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IO MI CHIAMO JOSHUA LEVY

23 Giu

IO MI CHIAMO JOSHUA LEVY

Io mi chiamo Joshua Levy. Ho diciotto anni, ma ne compirò diciannove fra quattro mesi. Fino a poco tempo fa la mia vita è stata serena e fin troppo normale.

I miei avevano un piccolo negozio di merceria: non un negozio grande, di quelli che ti fanno arricchire, ma, comunque, sufficiente a sfamarci e farci vivere con dignità. D’altronde la nostra famiglia non ha mai avuto particolari esigenze.

Eravamo in quattro, i miei genitori, io e la mia sorellina di undici anni: ora non so più dove sono finiti i miei cari, né se sono vivi o morti; capisco che il pensiero della morte dei miei familiari non mi dovrebbe neppure sfiorare, ma qui si è talmente abituati alla morte, quella del tuo amico, quella del tuo vicino di branda, quella di sconosciuti che da settimane vedi appesi a marcire sui reticolati, che questa ti sembra perfino più naturale e ineluttabile di quanto non dovrebbe essere.

Ma ho divagato un po’ troppo, torniamo indietro nel racconto; come detto vivevamo sereni fino all’emanazione delle leggi razziali contro noi ebrei, fino a quando hanno circondato il nostro quartiere, il ghetto, con spirali di filo spinato, fino a quando non abbiamo cominciato a vedere sparire quotidianamente i nostri vicini di casa, a vedere ogni giorno una saracinesca abbassata per sempre.

Giravi per le strade e vedevi i soldati fermare ragazzini di dodici, tredici anni e fargli abbassare i pantaloni in mezzo alla strada per controllare se erano circoncisi e quindi ebrei: se era così venivano sbattuti su di un camion e sparivano nel nulla. E per giorni vedevi madri disperate girare per le strade con le fotografie dei figli in mano e le lacrime agli occhi, chiedere a chiunque incontravano se li avessero visti: a volte la pietosa e bugiarda risposta era che erano fuggiti ai soldati ed ora si stavano probabilmente nascondendo presso qualche famiglia compiacente.

Poi, un giorno, vennero in negozio mentre pranzavamo nel piccolo retrobottega e ci portarono via tutti senza una parola e senza darci neppure il tempo di chiudere a chiave il negozio o abbassare la serranda.

Da quel giorno ci hanno separati e, come ho già detto non ho più notizie dei miei cari. 23.jpg_1539690450

Quindi è successo quello che si sapeva dalle voci che circolavano nel ghetto: caricati a forza su vagoni ferroviari sigillati, dopo viaggi di giorni senza acqua, cibo ed igiene, siamo stati portati in quelli che loro chiamavano campi di lavoro. 

Infatti all’entrata del campo spiccava la scritta: “Arbheit macht freiIl lavoro rende liberi”-. Quale bugia! qui sei libero solo quando muori. Anche qui nuove umiliazioni: la nudità tua e degli altri, alla quale poi ti abitui come se fossi un uomo preistorico, le docce gelate fatte con gli idranti all’aperto, in mezzo alla neve, la rasatura a zero dei tuoi bei capelli, i tatuaggi dei numeri sull’avambraccio che ti tolgono anche l’ultima dignità, quella di avere un nome e, quindi, di essere un uomo.

Così sono iniziati i giorni e le settimane di fame, di dolore, le lotte coi più deboli per conquistare una buccia di patata abbrustolita.

Chi non si abbatte, come ho fatto io, impara come sopravvivere: devi lavorare senza mai mostrare segni di debolezza, di stanchezza, devi stare attento a non avere ferite che riducano le tue capacità lavorative, altrimenti ti portano via e di te non si sentirà più parlare, tanto al prossimo treno ci saranno altre braccia nuove a lavorare al posto di chi sparisce.

Io sono abbastanza robusto: un torello, dicevano i miei parenti, anche se ora del toro è rimasta solo la pelle, così il mio lavoro era di spaccare collinette argillose e ghiacciate a picconate.

A sera ero sfinito, ma ho imparato a recuperare in fretta, dormendo quando possibile, camminando, sui camion che ci portano alle colline fuori dai reticolati.

Certo, quando si accorgono che dormi i sorveglianti cominciano a percuoterti con un nerbo, ma non senti più le botte oramai, anzi, il bruciore delle frustate spesso ti riattiva la circolazione e ti scalda un po’.

Ora sono un po’ preoccupato perché, forse, ho scavato con troppa foga e mi sono venute delle piaghe sui palmi delle mani: del resto sono forte, lo sanno anche loro, e mi bastano due straccetti avvolti intorno ai palmi per poter lavorare come prima.

Ecco, è il giorno dell’ispezione: ci fanno spogliare completamente e ci scrutano a fondo per vedere segni di malattie o ferite.

Senza dire una parola alcuni vengono fatti uscire dalla fila e messi da un lato.

Ora è il mio turno: cerco di gonfiare il più possibile i pochi muscoli che ancora non mi sono consumato, per distrarli dalle mani piagate; mi guardano a lungo, mi girano in turno, cerco di stringere le natiche per farle sembrare più tonde e nascondere la mia magrezza, ma mi fanno allargare le gambe e piegare in avanti per controllare se ho le emorroidi.

Tutto sommato penso che è meglio così, almeno, forse, non mi guarderanno le mani. –Le mani!-, mi intimano, fingo di non capire e mi arriva una nerbata in faccia; allora le stendo ma coi palmi verso il basso. –Girale-, mi dice il soldato e, prima che possa ubbidire, mi arriva un altro colpo. Non posso fare altro che mostrare i palmi sanguinanti.

Mi fanno uscire dalla fila e mettermi con gli altri di lato.

Poi, terminata l’ispezione di tutti, si rivolgono al mio gruppo: –Voi, alle docce-. Bene, penso, qui l’acqua è preziosa: se ci fanno fare la doccia non è per eliminarci. Non abbiamo neppure bisogno di spogliarci perché siamo già nudi, giovani e vecchi, ma nessuno ha più pudore: è la prima cosa che abbiamo perso arrivando qui.

Ci fanno entrare nel grande stanzone piastrellato di bianco e aspettiamo a lungo.

Poi finalmente si sente un rumore nei tubi, ma nonostante l’efficienza tedesca tanto decantata, l’acqua non arriva: mi viene da sorridere, le docce sibilano ed esce solo aria.

Ci hanno fatto aspettare così tanto tempo che mi è venuto sonno, sento che non riesco a tenere gli occhi aperti, mi sto addormentando…

* * *

Io mi chiamo Joshua Levy, ho diciott’anni e li avrò per sempre, perché non compirò mai i diciannove.

Ora, però, sto bene, non sento più né la fame, né il freddo, né il dolore delle piaghe alle mani.

Ora sto bene: sono aria, sono natura, sono vento, sono un filo di fumo al confine fra il cielo e l’infinito”.

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Pubblicato da su giugno 23, 2011 in Racconti

 

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