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NOTTI SUL MOLO

27 Mag

NOTTI SUL MOLO

Avevo solo quindici anni quando ho cominciato ad andare in vacanza da solo.

Mia madre mi accompagnava in macchina in Liguria, presso una signora che mi affittava una stanza con uso di cucina, e poi mi veniva a riprendere, fra le mie rimostranze, al termine di un’estate che avrei voluto prolungare all’infinito.

1939497_731582140208611_2003562764_nPartivo da Milano il primo luglio e vi facevo ritorno il primo di settembre, regolarmente ogni anno per vent’anni. Giunto all’età della patente, ebbi con questa anche la mia prima automobile, una Dyane 6, e divenni così autonomo: vi caricavo di tutto, dalla barca alla bicicletta, alla voluminosa sacca con gli attrezzi da sub, agli innumerevoli bagagli, metà dei quali inutili.

Una delle tante borse era piena di libri e quaderni di scuola (anni più tardi sarebbero stati sostituiti da testi universitari, ma il risultato sarebbe stato sempre lo stesso), con mia madre che commentava sarcastica: “Che fai, porti i libri al mare per fargli cambiare aria?” : le mamme hanno sempre ragione! Infatti non aprivo una sola pagina in due mesi.

Nonostante l’età ancora acerba, non facevo cose strane: andavo in spiaggia, facevo delle nuotate, footing, un po’ di pesca subacquea con poche capacità e ancor meno risultati ma, soprattutto, mi dedicavo alla pesca, da sempre la mia grande passione.

Abbandonata ben presto la pesca con la canna nel porto assolato e affollato, appena cominciai a lavoricchiare (ogni anno smettevo, poi, in coincidenza con l’arrivo di luglio), acquistai un barchino della consistenza di un cucchiaino da gelato e solo un poco più lungo, con il quale sfidavo la sorte, allontanandomi di un paio di chilometri dalla spiaggia per andare a pescare dove c’era il relitto di una nave del tempo di guerra, affondata a un’ottantina di metri di profondità: fortunatamente non fui mai sorpreso da maltempo o mareggiate improvvise.

Pochi anni più tardi acquistai, usato, dal figlio viziato di un noto pellicciaio, un gioiellino di mini – motoscafo, pagandolo una cifra ridicola.

Con quello le mie uscite dal porto erano un po’ più sicure. Non sempre andavo, però, fino al relitto: spesso mi fermavo a un paio di centinaia di metri dal frangiflutti a pescare ora con un amico, ora con l’altro.

Devo dire che tenevo questo motoscafino sulla spiaggia libera dove, ben presto, l’incuria, la maleducazione e il vandalismo me lo ridussero molto male: sedili dissaldati, copertura strappata, parabrezza rotto. In pochi anni divenne inutilizzabile anche questo e io non avevo più la possibilità di acquistare un altro natante.

D’altra parte non potevo rinunciare alla pesca, ma non volevo neppure massacrarmi di caldo e nervoso sul porto durante il giorno, con cabinati che andavano e venivano, con bambini che schiamazzavano e curiosi che ti si piazzavano alle spalle come avvoltoi.

Così, mentre il giorno facevo vita di spiaggia, la sera, verso le venti, mi vestivo con vecchi jeans strappati, golfini con i gomiti bucati (tuttora, ad anni di distanza, ho uno sportello dell’armadio pieno di indumenti vecchi, macchiati e laceri che conservo per andare a fare una pesca che non farò mai più), poi caricavo la mia bicicletta con canne, secchio e attrezzi vari e andavo a pescare sul molo, lanciando a fondo per catturare i gronghi, pesci simili alle anguille, ma presenti solo in mare e muniti di dentatura più potente delle loro cugine.

Non che fossero grandi catture: a volte due, a volte tre o quattro, se proprio era serata potevano arrivare a sette o otto e le dimensioni di ogni esemplare non passavano mai il mezzo chilo; rivendendoli, poi, a una delle donne che giravano il paese col carretto del pesce lanciando il loro caratteristico grido: “Pesce fresco, sardenne, totani, anciue”, riuscivo, se non altro, a ripagarmi delle spese delle esche. Ma lo scopo non era solo la cattura dei pesci: era tutto l’insieme.

A volte portavo un mangianastri che mi mettevo a fianco, mentre io stavo seduto a terra, a un volume tale da non guastare l’atmosfera serale, prendevo un paio di seggiole di quelle lasciate sul molo dai pescatori che qui riparavano e ricucivano le reti e a queste sedie appoggiavo le canne, mentre io, dal basso, avevo una miglior visione della loro punta, che avevo ridipinto con vernice fluorescente, in contrasto con il cielo; il molo era ancora caldo ed era piacevole sedere a terra.

Appena giunto all’inizio della discesa del molo, venivo colpito da quell’odore particolare che è un misto di sale, di salamoia, di scaglie di piccoli pesci essiccate e cadute dalle reti delle paranze e delle lampare, reti poste ad asciugare ed in attesa di ricuciture, sul molo.

Non era un odore sgradevole: sapeva di caldo, d’estate, di spensieratezza e il suo colpirmi le narici mi riempiva di euforia, e mi faceva sentire sicuro del fatto che quella sarebbe stata una sera speciale.

Spesso i miei amici venivano a trovarmi: si rideva, si scherzava, poi, verso il tardi, rimanevo da solo a pensare, a guardare il cielo nero e il mare ancora più scuro, ad ascoltare il flebile volume del mio mangianastri.

A volte rimanevo lì fino a mezzanotte, altre fino alle due del mattino, quando, nonostante i vari golfini malconci, il freddo della notte diventava troppo pungente.

Cercavo, in attesa di un movimento della canna, di riconoscere costellazioni che mi erano, però, ignote, mentre dalla discoteca all’imbocco del molo mi giungeva ovattata la musica che, allora, non era ancora la chiassosa disco music di oggi, ma una compilation delle canzoni più in voga, quelle di “un disco per l’estate” e del “festivalbar”.

Allora spegnevo il mio registratore ed ascoltavo quei suoni lontani, cosicché riuscivo a vivere due sere d’estate: quella mondana e quella mia singolare e quasi mistica, fatta di sensazioni che è più facile vivere che descrivere.

Ero felice, e non lo sapevo.

Ero giovane, e non lo capivo.

Forse sprecavo qualcosa della vita, ma ne valeva la pena: quello che avevo mi bastava e non avevo bisogno di flirt da spiaggia, mi bastavano i miei pesci e le mie sensazioni olfattive per non rimpiangere di aver sprecato le vacanze.

Ho ancora nella mente quell’odore particolare del molo.

Ce l’ho in questa sera di agosto trent’anni più tardi, sdraiato sul letto della casa della campagna toscana dove passo regolarmente le mie vacanze, che ogni anno diventano una di meno.

Tutto finì quando mia madre si ammalò: quell’anno non andai in vacanza e poi non tornai mai più in Liguria.

Immagine 115Forse è stato meglio, poiché tutto cambia o, forse, tutto resta uguale e siamo noi che cambiamo irrimediabilmente.

Rivedo quella notte che arrivò la flotta di battelli dalla Sicilia, sulle rotte dei pescespada: attraccarono alla banchina affiancandosi uno all’altro dal molo verso il largo, spargendo l’odore di pesce, sale e salamoia, illuminando coi loro riflettori il porto quasi a giorno, poi non riesco più a vedere nulla nitidamente: sono passati troppi anni e mi accorgo che sto piangendo su quanto ho vissuto e irrimediabilmente perduto.

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3 commenti

Pubblicato da su maggio 27, 2011 in racconti pesca

 

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3 risposte a “NOTTI SUL MOLO

  1. gianluca

    maggio 28, 2011 at 12:12 pm

    è quasi imbarazzante perchè da un angolo diverso, ma non tanto distante, ho vissuto le stesse cose. A volte mi chiedo se è meglio ora o se era meglio quasi trent’anni orsono….
    Vorrei dire era meglio allora ma poi a quante volte sono stato ad un bivio nella mia vita e quante volte sono stato anche fortunato…sinceramente da buon viaggiatore mi piace pensare che il percorso fatto è dentro di me non è passato e basta.

     
  2. gianluca

    maggio 28, 2011 at 12:18 pm

    C’è una cosa buffa in questo racconto…mi sembra di essere a sestri e mi pare di raccontare io a qualche amico o a qualche fidanzatina le cose che si facevano allora…gli ingressi abusivi al parco dei castelli, le partite a pallone sulla spiaggia con personaggi ormai mitici …ricordi “cunta finte?”… piuttosto che certi paesaggi di sestri un pò meno agenzia immobiliare di ora ed un pò più paese…
    In quello devo dire che sestri vecchia mi manca tanto!

     
  3. patrizia

    luglio 15, 2011 at 6:34 am

    non si è specato niente, è vita anche se passata a guardare
    mi vengono in mente joyce, bergson, il fluire del tempo e me stessa che odio la pesca
    ma che sono stata sul molo ligure a riempirmi le narici di odori di mare
    ed ora di ricordi specie di tempo andato e mai più ripescato
    non ci sono rimpianti ma anni che avanzano e situazioni che fluiscono e si rimpastano col quotidiano
    avremo perso qualcosa?
    chissà forse non è nemmeno una domanda da porsi
    abbiamo vissuto e basta
    buona vita
    a presto

     

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