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IN SILENZIO

31 Mag

Era una normale scena di vita familiare: Augusto semi – sdraiato sul divano, con fra le mani un libro le cui pagine mancanti alla fine non si decidevano a diminuire, un po’ assopito, un po’ assorto in tanti, troppi pensieri, mentre Milena alacremente scorreva delle carte relative al suo lavoro seduta al tavolo della sala, quello bello, di cristallo e con le sedie di acciaio e cuoio.

Questa era la loro vita: si amavano, ma con quel tanto di stanchezza che dà l’abitudine.

Fra di loro c’era un’ombra, forse solo una velatura: quella dei sogni mai realizzati e soprattutto di quei figli mai venuti a darti una garanzia di prosecuzione della tua vita, dei tuoi ideali, delle tradizioni familiari, anche se poi spesso non è così.

Chissà se anche Milena ora stava pensando a quello, mentre scorreva le carte col dito inumidito, con gli occhiali da lettura che le erano scivolati lentamente sulla punta del naso, coi suoi capelli ingrigiti perché non aveva mia il tempo per il parrucchiere.

Anche quelli di Augusto si erano diradati e scoloriti: li vide, con la sua immagine un po’ smagrita (era dimagrito parecchio, in verità, negli ultimi mesi), nel riflesso dello schermo del televisore spento, allora decise di accendere l’apparecchio, non foss’altro che per cancellare quell’immagine che lo immalinconiva e ne aumentava i rimpianti in quella giornata strana, fatta di presenze e di silenzi.

Appena lo schermo s’illuminò, tolse il sonoro, perché quel silenzio non doveva essere turbato da grida, slogan, pubblicità.

Il silenzio era forse l’ultimo vero legame che li univa, perché dopo tanti anni non c’è più bisogno di parole per capirsi, per leggersi dentro.

Augusto non aveva idea di che canale fosse quello su cui si era sintonizzato, né che cosa trasmettesse, ma la tivù accesa era, se non altro, un pretesto per chiudere definitivamente quel libro ben lungi dall’essere terminato.

Fuori scorreva il traffico, scorreva la vita, ma lì dentro, coi doppi vetri, nulla penetrava e c’era solo quel silenzio assoluto, tanto da essere assordante, cioè da farti entrare in un mondo che solo i sordi possono capire: quello delle proprie emozioni e delle voci di dentro.

Milena ogni tanto sospirava, poi ritornava il silenzio, almeno fino a quando cominciò la musica…

Iniziò piano, dolcissima e triste; Augusto controllò lo schermo, sul quale era accesa l’immagine dell’altoparlante sbarrato: ma allora da dove venivano quei suoni? E poi che strumenti erano a suonarla?

Lui non era proprio un musicologo, ma almeno sapeva distinguere un violino, un flauto, un oboe, magari, ma qui non distingueva nulla.

Da fuori non poteva provvenire, dal televisore neppure: alzò il capo e vide che sua moglie continuava imperterrita il suo lavoro, non dando segno di essersi accorta di nulla, né di sentire la musica, altrimenti gli avrebbe detto quel suo “Spegni” che era esso stesso una musica.

Già, lei non sopportava di lavorare se non in silenzio e nel silenzio, ma non era nel suo carattere aggredirlo verbalmente, così anche un imperativo suonava sempre come una musica, detto da lei.

Passato il primo momento di sconcerto, Augusto capì, perché lo si capisce sempre, anche se a nessuno è dato dirlo, fare un cenno agli altri: è qualcosa di troppo intimo per condividerlo: sono le regole non scritte di quello strano gioco a cui tutti siamo soggetti.

Augusto si alzò, girò alle spalle di Milena, non prima di aver spento il televisore, ma non quella musica.

Passando le carezzò lievemente la testa e lei rispose a sua volta con una carezza sulla mano del marito, ma che pareva più un riflesso, come quando si guarda qualcuno senza vederlo.

Augusto andò in camera da letto, si tolse le scarpe e si sdraiò sul letto.

Fu aggredito da tanti pensieri, ma riuscì a respingergli.

Gli scese un’unica lacrima: un po’ gli spiaceva, ma poi si abituò all’idea e si rese conto che non era poi così… così… così…

La musica lo aveva seguito e nel soggiorno era tornato il silenzio interrotto solo, ogni tanto, dal sospiro di lei.

Lei, come l’avrebbe presa? Mah! In fondo come tutti e presto si sarebbe abituata anche lei a quel silenzio ancora più fondo.

Augusto cercò di sentire il proprio respiro, il proprio battito, ma trovò solo la musica.

Cinquantacinque anni: che bilancio poteva fare? Ma poi, perché doveva fare un bilancio: comunque mica poteva tornare indietro, ricominciare daccapo.

E poi, se anche avesse potuto, sarebbero passati di nuovo i decenni e si sarebbe di nuovo trovato a segnare “Dare e Avere” di una vita, magari accompagnato da quella colonna sonora che era quella di tanti film, di tante emozioni, di tanti ricordi, che era tutto e nulla, che era un’orchestra ed era nulla, che aveva mille autori e non ne aveva alcuno.

Milena fece un piccolo colpo di tosse, ma il suo suono fu inghiottito dalla musica.

E dal silenzio.

Anche se non lo udiva, riuscì a regolare il proprio respiro e, piano, piano, a spegnere i pensieri ad uno ad uno, come candeline su una torta.

Quel momento non aveva bisogno di ricordi, di rimpianti, magari di rimorsi.

Ricordò un aforisma di Osacr Wilde: “è meglio, nella vita, avere rimorsi che rimpianti” sorrise, un ultimo amaro sorriso.

No, quel momento andava affrontato con altro spirito, con altri pensieri, meglio ancora senza di questi, cercando solo di regolare il proprio respiro, ora calmo, sul ritmo di quella musica dolce e triste.

E di quel silenzio tutt’intorno, quasi ad abbracciare la musica, la sua compagna, lui stesso.

Certo non era facile pensare al dopo: appunto, quindi meglio non pensarci e pensare al momento.

La casa era in silenzio ed anche in penombra, ma fra le liste della tapparella filtrava un filo di luce che s’infiochiva, come andando verso il crepuscolo.

Ma non era il crepuscolo: era metà mattina.

Allora Augusto chiuse gli occhi, cancellò definitivamente i pensieri e le immagini e si fece solo avvolgere dalla musica, fintanto che questa si fece solo un soffio, poi cessò per sempre.

E fu il silenzio.

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Pubblicato da su maggio 31, 2011 in Racconti

 

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