sacco di fobie e mi spaventavo per nulla.

E piangevo, piangevo qualsiasi motivo: bastava guardarmi, dirmi una parola fuori posto, e non vi dico, poi, se litigavo coi miei compagni o se venivo punito in casa!

Per un certo periodo della mia fanciullezza, diciamo dai dieci ai tredici anni, quando ho capito il significato di certe parole, ho anche temuto di non essere “normale”; i compagni mi chiamavano checca per il fatto di tutte le mie paure e fisime, per il fatto che piangevo spesso: mi chiamavano checca, allora io piangevo ed essi ribadivano i loro insulti.

A furia di dirmelo, quasi ci credevo anch’io.

Poi, verso i quattordici anni, ho scoperto due cose: la prima era che mi piacevano le ragazze, quindi non ero una checca, la seconda che avevo solo una sensibilità fuori del comune.

Qualcuno, parlo degli psicologi scolastici che mi avevano in cura, sosteneva che questo era dovuto a un’intelligenza per certi versi eccezionale, altri sostenevano che la causa era mio padre e il mio rapporto con lui.

Ovviamente ci fu anche una psicologa che mi chiese se non ero per caso omosessuale…

Io credo che la motivazione fosse, come sempre, una via di mezzo (solo fra le prime due ipotesi, ovviamente).

E così ora devo parlare di mio padre e di quelli che erano i nostri rapporti.

Lui faceva il carrozziere; era un uomo del sud, nato e cresciuto fra i campi e trasferitosi a Milano per migliorare la sua condizione economica, visto che per lui contavano solamente i soldi.

Arrivò qua, a Milano, con la mamma e dopo un paio d’anni nacqui io e, dopo altri tre, la mia sorellina.

Mio padre non mi ha fatto mai una carezza, non mi ha mai detto una parola buona, né avuto una gentilezza verso di me.

Lui si riteneva un duro e non accettava l’idea di avere un figlio ipersensibile, non sospettando di essere in buona parte la causa della mia situazione caratteriale.

Ovviamente, da lui non ho mai ricevuto un regalo: né a Natale, né a compleanni ed onomastici.

Per fortuna che c’era la mamma che mi faceva da madre e da padre e mi dava l’amore e l’attenzione per entrambi.

Povera donna: lei aveva fatto si e no la terza elementare, per cui faceva ciò che poteva, ma agiva col cuore, e col cuore difficilmente si sbaglia.

Quando avevo quattro, cinque anni, andai per un po’ all’asilo, ma là non facevo che piangere, per cui la mamma mi tenne a casa quasi subito.

Mentre lei sbrigava le faccende domestiche e preparava il pranzo o la cena, io mi facevo autentiche scorpacciate di cartoni animati davanti alla televisione: erano gli unici momenti in cui ridevo.

Ma poi si avvicinava l’ora terribile in cui arrivava a casa “lui” dall’officina e allora smettevo di ridere e cominciavo ad avere paura.

Come rientrava, la prima cosa che faceva era cambiare canale, qualsiasi cosa ci fosse dall’altra parte, mentre stavo vedendo i miei amati cartoni animati; allora io mi mettevo a piangere, ma questo lui non lo sopportava e allora mi picchiava e più io piangevo, più lui mi picchiava.

Diceva a mia madre: ”Oh, ma questo tuo figlio piange sempre? Non sarà mica un poco checca?” (e dalli!…).

Quando fui un po’ più grande, dopo i dieci anni, cominciò a portarmi in carrozzeria con lui a lavorare, perché sosteneva che oramai avevo l’età per farlo.

Potete immaginare cosa voleva dire per me stare mezza giornata con quell’uomo che mi faceva paura, che non mi amava e che, ma sì, lo devo dire, avevo imparato ad odiare.

Odiavo lui e tutta la sua razza.

Io mi consideravo milanese e odiavo tutti quelli del sud, perché pensavo che fossero tutti come lui: violenti ed insensibili.

Tutti tranne, ovviamente, mia mamma.

Un giorno, in carrozzeria, lui mi ordinò (lui non chiedeva: lui dava ordini) di aprire la bombola per la saldature, ma poco; io non sapevo quale fosse per lui il concetto di “poco”, per cui agii di mia iniziativa.

Non appena mio padre accese il fiammifero, ci fu una vampata che gli strinò i peli delle braccia, e questo unicamente perché le aveva portate velocemente a protezione del viso; a questo punto lui, con calma, si sfilò la cinghia dai pantaloni, la piegò in due e cominciò a picchiarmi.

Io iniziai subito a piangere, e lui picchiò più forte: non so quante me ne diede, ma so che, ad un certo punto, persi i sensi.

Quando mi riebbi, lui stava lavorando; a fatica mi alzai, sempre piangendo, ma senza farmene accorgere, per paura che ricominciasse a darmele, e andai in bagno.

Qui mi tolsi la maglietta: avevo la schiena che sanguinava ed ancora oggi porto le cicatrici di quella volta e della sua ottusa violenza.

Da quel giorno qualcosa cambiò in me: trovai il coraggio di rifiutarmi di andare con lui a lavorare e, se cercava di picchiarmi, scappavo: scappavo ovunque, in bagno, in strada e non ricomparivo per ore, finché lui non fosse andato a dormire o a lavorare.

Da quel momento furono rare le occasioni in cui riuscì a mettermi ancora le mani addosso (però un giorno mi prese alla sprovvista e, al posto della cinghia, usò i pugni: il risultato fu un occhio nero, un labbro spaccato e un dente spezzato; ovviamente piansi e lui mi picchiò più forte).

Dopo i quattordici anni, però, non mi picchiò più e non perché non voleva farlo, ma perché ero diventato, grazie anche alla palestra,  più alto e più forte di lui.

Un giorno ci provò, ma io lo immobilizzai e questo lo spaventò: d’altronde tutti i violenti sono anche vigliacchi.

Arrivato ai sedici anni, feci domanda per entrare in marina, così partii e tornai dopo tre anni.

O meglio, tornai brevemente dopo due, perché c’era il funerale della mamma.

Subito dietro la bara c’era lui, che non mi aveva detto una parola, e dietro di lui io e mia sorella piangevamo abbracciati; per un attimo temetti che se mi avesse visto piangere si sarebbe sfilato la cinta…

Quando mi congedai andai a vivere da solo, dopo essermi trovato un lavoro.

Con la mia intelligenza, potevo avere un futuro, ma ho dovuto rinunciare a tutto solo per andarmene lontano da mio padre (e chiamarlo così mi costa fatica). Anche questo va sul conto del mio odio.

Ora mi hanno chiamato dall’ospedale: non potevo non venire.

Lui è finalmente impotente, non picchierà mai più nessuno; ha un cancro terminale ed è ridotto ad uno scheletro.

Giace nel letto con la mascherina dell’ossigeno e la flebo: forse se li strapperebbe se ne avesse la forza, allora con un filo di voce m’implora di farlo per lui, di ucciderlo perché soffre troppo.

Quante volte nella mia vita, fin da quando avevo quattro anni e lui mi picchiava ed io piangevo e lui mi picchiava, ho sognato di farlo, ma ora no: è questa la mia vendetta, ignorarlo, lasciarlo vivere e soffrire perché capisca finalmente cosa vuol dire il dolore. Mi guarda e piange: mi verrebbe voglia di picchiarlo.

Volto le spalle e me ne vado. So che ne avrà per poco. Quando se ne andrà, sarò forte, come voleva lui, e non piangerò.

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Pubblicato da su luglio 11, 2011 in Racconti

 

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