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IL PULCINO

11 Lug

Mi chiamo Fedra, un nome forse inconsueto, ma mio padre amava D’Annunzio e così mi volle chiamare come un’opera del suo autore preferito.

Ma non è questa la cosa più curiosa, quanto il fatto che mio padre non era uno che leggesse molto, era solo un contadino che aveva fatto a mala pena un paio d’anni di scuola elementare, il minimo indispensabile per imparare a leggere e scrivere; scrivere, scriveva poco, ma in quanto a leggere qualcosina leggeva: unicamente, però, D’Annunzio.

Anzi, oramai non lo leggeva quasi più perché ne aveva mandato a memoria buona parte dei suoi scritti!

Così io sono cresciuta con questo nome, certo non molto comune, ma neppure brutto.

Mio padre, quindi, era un contadino ed io sono nata, cresciuta e vissuta fino alla maggiore età in una vecchia cascina in campagna: erano altri tempi, tempi in cui non c’erano i macchinari di adesso e quasi tutto il lavoro si faceva a mano.

Vivevamo, come ho detto, in una grande cascina, non nostra, ma con contratto di mezzadria, alla quale erano annessi il fienile, la stalla, il pollaio e tutto ciò che si poteva trovare allora in una cascina.

Le comodità erano molto poche: di bagno neanche a parlarne; per i bisogni fisiologici c’erano i campi e per lavarsi le tinozze (non che ci si lavasse così spesso, poiché il bagno si faceva una volta al mese e solo in primavera ed estate).

L’unica fonte di riscaldamento era l’enorme camino della cucina; per scaldare i letti c’erano o gli scaldaletto a carbonella, o le bottiglie con l’acqua calda che, essendo di vetro, spesso scoppiavano e c’inzuppavano il materasso e la camicia da notte.

La nostra era una di quelle che ora si chiamano “famiglie allargate”, poiché in cascina abitavamo coi nonni, tutti e quattro, fino a che ci furono, ed un imprecisato numero di zii, cugini ed anche qualche lavorante che oramai era di famiglia.

Non avevamo, ovviamente, delle camere nostre, ma c’era una camerata per i ragazzi e una per le ragazze; solo gli adulti sposati avevano delle stanze personali.

Uomini e donne lavoravano nei campi, i bambini piccoli giocavano, mentre noi bambine e ragazze dovevamo dare una mano alle nonne in cucina e nei lavori di casa.

I momenti più belli erano i giorni festivi, quando potevamo metterci l’unico abito “buono” per andare a messa; al pomeriggio, poi, ci si riuniva, se era inverno o autunno, intorno al grande camino a ridere, cantare e arrostire le castagne.

In questi giorni festivi si cuoceva la polenta e si arrostivano un paio di salsicce: la prima veniva poi rovesciata direttamente sul tavolo e le salsicce poste in mezzo e il primo che avesse mangiato la sua quota di polenta e fosse arrivato al centro, avrebbe avuto diritto a una di queste.

Ovviamente ci arrivavano sempre e solo gli adulti e, del resto, era giusto così, visto che erano quelli che dovevano fare il lavoro più duro.

Eravamo in sette, fra fratelli e sorelle, ed io ero la preferita di papà, forse per il mio nome dannunziano, anche se non mi risparmiava bacchettate sulle gambe con una bacchetta di nocciolo o di salice quando non facevo bene i compiti assegnatimi.

Spesso, però, mi prendeva sulle ginocchia, quando eravamo soli, e mi recitava D’Annunzio che lui, come ho detto, conosceva quasi tutto a memoria.

Pulcino mio – mi diceva – tu sei speciale, sei la più intelligente e sensibile e non dovrai sprecare tutta la tua vita nei campi: tu devi studiare, a costo di qualsiasi sacrificio. Devi diventare un’insegnante e leggere D’Annunzio ai tuoi allievi e fare capire loro come è sublime la sua opera: me lo prometti?”.

Io promettevo e allora lui mi faceva il solletico e ridevamo insieme fino alle lacrime.

Così, per l’invidia di alcuni dei “piccoli” e fra le derisioni degli altri, io fui la sola ad andare a scuola.

Non era semplice: cinque chilometri a piedi all’andata e altrettanti al ritorno, con fango e neve d’inverno e sotto il sole cocente nella tarda primavera, ma in me era tanta la voglia di studiare, sapere e fare felice mio padre, che non mi pesò mai la fatica.

Certo, a volte succedeva che si dovevano portare ortaggi, uova, latte e formaggi in paese e allora io potevo salire sul carro trainato dalla vecchia “Gigia” (che non ho mai capito bene se fosse un cavallo, un mulo o una specie di equino a se stante) e fare, almeno l’andata verso scuola, comodamente seduta a cassetta con papà o con uno dei lavoranti.

Per noi non c’erano regali di compleanno o per Natale: l’unico festeggiamento era che il venticinque dicembre non si lavorava e si mangiava tutti bene: il cappone, o il tacchino o il maiale e poi, per dolce, il sanguinaccio; il panettone, allora, non sapevamo neppure cosa fosse.

Quella ragazza, Fedra, – dicevano le donne, mia madre compresa – è grande oramai (avevo allora nove anni) ed è tempo che la smetta con quella stupidaggine della scuola e si decida a dare una mano in casa: le nonne sono vecchie e non camperanno in eterno!”.

Ma mio padre non voleva sentire ragione: “Lei è speciale, non è come le altre, lei deve studiare e diventare insegnante per leggere a tutti il D’Annunzio”, diceva e non ammetteva repliche.

Al mio nono compleanno, per l’invidia di tutti, fui la prima della cascina a ricevere un regalo: mio padre mi diede un pulcino vivo “Lui è un pulcino come te, abbine cura!” mi disse con le lacrime agli occhi, mentre la mamma scuoteva la testa in segno di disapprovazione.

Ero felice, come una principessa delle fiabe: un regalo tutto mio!

Quella stessa notte lo volli portare, di nascosto, a letto con me: alla mattina, però, il mio pulcino era morto, soffocato dal mio corpo.

Lo sollevai dal materasso imbottito di foglie di pannocchia, e il capino gli ricadde da una parte.

Cominciai a strillare e a piangere, tanto che accorsero tutti.

Non volli mangiare per giorni e corsi a nascondermi nel granaio.

Ma ero solo una bambina di nove anni e i bambini fanno in fretta a dimenticare i dispiaceri: così feci anch’io ed avevo scordato quest’episodio drammatico per anni.

Da allora sono cresciuta, ho proseguito gli studi, mi sono laureata ed ho insegnato letteratura per anni: sì, anche D’Annunzio.

Ora sto per compiere novant’anni ed ho uno stuolo di nipoti e pronipoti che spesso si dimenticano che io sono al mondo.

E sento che non lo sarò ancora per molto: forse per questo ho ricordato il pulcino, perché presto raggiungerò mio padre ed insieme reciteremo D’Annunzio, dopo che avrò reclinato anch’io il capo, come fece allora il mio pulcino.

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Pubblicato da su luglio 11, 2011 in Racconti

 

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