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UNA GIORNATA SUL MONTE OLIMPO

26 Mag

UNA GIORNATA SUL MONTE OLIMPO

(da una antica leggenda greca, forse)

Ci fu un tempo, troppo lontano da noi perché ce ne resti memoria, nel quale sulla terra dominavano gli dei, ad ognuno dei quali era affidato il destino di una parte del mondo o della vita dei suoi abitanti.

A parte ciò e considerato anche il libero arbitrio degli uomini, caratteristica comune a un po’ tutte le religioni, non è che gli dei avessero poi un granché da fare.

Quelli che sovrintendevano il mondo ellenico, che a quei tempi era il più progredito nelle arti, nell’ingegneria e nella struttura sociale, vivevano sul Monte Olimpo, che era un luogo degno di loro: era ricco di prati, foreste, laghi e fiumi e i vigneti davano uve squisite dalle quali si ricavava, grazie all’opera di Dioniso e dei suoi collaboratori, un vino degno di essere bevuto solo dagli dei; potremmo definire il mone Olimpo come un villaggio vacanze per soli esseri divini.

Però… nonostante questo luogo favoloso, gli dei, tutto sommato, si annoiavano: a parte qualche scorribanda nel mondo umano, a parte qualche scappatella extra coniugale ed escluse le memorabili bevute di quel nettare ambrato che solo lì si produceva, non c’era molto altro da fare.

Fortunatamente, come in tutti i villaggi vacanze che si rispettino, anche qui c’era un animatore, che era il dio della follia, un essere senza sesso o forse appartenente ad entrambi i sessi, senza il quale, pare, non ci possa essere divertimento.

Follia organizzava giochi che lui (o lei) stesso inventava, coinvolgeva anche i più restii e istituiva premi per i vincitori.

Così, un giorno in cui la noia era più palpabile fra dei e semidei, lui chiamò tutti a raccolta e comunicò loro trionfante: “Ho inventato un nuovo gioco, l’ho chiamato nascondino!”.

A questa notizia tutti su sentirono percorrere da un brivido di curiosità e da una rinnovata voglia di divertirsi: “Non farci penare oltre, spiegaci subito com’è questo tuo nuovo gioco” disse qualcuno, suscitando un coro di approvazioni.

È presto detto: uno di noi si infila in una tana ,in modo da non vedere cosa fanno gli altri e conta fino a cento; nel frattempo tutti gli dei vanno a nascondersi e tocca a che è di turno trovarli. Se li scopre deve arrivare prima di loro e dire <Tana per il tale o la tale>, ma se chi si è nascosto riesce ad arrivare prima di lui, si può liberare e l’ultimo rimasto può liberare tutti. Chi viene scoperto paga pegno con una penitenza, e uno di loro sarà il prossimo a fare da cercatore. Per la prima volta andrò io in tana: vi va?”.

Gli dei, che mai avevano sentito un gioco così avvincente ed intelligente, assentirono con un’ovazione.

Tutti si recarono in una radura con al centro una vecchia tana di volpe, nella quale Follia, che era minuto (minuta), si infilò con facilità e cominciò a contare.

Giunto a cento gridò: “Cento! Chi è fuori, è fuori, chi è dentro e dentro!” e si mise in cerca degli dei nascosti.

Trovò subito Ipno e suo figlio Morfeo, che si erano addormentati appena fuori dalla tana.

Toccò poi a Fobo che, avendo paura di tutto, si era nascosto dietro il primo albero e tremava dalla paura di essere scoperto, al punto che il povero albero aveva perso tutte le foglie.

Le Graie, le vecchie con un occhio in tre che usavano a turno, si stavano ancora allontanando e Follia le tanò subito: “Uno, due, tre, tana per le Graie”.

Dioniso giaceva dietro un cespuglio mezzo ubriaco: fu facile trovarlo, visto che cantava canzoni sconce a squarciagola.

Nel frattempo il veloce Hermes, grazie alle ali che aveva ai piedi, riuscì a liberarsi.

Zeus, il padre degli dei, si era ben presto scordato del gioco e si era dedicato a molestare ed adescare delle giovanissime e discinte ninfe in riva ad un laghetto, inseguito da sua moglie Era, armata del più classico matterello.

Poseidone non si era nascosto male, in fondo ad uno stagno, solo che da questo emergevano le punte del suo inseparabile tridente.

La velocissima Atalanta correva intanto a liberarsi.

Si andò avanti per tutto il giorno: vennero tanati Ares, Efeso, Pallade, e via, via tutti quelli che ancora mancavano.

A sera Follia trovò Elpis, la Speranza, nascosta in fondo al vaso di Pandora, che invece era già stata tanata da tempo, visto che al suo passaggio seminava guai e sciagure come Pollicino seminava sassolini nella fiaba, e credette così di aver finito visto che, si sa, la Speranza è sempre l’ultima, ma poi contò gli dei e ne mancava ancora uno: Eros, l’Amore.

Follia cominciò a cercarlo, oramai un po’ stanco (stanca) di quel gioco che i suoi compagni avevano affrontato con tanto entusiasmo, ma poca fantasia, fino a che notò un movimento dietro un cespuglio di rose: doveva immaginarlo che Eros avrebbe scelto il più romantico dei fiori.

Trionfalmente Follia scostò con un gesto brusco i gambi dei fiori per fare tana all’ultimo rimasto, solo che così facendo colpì con le spine, delle quali i gambi dei fiori erano cosparsi, Eros accecandolo.

Il gioco era diventato tragedia, Follia si sentiva responsabile e, per espiare il suo gesto, giurò all’amico che l’avrebbe sempre accompagnato, facendogli da guida.

Così, da quel giorno, non solo Amore è cieco, ma va sempre a braccetto con Follia

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Pubblicato da su maggio 26, 2011 in Racconti

 

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