RSS

LA VITTIMA

14 Giu

LA VITTIMA

Erano le sette e trenta del mattino di un giorno lavorativo qualsiasi: un giorno triste e grigio di quelli che solo Milano sa produrre.

Sotto il piano stradale, però, alle fermate della metropolitana, le stagioni e le giornate sono ancora di più tutte uguali, fatte di luce al neon fredda, di gente assonnata, di gente frettolosa, di gente spesso scontenta e delusa.

A quell’ora alle fermate della linea rossa, la linea uno, della verde, la due e della gialla, la tre, la gente cominciava ad affollarsi numerosa, soprattutto in quelle poste in corrispondenza delle stazioni ferroviarie, quelle, dunque, che raccolgono pendolari che si alzano un’ora prima degli altri, che ritornano a casa quando la cena è già in tavola, a volte quando i figli piccoli sono già a letto, così che questi vivono, praticamente, da orfani di padre o di madre o di entrambi per cinque giorni alla settimana.

Ogni quattro o cinque minuti dal fondo delle galleria inizia un rombo che piano, piano cresce fino a diventare assordante, poi arriva la corrente d’aria spinta dalle vetture lanciate a una velocità che non conosce l’ostacolo delle code delle macchine private; finalmente dal fondo, dove la galleria fa una curva, compaiono due occhi luminosi che si avvicinano e s’ingrandiscono fino a diventare l’enorme bruco vomita e mangia-persone che, dopo il suo pasto, ripartirà lasciando i residui del pasto stesso sulle banchine: carte di caramelle e giornali usati solo in parte (tanto, la maggior parte di questi è gratuita).

Allora le persone in attesa sulla banchina, udendo il rombo, s’avvicinano alla linea gialla di sicurezza, prendono posizione nella speranza di essere i primi a salire e di trovare, così, un posto a sedere sulle vetture.

I più smaliziati hanno, da tempo, contato le piastrelle di linoleum per calcolare esattamente dove si fermeranno le aperture delle porte, così da essere i primi a salire in vettura.

Erano le sette e trenta del mattino, un mattino grigio di un grigio giorno feriale, alla stazione di viale Zara della linea gialla del metrò dove attendevano numerose le persone arrivate lì con il tram numero sette, con l’undici, con il cinque barrato che arriva da Niguarda, con i filobus della circonvallazione, con la celere che proviene da Monza, da Cinisello e da Sesto S. Giovanni; all’apparire dei fari della motrice, sbucati dalla curva e preceduti dal ruggito e dal respiro del mostro, tutti fecero, come in un balletto, un movimento in avanti, verso la linea di sicurezza.

Prima spuntarono, come previsto, le luci anteriori del convoglio, poi ci fu quel rumore assordante che cresceva sempre più, dato dalle decine di ruote d’acciaio che facevano attrito contro altro acciaio.

Il convoglio, che pur aveva cominciato a rallentare, arrivò all’inizio della banchina con ancora una buona velocità, preceduta da quel vento artificiale, caldo e dall’odore cattivo e viziato di chiuso, che non potendo scappare dai lati delle gallerie, fuggiva, compresso, davanti al treno.

Sì, il treno è un animale terribile, da film dell’orrore, davanti al quale tutti gli elementi della natura fuggono: le luci, i rumori, l’aria; solo gli umani, quasi ipnotizzati, si gettano nel suo intestino famelico.

Non appena la motrice fu all’altezza dell’inizio della banchina, il macchinista vide all’improvviso una figura nera stagliarglisi davanti, quasi a voler abbracciare il muso del bruco meccanico; prontamente azionò il freno e, allo stesso tempo, chiuse gli occhi e si portò le mani alle orecchie in un gesto istintivo.

Il rumore fu simile a quello di un frutto maturo, anzi, troppo maturo, che cade sulla strada e si spiaccica sulla stessa spandendovi il suo succo zuccherino.

Solo che quel frutto fino a poco prima pensava, forse amava, ed il suo succo era di un rosso quasi nero ed era sparso per almeno venti metri di rotaie.

Qualcuno urlò anzi, molti urlarono: difficile dire se fra quel coro ci fosse anche la voce del frutto che cadeva.

Sulla banchina c’erano persone che piangevano; una donna svenne, qualcuno, imprecando, s’avviò velocemente all’uscita per prendere un mezzo di superficie, conscio del fatto che avrebbe tardato al lavoro e che se non si fosse sbrigato, probabilmente, la polizia avrebbe fermato un po’ tutti in cerca di testimonianze, aumentando così il ritardo che già si preannunciava fastidioso.

In effetti la stazione fu bloccata e il traffico della linea metropolitana fu fermato nel senso di marcia del bruco assassino, ma presto sarebbe venuto meno anche nell’altro senso, per mancanza di vetture.

Gli altoparlanti gridavano informazioni, che pochi sentivano, sui tempi presunti d’interruzione del servizio, sugli autobus predisposti in sostituzione, e così la notizia dell’incidente, come un tam–tam, si trasmise tramite essi da S. Donato a piazzale Maciachini: di sicuro non sarebbero stati tempi brevi, visto che occorreva sollevare la vettura per recuperare quel poco che restava di recuperabile e ripulire il resto, sparpagliato per buona parte della stazione.

In lontananza si sentivano le sirene dei pompieri, delle forze dell’ordine: vigili, polizia, carabinieri, che “convergevano sul luogo dell’incidente” e le più inutili di tutte, le ambulanze.

Un ragazzo coi capelli lunghi portati in trecce alla moda “rasta”, sedeva a terra con la schiena poggiata ad una colonna e gli occhi fissi nel vuoto: sui capelli dei quali andava così fiero aveva frammenti di ossa e cervello; forse si sarebbe tagliato la chioma a zero, del resto era ora di cambiare look.

Una donna grassa con una borsa di tela al braccio sedeva su uno sgabello giallo di freddo metallo e singhiozzava: nelle sue mani era comparso un rosario.

Alcuni ragazzini con sulle spalle lo zaino coi libri di scuola, felici perché avrebbero perso, giustificati, la prima ora di lezione a scuola, sporgevano il collo oltre la catena di agenti e personale dell’A.T.M. allungandolo e cercando, forse, di dimostrare le leggi di Lamark sulle modifiche degli organi date dal loro uso, oltre che di vedere quella marmellata umana sparsa per metri, dalla quale erano fuggiti pensieri, aspirazioni, conoscenze, sentimenti, forse dolori.

L’ufficiale primo arrivato sul posto, un commissario di polizia di mezza età, era quello che avrebbe avuto giurisdizione sul caso; a questo punto i carabinieri se ne andarono: in fondo in una città come Milano i crimini non mancano di sicuro.

L’uomo, il commissario Mancuso, stava fermo sul bordo della banchina, con le punte delle scarpe che sporgevano fuori da essa: anzi, era proprio quelle che guardava, visto che il resto non era un bello spettacolo, se non per i ragazzini con lo zaino in spalla.

Più che guardare, però, Mancuso pensava, le mani sprofondate nelle tasche dell’ampio cappotto fuori moda ma che, visto il suo stipendio, doveva durargli almeno fino alla pensione.

In fondo il caso era semplice: disgrazia, suicidio o omicidio; il difficile sarebbe stato fare il percorso a ritroso, come in un film riavvolto, dal momento il cui il bruco aveva addentato il frutto maturo, fino a ricostruire tutta la vita dell’uomo, anche se pensare a quella cosa spalmata un po’ dappertutto, in modo irriconoscibile, come ad un uomo non era facile.

Maledizione – pensò – qui quasi quotidianamente ci sono incidenti, suicidi, qualche psicopatico che spinge le persone sotto il treno: ma è possibile che i progettisti, con tutto quello che hanno spese e che avevano da spendere, non hanno pensato a mettere in tutte le stazioni delle pareti di plexiglas con porte scorrevoli in corrispondenza di quelle delle vetture, così da risolvere e risolverci almeno il problema di queste morti quotidiane? Eppure sembra l’uovo di Colombo e anche una sola vita umana sarebbe valsa la spesa!”.

Il commissario si girò di colpo e tuonò con voce potente, anche se un po’ roca per i due pacchetti di sigarette che fumava ogni giorno: “Qualcuno ha visto qualcosa, qualcuno sa qualcosa dell’incidente, oppure qualcuno conosceva la vittima?”.

Al risuonare della sua voce, il brusio dei pochi rimasti cessò del tutto, poi riprese ad un livello più basso e bisbigliante.

Mancuso ripeté una seconda volta la domanda, poi tacque in attesa che qualcuno si facesse avanti.

Ci fu un momento di silenzio, poi, come dal sottosuolo si levò una voce tremolante, come di vecchio o di persona sotto shock: “Non è stato un incidente, l’hanno spinto”.

Al momento tutti trasalirono, non riuscendo a capire da dove venisse quella voce terribile, poi qualcuno ricordò il ragazzo “rasta” seduto a terra: già, dallo stato dei suoi abiti e dei suoi capelli doveva essere il più vicino al morto, o almeno gli era vicino quando era ancora vivo e poi, mentre moriva nel corso di quell’impossibile amplesso fra l’uomo e la macchina.

Ma sei sicuro?” gli chiese il poliziotto, mentre gli porgeva la mano per aiutarlo a rialzarsi da terra; poi lo condusse al distributore automatico, inserì le monete e fece scendere un caffé extra zuccherato che gli porse senza una parola, in attesa delle sue di parole.

Il ragazzo scosse la testa in modo affermativo, sempre tenendo lo sguardo in un altro posto, forse in un altro tempo: “Era subito davanti a me: ho visto, appena il treno è arrivato all’altezza della banchina, una mano che mi è sbucata da sopra la spalla e lo ha spinto. Il tempo di girarmi e chi l’ha spinto era sparito in mezzo alla gente”.

Quindi escludi che sia stata una spinta accidentale?”.

Glielo ho detto: se fosse stato un incidente avrebbe spinto me, visto che ce l’avevo dietro, ed io avrei spinto lui; quello ha voluto ucciderlo”.

Quello, hai detto? Quindi era un uomo, però non lo hai visto: giusto?”.

Senta, io sono un metro e settantadue e quello ha passato il suo braccio sopra la mia spalla, quindi era molto più alto di me, difficile che fosse una donna, e poi la mano era quella di un uomo, un uomo dalla carnagione scura, secondo me un extracomunitario e badi bene, io frequento i centri sociali, quindi non sono un razzista né sono prevenuto contro gli stranieri… Un’ultima cosa: non ci giurerei, visto il rumore del metrò, ma mi sentirei di dire che quello – e indicò con un cenno del capo la poltiglia sulle rotaie – non ha gridato mentre cadeva. Strano…”.

Ora il ragazzo stava uscendo dallo shock.

Il commissario gli porse un fazzoletto pulito, uno di stoffa: lui era di una generazione che non usava quelli di carta, facendogli un cenno col capo ad indicare ciò che gli imbrattava capelli, viso e bavero del giaccone: lo stesso materiale che il ragazzo aveva indicato pochi secondi prima.

Il rasta cominciò a pulirsi alla meglio la faccia e i capelli dal sangue, e non solo da quello, che cominciavano a seccaglisi addosso; poi guardò il fazzoletto e cominciò a piangere: sì, se li sarebbe proprio tagliati i capelli.

Delle tre opzioni possibili, era uscita quella peggiore per il commissario; ora, per prima cosa, occorreva identificare la vittima, poi risalire alla sua storia e scoprire chi poteva voler uccidere un povero cristo, probabilmente un pendolare che va a lavorare alle sette e venti del mattino.

Era un’indagine così, dove bisognava investigare più sulla vittima che sull’assassino.

Fortunatamente (o forse no, a seconda dei punti di vista), le cose sono più resistenti delle persone, così dalla tasca del giaccone, divenuto ora un tutt’uno con vari organi e fluidi corporei, uscì intatto il portafogli della vittima: se non altro sarebbe stato identificato, si sarebbero potuti avvertire i parenti.

Già, ma di parenti Amedeo Marri, quarantasei anni, residente a Milano, non ne aveva alcuno.

Se non altro, più tardi, la telecamera di sorveglianza della stazione avrebbe confermato ciò che aveva detto il ragazzo: si vedeva una mano spuntargli sopra la spalla e spingere il Marri verso il suo capitolo finale.

Dietro la mano un braccio, e dietro questo un uomo alto, con una felpa col cappuccio tirato su, come spesso fanno gli stranieri, soprattutto i nordafricani: impossibile identificare il colpevole, almeno da quelle riprese: tutt’al più se ne poteva stabilire, con buona approssimazione, l’altezza.

Ora lasciamo, assieme al commissario e i suoi uomini, la stazione Zara della linea gialla del metrò e trasferiamoci al commissariato.

Sotto la stazione erano rimasti i pompieri, intenti a sollevare il convoglio per estrarne quel che restava di un corpo ormai irriconoscibile (in superficie avrebbero usato una gru, ma lì sotto…) e poi gli agenti della scientifica e quelli dell’istituto di medicina legale, con lo sgradevole compito di raccogliere tutte le tessere possibili di quel puzzle umano, compreso il fazzoletto usato dal ragazzo rasta; da ultimo c’erano gli addetti alla pulizia della stazione, pronti con segatura e idranti a lavare via tutto ciò che non fosse stato possibile recuperare.

L’avresti mai detto che un uomo aveva dentro tanta roba?” chiese uno degli addetti alle pulizie al suo compagno; l’altro lo guardò male e, forse l’uomo s’accorse dell’inopportunità della sua battuta.

Se non altro – pensò il commissario – abbiamo un punto di partenza: nome e indirizzo della vittima“.

Il resto era poco più che routine: era quello che accadeva, purtroppo, quotidianamente nel loro lavoro: visita a casa del morto, informare i parenti, in attesa dei rilievi della scientifica (che avrebbe avuto il suo da fare a ricomporre lo sfacelo che tonnellate d’acciaio avevano fatto).

Forse era così solo ora, forse lo era stato da sempre, era certo che l’abbondanza di “clienti” di un lavoro che non conosceva crisi, era frutto di un pessimo rapporto delle persone con la propria e altrui vita, col ritenere dominanti su tutto il sesso, il denaro, il potere, per poi infliggere ed infliggersi dolore quando ciò viene a mancare.

Ma lui non era un filosofo, bensì un poliziotto, così il suo compito non era cercare di capire, ma solo di trovare e di punire i colpevoli per vendicare o meglio, per rendere giustizia alle vittime.

Convocati i suoi sottoposti più fidati, s’apprestò al sopralluogo in quell’abitazione che avrebbe atteso invano il ritorno del suo occupante.

Gli dava sempre un senso d’angoscia entrare in una casa ormai vuota: era un po’ come leggere le lettere di una persona, era scovare piccoli segreti, debolezze, cercando di capirli, ma rendendosi conto che è impossibile penetrare a fondo l’animo delle persone.

Le ricerche sul computer avevano dato esito negativo: quell’uomo pareva non esistere, confuso nell’anonimato della folla della città: non una multa, una querela, una denuncia, non un parente; solo un anonimo impiegato con una vita anonima e mediocre.

Davanti al portone un uomo spazzava il marciapiede: “Se non altro c’è un custode che ci dirà qualcosa” pensò il Mancuso; niente da fare: l’uomo era solo l’addetto alle pulizie, un uomo dalla carnagione scura, forse cingalese o pakistano, che parlava poco e male l’italiano e che non conosceva la vittima.

Mentre il poliziotto cercava di estorcergli qualche informazione che l’asiatico non era in grado di dargli, arrivò una donna anziana col carrello della spesa; la donna scostò un po’ indietro il foulard che le copriva la testa per guardare meglio i tre uomini che stavano facendo perdere tempo a quello che loro inquilini pagavano profumatamente: “Lei chi è, cosa vuole?” apostrofò il poliziotto più anziano.

Sono un poliziotto e dovrei fare qualche domanda a chiunque sa dirmi qualcosa sul signor Marri: lei lo conosceva?”.

Umpf, un poliziotto eh? Già dicono tutti così, poi ti s’infilano in casa e ti rubano la pensione; l’ha detto anche <Striscia la notizia> di stare attenti…”.

Mancuso sorrise amaro, mostrandole la tessera col distintivo “Guardi che sono un poliziotto vero e, comunque, se vuole possiamo parlare qui, senza entrare in casa sua…”.

Venga, venga entriamo – lo invitò la donna che si era un po’ tranquillizzata e aveva perso l’aria di amara aggressività – tanto la pensione questo mese l’ho già spesa tutta e buona parte è andata nelle tasche di quello lì – e così dicendo fece un cenno col capo ad indicare l’uomo scuro che aveva ripreso a spazzare il marciapiedi – crede che sia andata al supermercato? Nossignori, sono costretta a frugare, dopo che hanno smontato il mercato, fra quello che hanno buttato via per recuperare qualche foglia d’insalata ancora buona o qualche frutto mezzo marcio, che però è anche mezzo buono…”.

Mi spiace per lei signora – disse con sincerità il commissario che, coi suoi millequattrocentottanta euro al mese si sentiva un capitalista di fronte a quella donna e a migliaia di altri pensionati costretti a quella vita di umiliazioni – lei conosceva il signor Marri?”.

Quello che è morto sotto il metrò? Poveretto, se non altro ha finito di soffrire, sì, perché non era certo una persona felice: sempre solo, tranne per quella ragazza che veniva ogni tanto a trovarlo, ma il sabato e la domenica, per esempio, era sempre solo in casa. Da poco, poi, gli era morto anche il suo gatto: ne aveva fatta una vera tragedia; io non posso permettermi neppure quello: però ne ho uno di ceramica che non mangia e che non sporca – disse in tono confidenziale con un sorriso amaro, poi ritornò a raccontare del suo vicino – per il resto non era una persona con la quale si poteva fare tante parole. Guardi, avrei giurato che sarebbe stato uno di quelli che trovano morti in casa dopo mesi: non so se ha capito il tipo…”.

Sì, Mancuso aveva capito: uno dei tanti invisibili dei quali nessuno si cura e per i quali la morte, spesso, è un sollievo.

Se non ci fosse stata la testimonianza del ragazzo rasta, poteva essere il classico caso di suicidio da solitudine, ma non tutti hanno il coraggio di compiere quel passo…

Congedata la donna, non prima di averle lasciato un biglietto da visita e la raccomandazione di chiamare se le fosse venuto in mente qualcosa d’altro, entrarono nell’appartamento con le chiavi, trovate anch’esse nella tasca del giaccone del defunto Amedeo Marri: erano ancora sporche di sangue e di altre sostanze che era meglio ignorare.

L’appartamento, a prima vista, era quanto di più anonimo ci si potesse aspettare: il disordine che vi regnava testimoniava di un uomo solo, con poche relazioni sociali e molti ricordi alle spalle.

Ai muri c’erano molti quadri senza cornici, firmati “Ame”, Ame come Amedeo, quindi aveva quella passione… ma sicuramente non aveva mai venduto una sola tela: dipingeva molto bene, per quanto ne capiva il commissario, ma i suoi erano temi troppo tristi ed intimisti, mentre la gente non ama pensare troppo; più che dipingere quadri, forse, sfogava sulla tela i propri sentimenti ed un evidente disagio di vivere.

Entrarono in bagno: sullo specchio c’era scritto: “Solo quattro”: forse era stato usato un vecchio rossetto appartenuto a chissà chi.

Cosa mai aveva voluto dire?

La stessa frase era scritta su vari fogli sparsi su un piccolo secretaire, sulla copertina di una vecchia agenda alla quale erano stati meticolosamente cambiati i nomi dei giorni anno dopo anno e cancellate le note scritte a matita per poterla riciclare; per altro le note riguardavano cose insignificanti quali scadenze e spese da fare.

Un po’ per tutta la casa si ripeteva ossessivamente quella scritta: ”Solo quattro”; chissà cosa significava? Quattro persone? Quattro giorni, mesi, anni, quattro cosa?

C’era su un cavalletto da pittore la sua ultima tela, ma non c’era dipinto sopra nulla, solo una scritta fatta col pennello: ovviamente la scritta diceva “Solo quattro”.

Evidentemente quelle due parole, negli ultimi tempi, erano diventate per lui una crescente ossessione.

Le uniche cose utili per l’indagine, oltre la scritta misteriosa, erano l’indirizzo del posto di lavoro del defunto e quello banca dove aveva il conto corrente.

Null’altro; quindi uscirono per sempre da quella casa abbandonata, come morta anch’essa.

Dall’uscio di fronte la donna anziana col foulard in testa li spiò andare via, sospettando che fossero andati a rubare la pensione al morto, che non era ancora in pensione.

Uscirono con un certo sollievo sulla strada.

Sul marciapiede opposto stava ferma una ragazza: guardava la casa, sul cui portone c’era un biglietto che annunciava la morte del signor Amedeo Marri, e piangeva; la prima e unica persona che, forse, piangeva per lui.

I poliziotti traversarono la strada: “Lo conosceva? Siamo della polizia”.

Gli volevo bene, era buono, premuroso…”.

E lui gliene voleva?”.

No, lui non mi voleva soltanto bene, lui mi amava, ma io non potevo amarlo: era di un’altra generazione, soprattutto mentalmente”.

Solo ora Mancuso guardò bene la giovane: non doveva avere più di vent’anni, vale a dire meno della metà del morto.

Fecero salire la ragazza sull’alfa blu senza contrassegni: non volevano intimorirla portandola in commissariato, ma neppure interrogarla in piedi, in mezzo alla strada.

Il commissario le porse un fazzoletto pulito perchè si asciugasse le lacrime: doveva smetterla di distribuire i suoi fazzoletti a destra e a manca, non ne aveva quasi più; forse doveva tenere in tasca qualche pacchetto di quelli di carta da dare agli estranei…

Senza bisogno di farle domande, la ragazza cominciò a parlare lì, sul sedile posteriore dell’auto, forse perché ne aveva bisogno, perché doveva assolutamente sfogarsi: “C’eravamo conosciuti tempo fa, perché gli avevo chiesto d’insegnarmi a dipingere. Quasi subito eravamo andati a letto assieme, ma lui non si accontentava del sesso anzi, per lui quello era secondario: lui voleva l’amore, gli piaceva stare abbracciati, nudi, a lungo nel letto. Io dopo un po’ mi annoiavo a stare così, però gli volevo bene perché era buono, era speciale; no, non lo amavo ma gli volevo bene. Poi, un giorno, ho conosciuto un ragazzo e allora gli ho detto che sarei andata ancora da lui, ma che non avremmo più fatto l’amore…allora lui cambiò: non mi disse nulla, non insistette, ma divenne cupo, triste, a volte piangeva e non capiva che così facendo mi allontanava sempre di più, perché io non avevo voglia di passare le mie giornate in un ambiente triste e con uno che non faceva che piangere…”.

Cherchez la femme, pensò Mancuso: c’è sempre una donna in ogni caso di morte violenta… peraltro era un po’ sconcertato dalla mancanza di pudore della ragazza nel rivelare la natura dei loro rapporti, anche intimi; nuove generazioni…

La ragazza continuò: “Non avevo il coraggio di mollarlo, un po’ perchè stavo bene, comunque, con lui, e un po’ perchè lo vedevo troppo giù di corda. Negli ultimi giorni, poi, continuava a ripeter fra sé e sé <Solo quattro>, ma non mi ha mai voluto dire cosa significasse. Solo ora che non c’è più mi rendo conto di quanto mi manca”.

La ragazza, Virginia era il suo nome, riprese a singhiozzare nel fazzoletto che era stato del commissario Mancuso.

L’uomo – poliziotto cominciò a pensare che, forse, la ragazza era uno dei quattro a cui si riferiva quel povero infelice, forse il gatto, che anch’esso l’aveva lasciato, era il secondo dei quattro, la sua pittura che non interessava a nessuno il terzo e poi? Forse il suo lavoro, visto che è spesso la parte preponderante della vita di una persona…

Tutta la vita di una persona legata a quattro fili, come una marionetta che, tagliati quelli, s’affloscia su se stessa.

Al lavoro gli confermarono che il Marri era appassionato di ciò che faceva: ci si buttava a capofitto quasi per scordare il resto, ma nell’ultimo periodo non andava bene, era spesso teso e non mostrava più l’entusiasmo di una volta.

Forse voleva lasciare, tanto è vero che aveva chiesto un anticipo sulla liquidazione: diecimila euro, una bella sommetta, ma che cosa ne voleva fare?

Alla banca, dietro la presentazione di un mandato, confermarono il versamento dei diecimila euro, ma il ritiro, in contanti, degli stessi solo pochi giorni dopo.

Al commissario cominciò a frullare un’idea nella testa… ma era un’idea che aveva bisogno di essere supportata da prove.

Il giorno seguente Mancuso era nel suo ufficio, intento a rivedere l’incartamento relativo a quel delitto, un caso che non gli sarebbe spettato, visto che lui non era della omicidi, lui era solo di turno al momento del fatto, ma se fosse stato subito chiaro che si trattava di omicidio, ne sarebbe stato incaricato il suo collega Alfonso Grieco: lui sì che era della omicidi.

Suonò il telefono e lui rispose distratto; il centralinista gli comunicò che c’era una chiamata per lui da una certa Elvira Sala: non realizzò subito chi fosse, ma ne riconobbe la voce roca, da vecchia, non appena gliela passarono e se la figurò con la cornetta grigia di un apparecchio obsoleto appoggiata all’orecchio coperto dal vecchio foulard di seta.

Si ricorda di me commissario?” chiese la donna, sicura ora che lo sentiva al numero da lei chiamato, che fosse un poliziotto vero e non un truffatore di pensionati.

Certo, signora, e la ringrazio di avermi chiamato, anche perché se lo ha fatto penso che abbia qualcosa di nuovo da comunicarmi”.

Signorina, prego, comunque sì, mi è venuta in mente una cosa: forse il mio vicino aveva cambiato gusti sessuali, perché pochi giorni fa l’ho visto che si portava in casa un beduino, so che li dovrei chiamare extra – comunitari o stranieri, ma per me quello sono: beduini; comunque era uno giovane, molto alto e puzzava anche a distanza: non so come fa certa gente ad andarci insieme, con l’odore che hanno! Comunque, per quanto ne so, è venuto solo quella unica volta”.

Il commissario ringraziò la donna e riappese la cornetta: quanto aveva saputo andava a rafforzare il suo sospetto: la vittima, e non solo vittima dell’incidente in metrò, Amedeo Marri, aveva perso le quattro cose che costituivano la ragione unica per vivere: il lavoro non lo interessava più, la sua pittura non aveva sfondato, perfino il gatto l’aveva lasciato e la sua storia d’amore si stava spegnendo senza essersi, in realtà, mai accesa; quell’uomo voleva morire, ma non aveva il coraggio di farlo da solo e quindi aveva probabilmente pagato qualcuno per farlo al posto suo.

Mancuso era tranquillo sulla sua interpretazione dei fatti: non c’erano dubbi.

L’assassino non lo avrebbero probabilmente mai più trovato: un anonimo in mezzo a tanti disgraziati, costretti dalla fame e dalla miseria a fare qualsiasi cosa per denaro, ma, in fondo, più che un omicidio aveva compiuto un atto di eutanasia, di pietà, verso un uomo nel quale il dolore aveva preso il sopravvento sull’istinto di sopravvivenza, o forse no: l’istinto c’era ancora, al punto che aveva dovuto rivolgersi ad un estraneo per fare ciò che quella forza misteriosa gli impediva di compiere da solo.

Probabilmente con quella cifra l’altro disgraziato adesso era già tornato al suo paese, magari ad impiantare un’attività che avrebbe sottratto alla miseria lui e la sua famiglia.

In Italia quel gruzzolo, invece, pur essendo il frutto di anni di risparmi sullo stipendio di un lavoro misconosciuto, valeva a mala pena la vita di un essere umano.

Un disgraziato che era troppo vile per affrontare il dolore e la vita ma, al tempo stesso, anche troppo vile per affrontare la morte guardandola in faccia e sfidandola e per questo era giunto a pagare un altro disgraziato come lui che facesse al suo posto il gesto estremo.

Ma alla fin fine, chi può capire e giudicare il dolore degli altri?

——————————————————————————————————————————————————–

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su giugno 14, 2011 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: