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COLONIA ESTIVA

10 Giu

COLONIA ESTIVA

Era l’inizio degli anni sessanta, il secondo decennio del dopoguerra.

Dopo gli anni cinquanta, quelli della ripresa, soprattutto della ripresa psicologica dopo essere usciti vivi, seppure con le ossa rotte, da una guerra terribile, questo era il momento di ricominciare a vivere, a godere l’effimero intervallo di tempo che è il transito su questa terra e in questa vita, visto che nessuno sa se ce ne sarà un’altra dopo.

La durata dell’esistenza di un uomo è, mediamente, di un’ottantina d’anni e a quei tempi, forse, anche meno: possono sembrare pochi, possono sembrare molti, ma probabilmente anche il mese di vita delle farfalle a loro sembra lungo e breve ad un tempo, per cui concentrano in quel breve periodo la vita, la riproduzione, ma anche la leggiadria, il godere il caldo della buona stagione e i fiori.

Era l’inizio degli anni sessanta, quelli che, chi li aveva vissuti, avrebbe ricordato poi con rimpianto, perché erano gli anni dei Beatles, dei figli dei fiori, della musica beat; c’erano i Dik – Dik, i Camaleonti, l’Equipe 84, c’era voglia di scordare il passato, di non pensare al futuro, di vivere il presente, consci del fatto che molti, invece, non avevano avuto un futuro e neppure un presente.

Erano gli anni sessanta: di lì a poco ci sarebbe stata l’illusione del boom economico, ma per molti c’era ancora la difficoltà di riprendersi materialmente dalla guerra e dal dopoguerra.

Gioele aveva quasi quattordici anni e la sua famiglia possedeva una piccola merceria alla periferia di Firenze.

Stavano faticosamente cercando di pagare i debiti fatti per ricostruire quella modesta attività: il pollo lo si mangiava unicamente alla domenica; a Natale i regali erano solo piccoli pensieri e Gioele e i suoi tre fratelli, uno maggiore e due minori, si passavano l’un l’altro i vestiti smessi e, spesso, avevano indosso indumenti rammendati dalle abili mani della madre.

Di villeggiatura tutti insieme, neanche a parlarne, ma per fortuna per i bambini c’erano le colonie estive dove, al costo di quanto avrebbero speso per il solo vitto stando a casa, potevano godersi il mare, la compagnia di coetanei, quindici o venti giorni di giochi, di sport, di vita in comune.

Gioele fu mandato presso una colonia, gestita dalla sua parrocchia grazie a generosi lasciti di ricchi benefattori, situata sulla costa adriatica, a ridosso di una folta pineta e col mare proprio lì davanti: non ci si stava male e, messe e preghiere obbligatorie a parte, c’era abbastanza libertà.

Graziano viveva un po’ più a sud: veniva dall’Abruzzo, ma non dalla costa, bensì dall’interno, così lui il mare non lo aveva mai visto in sedici anni di vita.

Quell’anno, grazie ai buoni risultati scolastici ottenuti, la famiglia, che era una famiglia di pastori con pochi capi di bestiame e che campava con la sola vendita del pecorino, che a quei tempi era un formaggio povero e della lana della tosatura, accettò la proposta del parroco, che aveva buoni contatti con un collega e amico di Firenze, di una vacanza per il ragazzo, la prima della sua vita, presso una colonia estiva marina sull’Adriatico.

Graziano non si era mai mosso, dunque, dal paese, era timido e chiuso ed aveva non pochi timori ad accettare quell’avventura, a doversi confrontare e fare vita comune con ragazzi che non conosceva, ma nonostante ciò non si oppose alla proposta dei suoi genitori: lui non si opponeva mai a nulla ed accettava tutto.

Gli fu organizzata una piccola valigia di fibra color marrone, con due paia di calzoni corti con le bretelle dello stesso tessuto, alcune camiciole a maniche corte, un paio di canottiere, quattro paia di mutande, calze, zoccoli di legno e un costume da bagno di lana blu, che si sarebbe vergognato come un ladro ad indossare in pubblico: mostrarsi così, quasi nudo, davanti agli altri ragazzi…

E poi, in ogni caso, lui non sapeva nuotare, visto che non era mai stato al mare e neppure al lago.

La colonia si chiamava “Salus”, perchè un tempo, fra gli anni trenta e quaranta, era stata un sanatorio per bambini affetti da tubercolosi; gli arrivi dei ragazzi di quel turno alla struttura che li avrebbe ospitati erano previsti tutti per lo stesso giorno; quelli che sarebbero arrivati fra poco avevano tutti un’età compresa fra i tredici e i sedici anni, mentre i più piccoli erano stati mandati in un’altra proprietà della curia sul Tirreno, nella zona di San Rossore.

Il sacerdote che dirigeva la struttura era andato, con un paio di aiutanti, ad aspettare alla stazione l’arrivo dei ragazzi.

Quando tutti i treni furono giunti dalle diverse città, e ci volle l’intera mattinata, in fila per due i giovani ospiti furono condotti alla colonia; una volta qui giunti vennero mostrate loro, per prima cosa, le camerate, affinché vi depositassero i propri bagagli.

Gioele e Graziano erano vicini di letto: il primo era entusiasta di quella nuova avventura, mentre l’altro aveva paura di tutto, gli mancava già la sua famiglia, aveva voglia di piangere, ma era troppo grande per farlo.

Fu il più piccolo a tendere la mano al vicino di branda: “Ciao, mi chiamo Gioele e sono di Firenze, mi fa piacere conoscerti e spero che diverremo amici!”.

L’altro si sfregò la mano sui calzoni, timoroso che non fosse abbastanza pulita, e la porse al ragazzo che gliela aveva tesa: “Graziano – mormorò a bassa voce e quasi fra i denti – sono abruzzese”; non disse altro e si limitò a seguire il compagno verso il refettorio, visto che si era oramai fatta ora di pranzo; nel pomeriggio i ragazzi andarono a sdraiarsi, visto che alcuni di loro si erano alzati molto presto ed erano stanchi.

Gioele si coricò sul fianco, rivolto verso il suo nuovo amico: quel ragazzo che non parlava, gli piaceva comunque, non avrebbe saputo spiegare i motivi; gli piacevano i suoi capelli neri e ricci, anche se di lì a poche ore tutti quanti i ragazzi sarebbero stati rasati quasi a zero, come si usava a quel tempo per evitare parassiti; gli piaceva la sua pelle chiara di chi mai è stato al sole, ancora priva di un benché minimo accenno di peluria sotto il naso o sulle guance; il piccolo cominciò a parlare, a raccontare di tante cose che il suo vicino ascoltava con interesse, sciogliendo, a poco a poco, il proprio riserbo.

Anche a lui quel ragazzino andava a genio, era simpatico, estroverso, ed era anche bello, coi lunghi capelli lisci biondo oro e gli occhi verdi e vivaci e quella buffa parlata con la “C” aspirata.

Alle quindici e trenta un educatore venne ad avvertirli di prepararsi, che sarebbero andati in spiaggia; ci fu un’esplosione di entusiasmo di tutti.

Gioele estrasse il costume dalla valigia, si spogliò e se lo infilò; Graziano non aveva mai visto un coetaneo, o giù di lì, nudo, e ne provò una strana sensazione, un po’ di vergogna, un po’ di turbamento, come una vampa che dal centro del petto gli salì alle tempie, un po’ quasi di gelosia per il fatto che il suo nuovo amico fosse esposto anche agli sguardi degli altri compagni di camerata.

Dai, forza, spogliati e mettiti il costume, che si va a fare il bagno” lo esortò Gioele. “Veramente non so nuotare” si giustificò Graziano; “Beh, che vuol dire, in spiaggia si va in costume e poi ti insegno io a nuotare: vedrai che è facile”.

Così detto, aprì la valigia dell’amico, ne estrasse il costume blu, glielo tirò e poi, ridendo, gli abbassò le bretelle dei pantaloni e lo aiutò a sfilarseli.

Nel frattempo tutti i loro compagni di stanza erano già scesi e loro erano rimasti soli.

Gioele gli tolse anche le mutande e gli porse il costume.

Poi, mentre questi se lo infilava pieno di vergogna per essere nudo ed esposto allo sguardo dell’amico, al più piccolo venne naturale di fargli una veloce carezza sulla coscia, rimanendo poi, così, con la mano poggiata su questa e gli occhi fissi in quelli dell’altro.

Quindi si alzò di colpo, gli voltò le spalle con uno scatto quasi nervoso e gli intimò: “Sbrigati”.

Trascorse così quel primo pomeriggio di mare: Gioele si lanciò in un gruppo di ragazzi che avevano portato un pallone, ma non invitò Graziano a seguirlo.

L’altro rimase sotto l’ombrellone degli educatori per il resto del pomeriggio, al fine di non scottarsi e nessuno venne a chiamarlo in compagnia.

Venne la cena, venne la notte, preceduta dalla preghiera serale.

Gioele non rivolse più la parola a Graziano e questi non gli chiese spiegazioni.

Il giorno seguente i ragazzi furono invitati a fare una doccia prima di colazione.

Il locale aveva soltanto due separè e i ragazzi vi andavano a coppie; Gioele e Graziano furono gli ultimi due, quindi avevano tempo, visto che nessuno avrebbe protestato se ci avessero messo un poco di più.

Il più piccolo era ritornato dell’umore di quando era arrivato.

Aiutò l’altro a spogliarsi, visto le esitazioni di questo che pure si era già offerto nudo alla vista del compagno.

Facciamo così – propose il fanciullo – prima io insapono te e poi tu lo fai a me”.

Come era nel suo carattere Graziano non acconsentì e non rifiutò: accettava tutto quello che l’altro gli imponeva, d’altronde era il suo unico amico e non voleva indispettirlo contraddicendo ciò che voleva fare.

Gioele lo fece girare di spalle e, insaponatesi le mani, cominciò a lavargli la schiena, poi scese giù, sulle natiche, dove si soffermò a lungo; quindi, sempre da dietro, portò il braccio sul davanti dell’amico e cominciò a insaponargli il torace, stringendosi sempre più a lui con la mano libera.

Graziano sentiva la pelle dell’altro a contatto della propria: era una sensazione mai provata, non era come quando la mamma lo lavava da bambino nel mastello di legno posto nell’aia della loro casa.

La doccia, il suo calore, il vapore il senso di rilassatezza, l’estate, che è anche la stagione degli amori, spesso ha questo effetto di stimolare i sensi, soprattutto a due adolescenti in cui la sessualità prorompe fino a fare male.

Poi Gioele scese con la mano, gli cominciò a passare questa fra le gambe, gli afferrò il membro, che Graziano sentiva, con crescente vergogna ed emozione, inturgidirsi, e glielo massaggiò a lungo.

Girati!” gli comandò; l’altro ubbidì e notò che anche l’amico era vistosamente eccitato.

Entrambi presentavano solo un accenno di peluria pubica, ma avevano il desiderio e il vigore della prima pubertà.

Gioele abbracciò l’amico, gli porse una mano sulle natiche, una sul basso ventre e le labbra sulle sue, poi, mentre con le dita violava la sua intimità, con l’altra mano lo portò all’orgasmo.

Entrambi ansimavano, il tempo passava ma non avevano la forza di staccarsi uno dall’altro; fortunatamente nessuno aveva fatto caso alla loro assenza prolungata. “Ora tu!”, comandò il più giovane… e l’altro ubbidì.

Saltarono la colazione e, questa volta, in spiaggia Gioele mantenne la promessa e si mise a dare lezioni di nuoto a Graziano: lo faceva sdraiare sui suoi avambracci tesi e gli spiegava come muovere le braccia; entrambi ridevano e una mano del ragazzo più giovane scivolò sempre giù in basso e si posò nuovamente sul luogo del desiderio.

No – lo supplicò l’amico – non ora, altrimenti quando esco dall’acqua si vede che ce l’ho duro”.

L’altro assentì col capo e tolse la mano e, piano, piano, l’eccitazione passò ad entrambi, poi finalmente poterono uscire dall’acqua.

Venne l’ora di cena, i giochi del dopocena e, finalmente, le luci si spensero.

Nessuno dei due ragazzi riusciva a prendere sonno dopo quanto era successo in quelle poche ore; “Dormiamo insieme?” propose, come al solito, il più intraprendente dei due.

Non possiamo, se ne accorgerebbero tutti”

L’altro rise piano: “Guarda che se non lo hai ancora visto, ci sono anche altri che sono a letto assieme: mal che vada se viene qualcuno, diciamo che io avevo paura perché avevo avuto un incubo. Se la bevono, bene, altrimenti che ci possono fare?”.

Magari avvertire le nostre famiglie” pensò Graziano, ma non lo disse, perché, oramai, anche lui aveva voglia di quel gioco nuovo a cui l’amico l’aveva introdotto e anche lui non ne aveva mai abbastanza.

Gioele si infilò rapido sotto le sue lenzuola; aveva indosso solo gli slip e subito levò anche questi; fu una notte fatta di baci, di carezze, di abbracci violenti e teneri. “Ti amo” sussurrò piano Graziano.

Anch’io” rispose Gioele e pose le sue labbra su quelle dell’amico.

Nessuno dei due aveva ancora imparato ad usare anche la lingua nel bacio, né sospettava che si potesse farlo.

Quando uno abbracciava l’altro da dietro, chi stava davanti sentiva premere il sesso dell’amico contro le proprie cosce, contro i glutei, ma la cosa non andò mai oltre quel punto.

Qualche giorno più tardi era nuvolo e i ragazzi vennero lasciati liberi di scorrazzare per l’edificio o fuori di esso; i due ragazzi si addentrarono nella pineta, come due esploratori; ad un certo punto il silenzio fu totale e non si sentiva più neppure il sordo rotolare delle onde.

Gioele prese la mano del suo amico e procedette con quella forma di sicurezza e protezione finché giunsero ad una piccola costruzione semi diroccata, forse una vecchia dependance per gli attrezzi, sicuramente abbandonata; vi entrarono con la curiosità e il timore degli antichi esploratori; i muri recavano diverse scritte: nomi, date, ma soprattutto cuori trafitti con all’interno iniziali di vecchi amanti.

Gioele fece per voltarsi ed uscire: lì non c’era nulla d’interessante, ma l’amico lasciò la sua mano, prese da terra una scheggia di vetro ed incise sul muro un cuore tremolante, con all’interno una C e una G e la scritta “ti amo”.

Allora l’altro tornò all’interno, lo abbracciò, lo baciò e, in breve i due ragazzi furono nuovamente nudi; Graziano s’inginocchiò e cominciò a baciare il ventre, le cosce dell’amico, fino ad arrivare a poggiare le sua labbra su quell’oggetto di passione e desiderio.

Gioele mugolava di piacere e di passione, ma poi sentirono all’esterno delle voci adulte; in un attimo si rivestirono, si rintanarono nell’angolo più buio e rimasero così, abbracciati, stretti, impauriti, fino a che sentirono le voci allontanarsi, allora corsero fuori ridendo, contenti di aver scampato il pericolo ancora una volta.

I giorni passavano e, oramai, ogni notte dormivano insieme, abbracciati a baciarsi e carezzarsi, pur senza mai completare alcun atto sessuale se non a mano col complice aiuto di tutti i fazzoletti che possedevano, al fine di non lasciare tracce nel letto.

Quindici giorni passano in fretta, ma alla fine Graziano aveva imparato a nuotare ed anche ad amare.

Venne il giorno della partenza, i due amici si baciarono per l’ultima volta, non senza qualche lacrima, si ripromisero di scriversi, di ritrovarsi l’anno seguente, di farsi portare dalle rispettive famiglie, a casa dell’altro, ma non si videro, né si sentirono mai più.

Quarant’anni più tardi l’ingegner Gioele D’Amico capitò, in gita con la moglie e i figli adolescenti, proprio nel paese della colonia dei suoi quattordici anni: se l’era dimenticata, aveva dimenticato anche Graziano, il suo primo ed unico, amore maschile di un’età inquieta, dove questi non sono infrequenti; dopo di allora non aveva avuto più alcun rapporto con persone del suo stesso sesso; neppure Graziano Alò amò od ebbe più rapporti con qualcuno del proprio sesso, ma questo Gioele non lo avrebbe mai saputo.

La colonia era oramai in disuso, anzi peggio: era abbandonata e in rovina, pronta ad essere demolita per lasciar posto ad un complesso turistico; la parrocchia a cui apparteneva l’aveva venduta a dei privati per sostenere certe spese di restauro della chiesa.

L’uomo lasciò i figli a giocare in pineta, mentre la moglie si apprestava a preparare il pic – nic e si avventurò su per le scale pericolanti.

All’improvviso ricordò tutto, come se il tempo non fosse mai passato: ricordò perfettamente i luoghi e le persone, ricordò Graziano, l’ubicazione della camerata, quella delle docce, i luoghi di quell’innocente, quanto proibito, amore giovanile, che non era diversità, ma scoperta del sesso, per la prima volta, come rapporto fra due persone.

Eppure aveva voluto davvero bene a quel ragazzo timido e imbranato: chissà dove era ora, se aveva famiglia… Non c’erano più i letti, i vetri erano rotti ed anche le docce erano in rovina e senza più tubazioni, estirpate, forse, per rivenderle come rottami da parte di qualche balordo.

La moglie, il secondo e definitivo amore della sua vita, lo chiamò per il pranzo e gli disse di cercare e di avvertire i due ragazzi; Gioele li chiamò a lungo, ma non ebbe risposta, allora si addentrò nella pineta per cercarli.

Giunse, infine, casualmente anche a quel vecchio rudere, popolato di antichi fantasmi e improvvisamente ricordò anche quello con un flash che lo proiettò indietro di quattro decenni; entrò e guardò attentamente il muro, graffiato da vecchie scritte sbiadite, fra cui spiccava, ancora visibile, un cuore con una C e una G incise al suo interno.

Sentì un rumore alle spalle, che lo fece sussultare come quella volta: “Sei qui, papà? Che guardi? La mamma ti cerca perché è pronto da mangiare” disse Loris, il maggiore.

Sai – intervenne Lapo, il secondogenito – c’era un altro uomo qui, poco fa: un tipo strano, forse era un matto: accarezzava il muro proprio nel punto dove sei tu, dove c’è quel cuore inciso e stava piangendo…”.

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Pubblicato da su giugno 10, 2011 in Racconti

 

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